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domenica 12 gennaio 2014

...e gli animali continuano a morire...

Il dibattito sulla sperimentazione animale in questi mesi ha raggiunto momenti di scontro molto aspro, a volte violento verbalmente e fisicamente e con comportamenti che non credo servano a nessuno né sono costruttivi. Mi sono già occupato del tema e probabilmente lo rifarò.
Recentemente uno di questi dibattiti è arrivato sulle pagine dei giornali ed ha quindi assunto una popolarità inaspettata. Mi riferisco alla vicenda di Caterina Simonsen, una ragazza affetta da malattie genetiche gravi che, grazie alla sperimentazione animale (i farmaci e gli strumenti medici oggi disponibili sono tutti testati su animali) è viva.
Non che sia l'unica, certo, ma Caterina ha avuto il coraggio di esporsi, cosa non facile, soprattutto in un'epoca nella quale buona parte dei frequentatori di internet (e dei social network come Facebook), trovi una valvola di sfogo alle proprie frustrazioni e tendenze violente, insultando ed urlando come ossessi "contro" qualcuno.
Caterina ha detto la sua, ha sottolineato la sua posizione favorevole alla sperimentazione animale nella ricerca biomedica e solo per questo è stata bersaglio gesti vergognosi. Gli insulti, le minacce, gli auguri di morte, tutto "molto bello" quando rivolto ad una persona qualsiasi, peggio ancora se con problemi di salute, che ha semplicemente sottolineato la sua gratitudine alla scienza ed alla ricerca che le hanno permesso di vivere fino a questa età.
Il gesto di Caterina è risultato talmente "incredibile" per qualcuno, che c'è stato chi ha addirittura sospettato il falso (persino chi l'ha insultata sarebbe un falso usato per "esaltare" il problema), la parentela con aziende con interessi nella ricerca su animali, la provocazione, giornalisti che vanno a scavare nella sua vita privata, quasi questa ragazza avesse detto qualcosa di stupefacente, escludendo la motivazione più semplice, quella di una ragazza che ringrazia la scienza per averle fornito la possibilità di vivere. Non so se Caterina sia mancina o si gratti il sedere la mattina (penso di sì, ma questo non cambierebbe il significato di ciò che dice), non lo so e non mi interessa, io ho visto una ragazza che dice di stare male e che ringrazia la ricerca per quello che riesce a darle, nulla di straordinario o di stupefacente.
Stop, il resto sono fatti suoi.

Ha detto la sua, non ha parlato "contro" ma "a favore". C'è chi può dissentire (ma dissentire da cosa?), ma lo faccia con argomenti, con calma, spieghi la sua posizione, illustri il suo pensiero, potrebbe pure avere ragione, ma infangandosi con auguri di morte e sofferenza, oltre a dimostrare mancanza di argomenti, non avrà nessuno disposto ad ascoltarlo.

Tra le tante, una delle voci che hanno "risposto" a Caterina è quella di una ragazza che ha voluto un po' "imitare" l'appello facendosi ritrarre con un cartello nel quale è scritto che lei, diabetica dall'età di 8 anni, non ha avuto alcun beneficio dalla sperimentazione animale e che la ricerca, in 20 anni di esperimenti, è riuscita nell'unico intento di trasformare le siringhe (per la somministrazione dell'insulina, vitale per i diabetici) in "penne" (siringhe più molto comode, gestibili e precise di quelle tradizionali).
Sono fondamentalmente contento che la ragazza (chiamiamola Maria, per comodità) stia bene, partecipi alla vita sociale, abbia la possibilità di esprimere la sua opinione, ma mi piacerebbe si rendesse conto che se può fare tutto quello che fa, anche criticare la ricerca, dire "no alla sperimentazione animale", scrivere "...gli animali continuano a morire, noi non miglioriamo...", per uno strano scherzo del destino (o dell'ignoranza, dipende dai punti di vista), può farlo proprio grazie alla sperimentazione animale ed alla ricerca.

"Maria" dice che la ricerca sugli animali è "inutile" e non ha portato miglioramenti sulla sua malattia (se non quello di "trasformare le siringhe in penne"). Ha il diabete.

Non è vero che la ricerca in 20 anni abbia soltanto "trasformato le siringhe", ha fatto tante altre cose, ma mi dilungherei e quello che devo dire è già troppo lungo.
Ho naturalmente tutta la comprensione possibile per chi prova tenerezza e pietà per gli animali usati nella ricerca, non esiste persona sana di mente sulla Terra che sperimenti su un animale con sadismo, io sono da sempre un grandissimo amante degli animali e trasmetto questo amore a mio figlio, ma la vita è fatta a piramide, il più forte "mangia" il più debole per sopravvivere, c'è poco da fare e la realtà è ben diversa dai cartoni animati. Il fatto stesso che io stia scrivendo questo post, probabilmente ucciderà molti animali.
Così il leone mangia la gazzella, il serpente il topolino e l'uomo il bue, nessun animale si rifiuterebbe di sopravvivere per pietà verso il suo pasto.
La sopravvivenza però, non è intesa solamente come "avanzare naturale dell'età", altrimenti dovremmo accontentarci di vivere qualche anno e poi morire alla prima (inevitabile) infezione oppure se affetti dall'ipertensione, dal diabete (appunto) o se ci rompiamo un osso...insomma basta scegliere:

1) Lasciare fare alla natura
2) Lottare per sopravvivere

Maria, come la totalità delle persone diabetiche che conosco, ha scelto la seconda via, non lasciar scorrere "naturalmente" la malattia ed approfittare del progresso e dei risultati della ricerca per vivere, nonostante questi risultati siano costati migliaia di cavie morte e decine di uomini con lo stesso destino. Qualcuno se la sente di "insultare" e scavare nella vita privata di Maria, semplicemente perché si è avvalsa della morte di migliaia di cavie? Io no.

Maria ha scelto di lottare per sopravvivere, esattamente come Caterina e per ottenere risultati da questa lotta non ha molte scelte, deve utilizzare dei farmaci e degli strumenti medici.
I primi, nel diabete, sono rappresentati essenzialmente dall'insulina (in certi casi da farmaci chiamati "ipoglicemizzanti orali"), un ormone normalmente prodotto nel pancreas che, in chi soffre di diabete, è carente o non riesce ad avere effetto.
I secondi sono rappresentati da ciò che serve per iniettarsi l'insulina. Grazie a queste due cose (farmaco e mezzo per usarlo) Maria ha il diritto di parola, di opinione, di rabbia, di vita, di salute ed anche di felicità.
Senza queste due cose Maria avrebbe avuto gli stessi diritti ma probabilmente non avrebbe potuto approfittarne, perché morta (già, non ci sono altre possibilità, Maria alla sua età e lasciando "fare alla natura" sarebbe ormai morta senza i farmaci attuali).

Dal diabete non si guarisce, è vero, ma fortunatamente, grazie proprio a questi farmaci ed agli strumenti, il diabetico ha una vita praticamente normale, può viaggiare, mangiare normalmente, vivere con relativa tranquillità e non morire precocemente.
Non lo sapevate?

Forse allora può essere utile conoscere qualche dato.
Il diabete è una malattia ancora per certi versi sconosciuta. Ne esistono due varianti, quello di tipo I (chiamato anche giovanile, dizione ormai abbandonata) e quello di tipo II (detto non insulino-dipendente). La causa è diversa per ognuno dei due tipi, nel primo è accertata una causa "autoimmune" (una sorta di malfunzionamento del sistema immunitario che "attacca" le cellule del corpo al quale appartiene) con conseguente distruzione di alcune cellule del pancreas che quindi non può produrre l'ormone (l'insulina) che regola i livelli di zucchero nel sangue,  nel secondo le cellule del pancreas non producono sufficiente insulina o l'organismo diventa "insensibile" all'azione della stessa, in questo modo il corpo non riesce più a controllare i livelli di zucchero del sangue. L'aumento della quantità di zucchero nel sangue espone a gravi conseguenze che con il tempo danneggiano in maniera grave ed irreversibile le funzioni più importanti del nostro organismo.
Non si tratta di una malattia "acuta" (non causa cioè danni importanti immediati) ma "cronica" (è il danno che si accumula nel tempo che può causare problemi gravissimi ed alla fine letali) e per questo può essere difficile la diagnosi immediata. In alcuni casi, se non controllato, il diabete può condurre a morte velocissima: se i valori di glicemia sono troppo elevati si instaura uno stato di coma che porta velocemente alla morte se non corretto istantaneamente (allo stesso modo, un errato uso dei farmaci può causare una diminuzione pericolosissima dei livelli di zucchero nel sangue). Non approfondisco altri argomenti su questo tipo di malattia, non è questo il tema del post, vado direttamente a ciò che la ricerca e la sperimentazione animale hanno costruito nella storia di questo problema molto diffuso.

La storia del diabete è cambiata. Per i nostri avi più antichi era una malattia sempre mortale, che non consentiva di vivere a lungo e che in ogni caso faceva condurre una vita segnata pesantemente dalla sofferenza e dal dolore e, come al solito, cose lontane spesso sono dimenticate. Proviamo a ricordarle, notando anche come i passi più importanti di questa lunga storia, siano segnati da sacrifici di animali (e di umani!) che poi hanno consentito le cure sull'uomo.

Si hanno tracce di persone diabetiche o di medici che descrivono sintomi collegabili alla malattia, già in epoche antichissime, persino nel 1550 a.C. in alcuni papiri egiziani sono descritti individui che urinano frequentemente e sono "malaticci", probabili diabetici senza cura.

1776: Matthew Dobson, medico inglese, scopre che nelle urine dei diabetici sono contenute sostanze dolciastre e che, allo loro evaporazione, si notano dei residui cristallini bruni. Notò anche che la stessa malattia era letale in pochi anni per alcune persone, cronica per altre.

1798: John Rollo scopre che le persone con il diabete hanno un elevato livello di zuccheri nel sangue e nelle urine.

1802: Scoperto un test per misurare la presenza e la quantità di zuccheri nelle urine

1869: Paul Langerhans, uno studente di medicina effettua esperimenti su vari animali (maiali, cani, rane e serpenti), descrive per la prima volta alcune cellule del pancreas che producono un ormone. Quelle cellule saranno poi chiamate "isole di Langerhans", perfeziona i suoi studi sul pancreas di coniglio. Bouchardat, medico francese, scopre che durante la carestia nel corso della guerra franco-prussiana, le condizioni di salute dei pazienti diabetici miglioravano notevolmente. Ipotizzò così di poter curare la malattia con una dieta personalizzata.

1889: I professori dell'università di Strasburgo, Minkowski e von Mering asportando il pancreas da un cane, scoprono che questo sviluppava diabete. È la prima volta che si collega la malattia ad un malfunzionamento di quest'organo.

1897: Sopravvivenza per un malato di diabete per età di insorgenza:
  • Età infantile (10 anni): 1 anno
  • Età adulta (30 anni): 4 anni
  • Età matura (50 anni): 8 anni
1908: Zuelzer prova a somministrare estratti pancreatici di maiale a cinque pazienti diabetici. Il risultato è eccezionale, i pazienti mostrano una diminuzione della glicemia e la sparizione degli zuccheri nelle urine, ma gli effetti collaterali sono inaccettabili.

1910: Ecco un elenco di "cure" in voga negli Stati Uniti dell'epoca:
-Farina d'avena mescolata a burro da mangiare ogni due ore.
-Alimentazione a base di latte o di riso.
-La "cura delle patate", che dovevano rappresentare l'alimento principale.
-Oppio.
1915: Il prof. Joslin è considerato il più importante specialista al mondo di diabete, definisce la malattia "la migliore malattia cronica" perché "indolore, spesso migliorabile, non contagiosa". Un'opinione che oggi suonerebbe incredibile ma, che in un'epoca che vedeva migliaia di morti per malattie infettive e che provocavano sofferenze enormi, poteva essere accettabile.

1916: Il prof. Allen, un altro luminare della diabetologia, consigliava un'astinenza quasi completa dal cibo. Per lui il corpo del diabetico non era fatto per assimilare gli alimenti e curava così: ricovero in ospedale, alimentazione basata su whisky mescolato a caffè ogni due ore, dalle sette di mattina alle sette di sera. Questo fino a scomparsa dello zucchero nelle urine. Seguiva successivamente un regime dietetico strettissimo da fare a casa. La maggioranza dei pazienti morivano per denutrizione.

La cura del diabete: acqua minerale (1902)

1920: Il prof. Frederick Banting effettua degli studi su cani ai quali era asportato il pancreas, sviluppavano tutti diabete. Estraeva da quegli organi un centrifugato purificato e filtrato che era somministrato ai diabetici i quali miglioravano istantaneamente. Furono i suoi studi a rilanciare l'idea del pancreas quale sede delle cause di diabete e furono diversi i ricercatori che si impegnarono a trovare l'ormone responsabile della malattia. Dopo vari tentativi con "estratti" di vari organi (ipofisi per esempio), nel 1921 fu provato l'ennesimo "estratto di pancreas", la "pancreatina". A cani senza pancreas fu somministrata la sostanza e fu un successo: la glicemia diminuiva in tutti.

1922 (febbraio): La pancreatina fu somministrata per la prima volta ad un umano dal prof. James Collip. Un bambino di 14 anni, Leonard Thompson ebbe notevoli benefici da quella sostanza e non mostrò segni di aumento dei livelli di zucchero nel sangue e nelle urine, questo avvenne dopo una prima prova incoraggiante ma non efficace. Leonard pesava 29 Kg prima dei test. La pancreatina fu chiamata "insulina" perché estratta dalle "isole di Langerhans" del pancreas.

1922: L'industria Eli Lilly iniziò la produzione intensiva di insulina in nord America.

1923: I professori Banting e John Macloed vincono il premio Nobel per la medicina. Banting dedica il suo premio al collega Best, Macleod al professor Collip

1940: Scoperta la correlazione tra diabete ed altre malattie, come alcune vascolari, degli occhi, del rene.

1945: Sopravvivenza per un malato di diabete per età di insorgenza:
  • Età infantile (10 anni): 45 anni
  • Età adulta (45 anni): 60,5 anni.
  • Età matura (50 anni): 66 anni
1955: Dopo 8 anni di sperimentazioni sugli animali e poi sull'uomo introdotti sul mercato gli "ipoglicemizzanti orali", diminuiscono i valori di glicemia con una compressa.

1959: Dopo un lungo mistero sui meccanismi e le caratteristiche della malattia, il diabete è definito da oggi in poi in due gruppi (tipo 1 e tipo 2).

1969: Si sperimentano i metodi di misurazione dell'insulina e della glicemia, passo fondamentale per la conoscenza della malattia. Dagli animali si può passare all'umano. L'anno successivo fu sviluppato il primo macchinario per la misurazione della glicemia. Venduto ai medici, costa circa 500 dollari. Gli esperimenti su cavie confermano il rischio ereditario della malattia, si conoscono altri importanti aspetti del metabolismo che porteranno a progressi fondamentali nello studio del diabete.

1978: Dopo anni di ricerca sviluppata la prima insulina a DNA ricombinante, si ottiene con la manipolazione genetica di un batterio ed è sperimentata su animali risultando di grande maneggevolezza e sicurezza. Fino ad oggi si usa insulina ottenuta da pancreas di animale (maiale, soprattutto).

1986: Sviluppati nuovi mezzi di somministrazione, più pratici e sicuri.

1996: L'FDA approva il commercio dell'insulina a DNA ricombinante.

1997: La disponibilità di centinaia di tipi e formulazioni di insulina consente ai medici di personalizzare i trattamenti, di renderli più efficaci e di somministrarli più correttamente.

2010: Nonostante ancora molte persone non sappiano di essere affette da diabete, lo sviluppo dei mezzi diagnostici e la sensibilizzazione sul problema rendono la diagnosi di diabete sufficientemente precoce. Oggi l'aspettativa di vita di un malato di diabete è più bassa (di circa 10 anni) di quella di una persona senza la malattia, naturalmente migliorata se la glicemia è ben controllata e se si adotta uno stile di vita adeguato.
Per il diabete di tipo 2 l'aspettativa di vita è più elevata rispetto a chi soffre di diabete di tipo 1.

I progressi nello studio e nel trattamento della malattia continuano ed è in sperimentazione (animale) avanzata "l'insulina in pillole" che permetterà di eliminare per sempre le iniezioni fatte finora e del "pancreas artificiale" una sorta di macchinario informatizzato capace di somministrare insulina in maniera automatica controllando le condizioni del paziente.
Mentre "gli animali continuano a morire", quindi, salvano milioni di vite umane, ognuno si faccia l'opinione che ritiene più corretta e scelga di conseguenza.

Che lunga storia, però non è noiosa, vero?

Ecco cara Maria.
Come hai fatto tu, anche io ho detto la mia, ma non ho parlato "contro", ho solo raccontato una storia, quella che ha permesso a te ed a chi ha la tua stessa malattia, di vivere come una persona normale, cosa che mi rende enormemente felice.
Tu hai notato che "in 20 anni la ricerca ha solo trasformato le siringhe in penne", io ho raccontato come la ricerca ti abbia consentito (con il tributo di migliaia di vite di animali sacrificati per te e per tutti noi) di vivere e dire quello che hai diritto di dire, guardando un po' oltre alle siringhe ed alle penne ed ai "20 anni" (perché 20 anni nella ricerca, sono un'inezia, un po' come se dicessi che in astronautica, in 20 anni, siamo stati capaci solo di mandare un robottino cinese sulla Luna...).
Come dici tu, gli "...animali continuano a morire..." ed a nessuno fa piacere, non esiste persona sana di mente che sia contenta per la morte di un essere che vive, ma questo consente a te di vivere e non ci crederai, muoiono anche per trovare un modo, in futuro, per fare a meno di sperimentare su di loro. Indirettamente quindi, si sacrificano proprio nell'interesse dei loro discendenti, proprio come noi umani. Io preferisco te ad un topo, preferisco un figlio ed una mamma ad un moscerino o ad un pesce, senza alcun ripensamento. Nonostante io ami gli animali, se dovessi scegliere tra me ed un ratto, sceglierei me e lo stesso se dovessi scegliere tra te ed il mio cane: senza alcun dubbio sceglierei te. Sono poco romantico? Poco poetico? Non lo so, ma sicuramente molto realistico e coerente.

Come vedi, Maria, non sto criticando la tua persona giocando sporco, giudicando il colore della tua maglietta o mettendo in dubbio la realtà della malattia (che metodi vergognosi, vero?), sto discutendo, pacatamente, cercando di spiegare a chi ha letto questo messaggio come tu, secondo me, ti sia sbagliata definendo "inutile" la sperimentazione.

Questo non significa che tu debba essere per forza "a favore" della sperimentazione animale né che qualcuno ti obblighi ad usare i farmaci, le "penne", gli strumenti di controllo: sono tutte cose che costano vite animali (pensa, persino il pennarello con il quale hai scritto il messaggio e persino la carta, sai come si ottiene?) e sta a te decidere se è più importante la tua vita o quella delle cavie, perché ognuno ha le sue personali posizioni ed opinioni, ma ti prego di non essere contro, non saresti contro la sperimentazione animale, ma anche "contro" di te e di tutte le persone che ti circondano e questo, secondo me, è il vero controsenso perché non si può dire di amare altre vite (gli animali) se non si ama neanche la propria, quando una persona non ha amore per la propria vita, evidentemente non può averne per nessun'altra.

In bocca al lupo ed alla prossima.

Bibliografia:

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK1671/
http://diabetes.niddk.nih.gov/dm/pubs/statistics/index.aspx
http://www.diabetes.co.uk/diabetes-life-expectancy.html
http://www.defeatdiabetes.org/about_diabetes/text.asp?id=Diabetes_Timeline
http://www.cdc.gov/diabetes/

venerdì 18 ottobre 2013

Sperimentazione animale: superflua o necessità?

L'argomento è interessante e dibattuto ed anche di attualità.
La sperimentazione sugli animali è l'effettuazione di test su esseri viventi a scopo di ricerca, qualcosa che serve non solo a provare l'efficacia di una molecola, ma anche a chiarirne la sua pericolosità, la tossicità, la dose utile e quella "inutile", c'è un solo passaggio che precede l'uso sull'uomo, quello su esseri più vicini possibile all'essere umano, gli animali.
Per questo motivo i test su animali oggi sono obbligatori per testare l'efficacia e la tossicità di un prodotto, l'alternativa sarebbe quella (drammatica) di passare dalla teoria (le ipotesi scientifiche e le provette) direttamente all'uomo con tutto ciò che potrebbe conseguirne.
C'è però un limite, quello etico: molti animali hanno un valore "affettivo", possono cioè rappresentare un affetto per tutti noi, i cani, i gatti ma anche altri animali, oggi sono stati addomesticati e sono spesso parte integrante delle nostre famiglie, nascono quindi diversi movimenti che protestano contro la "vivisezione" (ma è un termine corretto?) e che chiedono che si sospendano i test sugli animali a tutti i costi, a questo argomento si può ragionevolmente rispondere con il fatto che la stragrande maggioranza dei test animali a scopo scientifico sono realizzati su animali non "affettivi" quali i topi ed i moscerini. Per questo il dibattito corretto non dovrebbe essere posto solo sul piano etico ma dovrebbe considerare anche il buon senso e la logica: raggiungere un compromesso tra "etica" e "scienza", obiettivo che già da tempo è discusso proprio negli ambienti scientifici, molto raramente nei movimenti cosiddetti "animalisti".
Questi movimenti di pensiero hanno molte sfumature, da quelli più "ragionevoli" (che chiedono ad esempio di evitare i test su animali di tipo affettivo o per motivi "superflui") a quelli più ideologici (che chiedono la sospensione di qualsiasi test su animale, una prospettiva praticamente inapplicabile) fino ad arrivare a movimenti violenti (che attaccano anche fisicamente chiunque sia anche solo teoricamente a favore della sperimentazione animale).
Il problema, come spesso accade, crea fazioni, divisioni, urla e confusione ed il cittadino (quello che alla fine usa ed è destinatario di ciò che si sperimenta sull'animale) è spesso confuso, non sa bene di cosa si parla, è inondato da informazioni di tutti i tipi, molte delle quali false e strumentali. Si tende infatti a far passare l'idea che i ricercatori che sperimentano anche su animali siano persone senza scrupoli né pietà e che gli esperimenti effettuati non servano a niente. In realtà, i movimenti "contro" la sperimentazione non oppongono molti argomenti a quelli di chi spiega l'importanza dell'uso di animali nella ricerca e così il dialogo, spesso animato, si basa quasi unicamente su posizioni etiche ed affettive.
Ci sono anche molte contraddizioni che nascono obbligatoriamente, ancora di più in questo momento, nel quale il parlamento italiano sta discutendo una nuova legge sulla sperimentazione animale che contiene molti punti piuttosto discutibili. Uno di questo è quello relativo agli "xenotrapianti", ovvero il trapianto di tessuti da una specie animale all'altra. La norma è piuttosto strana, se approvata vi sarebbero conseguenze piuttosto singolari. Ad esempio continuerebbe ad essere permessa la macellazione e consumazione di suini ma sarebbe proibito usare le loro valvole cardiache per salvare la vita ad un essere umano o sarebbe permessa la derattizzazione ma proibito usare un ratto per sperimentare su problemi gravissimi come il cancro o le ustioni.

Proviamo allora a fare chiarezza e chiediamo cos'è ed a cosa serve la sperimentazione animale a chi si occupa di queste cose e lo fa per motivi di ricerca.
Propongo quindi un'intervista al dottor Giuliano Grignaschi, responsabile Animal Care Unit IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Ringraziandolo per aver concesso l'intervista credo che questa possa essere una buona occasione per chiarire qualche dubbio.

Dottor Grignaschi, iniziamo chiarendo un concetto: il termine "vivisezione" è corretto? C'è una differenza tra questa e la sperimentazione animale?

Il termine vivisezione indica, ovviamente, la sezione di un essere vivente e quindi potrebbe essere utilizzato per indicare qualsiasi intervento chirurgico, su un animale come su un uomo. Ad esempio, andando dal dentista potrei dire di essere “vivisezionato” e non sbaglierei dal punto di vista grammaticale ma sicuramente la definizione non sarebbe accettata. Il problema infatti è nel significato che comunemente si da a questo termine, utilizzato ad arte per evocare immagini di sofferenza e tortura. Per questo motivo il mondo della ricerca oggi non accetta più l’utilizzo strumentale di questo termine e vuole chiedere che si utilizzi la definizione più corretta di “sperimentazione animale”. Per quanto questa discussione possa apparire banale, va considerato il fatto che stiamo parlando di un argomento ad alto impatto emotivo quindi l’abuso di definizioni particolari, come appunto “vivisezione”, viene utilizzato per stimolare l’emotività della gente e sopraffare la razionalità. Un esempio evidente di questo è la domanda che frequentemente ci sentiamo rivolgere da attivisti di gruppi animalisti: “Perché la vivisezione non la fate sui cadaveri?”; ovviamente chi pronuncia una domanda di questo genere, sopraffatto dall’emotività, non si ferma nemmeno un attimo a ragionare sul significato di ciò che sta chiedendo. Possiamo quindi dire che la differenza tra “vivisezione” e “sperimentazione animale” è nel significato che comunemente si attribuisce ai due termini: nel primo caso una pratica rozza e crudele che è già vietata da tanto tempo mentre nel secondo caso una pratica bio-medica condotta in accordo con normative rigorose ed utilizzando le più moderne tecniche di anestesia ed analgesia.

Il punto più dibattuto e che molti non comprendono è relativo al fatto che l'uso di animali da esperimento sia così necessario. Vi sono alternative? La ricerca sulle malattie e sui farmaci ha la possibilità di affidarsi ad esperimenti senza animali?

La ricerca bio-medica ha numerosi stadi: si inizia dallo studio della biologia di base e del normale funzionamento degli organismi per poi passare alla analisi delle malattie (dell’uomo o degli animali) cercando di capire cosa sta funzionando non correttamente per poi individuare un possibile rimedio (farmaci ma anche dispositivi biomedici come pacemaker, arti meccanici etc.), da validare in test pre-clinici in cellule o con simulazioni a computer e, prima di passare nell’uomo, test pre-clinici in-vivo nell’animale da laboratorio. Dopo aver superato tutte queste fasi si può passare all’uomo, prima con volontari sani, poi piccoli gruppi di pazienti e se tutto va bene, l’ultima fase della sperimentazione è data dalla osservazione degli effetti del farmaco (o del dispositivo biomedico) quando immessi sul mercato e utilizzati da milioni di pazienti. Ognuno di questi passaggi è assolutamente necessario ed è fondamentale che venga svolto in stretta correlazione con il precedente e con il successivo allo scopo di evitare effetti disastrosi. Per essere chiaro provo ad utilizzare un esempio che conosco bene: la ricerca di terapie per la sclerosi laterale amiotrofica (quella che ha colpito molti calciatori recentemente, per intendersi). Si tratta di una patologia rara che colpisce i neuroni di moto (quelli che ci permettono di azionare la muscolatura volontaria) e li porta a morte (neurodegenerazione) nell’arco di pochi anni; la malattia purtroppo diventa evidente nell’uomo solo quando molti neuroni sono già morti e agli ammalati restano pochi anni di vita. La morte sopravviene generalmente a causa della totale paralisi della muscolatura volontaria e quindi anche di quei muscoli che ci permettono di respirare. Ad oggi purtroppo non si sa ancora per quale motivo i neuroni muoiano e quindi come fare a salvarli; inoltre è praticamente impossibile poter prelevare un neurone ammalato e poterlo studiare quindi generalmente si possono utilizzare solo tessuti provenienti da pazienti deceduti che non sono molto utili. Nello studio di questa patologia gli animali sono coinvolti in più stadi, dalla ricerca di base che cerca di individuare i meccanismi che causano la morte dei neuroni in animali ammalati, a quella farmacologica che testa tutte le possibili terapie proposte sulla base dei risultati della ricerca di base, prima di testarle nell’uomo. Senza l’aiuto del modello animale la ricerca su questa malattia sarebbe praticamente ferma poiché sarebbe difficilissimo studiarne le cause all’interno dei neuroni e sarebbe praticamente impossibile testare l’efficacia di possibili trattamenti, visto il relativamente basso numero di pazienti e la difficoltà nell’eseguire la diagnosi che, come detto, solitamente avviene quando ormai la patologia è in fase molto avanzata. In altri campi invece, quali ad esempio la tossicologia acuta, la ricerca ha individuato metodiche che non richiedono più l’utilizzo di animali da laboratorio e oggi tutto viene fatto in-vitro, con grande soddisfazione di tutti (anche delle aziende farmaceutiche che risparmiano enormi quantità di denaro). Purtroppo però questi casi sono assolutamente limitati (circa 40 metodiche alternative validate) e coprono una piccolissima parte della ricerca biomedica. 

Cosa dobbiamo alla sperimentazione animale?

Come detto la sperimentazione animale è solo un anello di una lunga catena quindi la riflessione che vorrei fare è leggermente diversa da quella che forse si aspetta. Innanzitutto c’è da dire che nella ricerca di base praticamente tutte la attività degli organismi viventi sono state evidenziate e studiate per la prima volta in animali o piante, basti pensare a Gregor Mendel, padre della genetica, che utilizzò piante di pisello per i suoi studi anche perché non gli fu consentito di utilizzare topi, considerati all’epoca assolutamente indegni di essere ospitati in un laboratorio o ancor meno in un convento. Mi piace inoltre qui ricordare inoltre il premio nobel della prof. Montalcini meritato grazie a studi di base effettuati su ratti che hanno portato all’individuazione di importantissimi fattori di crescita presenti nel cervello. Analogamente al caso della prof. Montalcini, circa il 90% dei premi nobel per la medicina sono stati assegnati a ricercatori che utilizzavano modelli animali. E’ però molto importante un altro aspetto, quello che riguarda l’enorme contributo dato dal modello animale al controllo della tossicità e degli effetti negativi delle molecole in fase di sviluppo. Ad esempio, è stato calcolato che su 100 molecole proposte come possibili chemioterapici, circa 40 vengono scartate nelle fasi di studio in-vitro o in-silico; delle 60 rimaste, circa 50 vengono scartate nelle fasi in-vivo (cioè negli studi in animali) perché non si dimostrano efficaci o perché evidenziano effetti tossici troppo elevati che nelle fasi precedenti non si erano osservati. Dei 10 rimasti, in media, solo uno arriva con successo all’uomo mentre gli altri vengono scartati perché non sono più efficaci di quelli già in commercio (o hanno più effetti collaterali). La sperimentazione animale quindi ha evitato che tante molecole non efficaci o molto tossiche arrivassero direttamente ai nostri malati. Non mi sembra davvero poco! Oggi poi si parla di Avatar e di terapia personalizzata: tumori che vengono prelevati dal paziente e inoculati ai topi nei quali si testano farmaci diversi per trovare il migliore che, una volta individuato, viene somministrato al paziente aumentando le probabilità di successo immediato.

Esistono secondo lei laboratori o sperimentatori che "trattano male" gli animali?

Non posso assolutamente escludere che esistano centri che non rispettano le normative internazionali e che non fanno buona ricerca “trattando male” gli animali e, magari, falsificando i risultati; la comunità scientifica deve essere attenta e isolare immediatamente chi non rispetta né la legge né le buone pratiche di laboratorio. Ripeto: la legge esiste e chi la vìola deve essere denunciato.
Le norme che abbiamo in Italia sono un giusto compromesso tra esigenze della ricerca e rispetto degli animali?
Le norme che abbiamo in Italia sono ottime; il D.to L.vo 116/92 che regolamenta la sperimentazione animale può sicuramente essere migliorato con il recepimento della nuova direttiva ma il livello era già ottimo. Oltre a questo mi lasci dire che la serietà e la competenza degli organismi deputati a controllare le attività dei centri di ricerca (ASL, Ministero della Salute e ISS) hanno sempre garantito il pieno rispetto della normativa vigente.

Il mio cane Frank, sano (e...molto vivace, sigh) anche grazie alla sperimentazione animale

Quali sono le precauzioni e le misure che si adottano per ridurre al minimo lo stress negli animali da esperimento?

Quella delle scienze degli animali da laboratorio è una vera e propria disciplina che negli anni ha portato ad individuare metodiche in grado di ridurre al minimo lo stress e la sofferenza degli animali da laboratorio. Innanzitutto è importante sapere che ogni laboratorio che ospita animali deve avere una speciale autorizzazione ministeriale che viene rilasciata solo se è dimostrato:

• Di possedere una struttura adeguata al mantenimento in condizioni ottimali degli animali (temperatura, umidità, ventilazione, condizioni igieniche etc). Il commento di molti medici che visitano la nostra struttura è “questi animali sono tenuti in condizioni migliori di molti pazienti”.

• Di avere un veterinario responsabile del benessere e della salute degli animali ospitati, sempre disponibile.

• Di avere personale di servizio qualificato in grado di garantire il controllo giornaliero delle condizioni degli animali.

• Di registrare puntualmente tutti gli animali inseriti nelle sperimentazioni

• Di essere in grado di controllare che tutti gli esperimenti siano stati autorizzati dalle autorità competenti.

In strutture con le caratteristiche descritte, sono numerose le procedure attuate per ridurre lo stress degli animali e vanno da lunghi periodi di ambientamento, all’arricchimento ambientale, alla manipolazione quotidiana per finire con i programmi di recupero e di reinserimento a fine sperimentazione. Noi ad esempio collaboriamo con l’associazione “La collina dei conigli” a cui affidiamo molti animali (topi e ratti) a fine sperimentazione affinchè possano essere dati in adozione. Durante le fasi sperimentali invece si fa ricorso a tutte le migliori pratiche di analgesia e anestesia disponibili poichè un animale sofferente NON E’ MAI un buon modello sperimentale. A costo di essere ripetitivo vorrei anche qui sottolineare il fatto che fare sperimentazione su animali maltrattati è eticamente sbagliato per diversi motivi: per prima cosa perché infligge una sofferenza inutile all’animale ma anche perché genera risultati non affidabili (quindi danneggia la ricerca e i malati) e causa uno spreco enorme di risorse (che molte volte derivano dalle donazioni delle famiglie degli ammalati).

Che animali si usano negli esperimenti?

In esperimenti bio medici si usano tantissime specie animali ma quelle incluse nelle norme internazionali sono solo i vertebrati; la nuova direttiva europea estende le normative anche ai cefalopodi. Per quanto riguarda i vertebrati, il numero più importante è rappresentato dai roditori (topi e ratti principalmente) che rappresentano più del 90% del totale; grande sviluppo stanno avendo nuovi modelli nei pesci mentre l’utilizzo di conigli, cani gatti e primati non umani è bassissimo e sempre in diminuzione. Numerosi studi però vengono effettuati ad esempio nelle zanzare (per combattere la diffusione della malaria) o nei famosissimi moscerini della frutta o nei cefalopodi. Il principio infatti è che la specie animale viene scelta in base a quello che si deve studiare quindi se il meccanismo di interesse è presente solo nella zanzara, si studierà in quell’animale; se poi il meccanismo di interesse è presente sia, ad esempio, nel cane che nel topo si studierà nel topo. Il virus dell’HIV purtroppo può essere studiato solo nelle scimmie quindi non si hanno alternative al loro utilizzo

Immaginiamo che da domani fosse proibito qualsiasi esperimento sugli animali, cosa succederebbe?

Visto che ancora non disponiamo di valide metodiche alternative alla sperimentazione in-vivo, succederebbe più o meno quello che circa 60 anni fa avveniva nei campi di concentramento nazisti: uomini considerati inferiori (per ragioni economiche o di razza) verrebbero utilizzati come cavie esponendoli a tutti quei rischi che ho descritto prima.

Lei ama gli animali?

Io amo molto gli animali e ne ho sempre ospitati molti in casa mia, cercando di lasciarli vivere nel rispetto delle loro caratteristiche senza cioè mai cercare di “umanizzarli” e trasformarli in qualche cosa che non sono e probabilmente non vogliono essere.

Cosa può dire a chi, amando gli animali, vive con sofferenza l'idea degli stessi nel ruolo di cavie?

Quello che voglio dire (e che dico sempre) è molto semplice: affiancateci in questo percorso e aiutateci ad individuare al più presto delle autentiche metodiche alternative. Entrate con noi nelle università e nei laboratori (solo nel 20% circa si fa sperimentazione animale quindi c’è molto spazio anche per chi non la vuole utilizzare) e impegnatevi nella ricerca! Una sera un attivista di un gruppo animalista mi ha detto che anni fa iniziò a studiare medicina veterinaria ma dopo poco abbandonò gli studi per dedicarsi al volontariato in un canile; io rispetto totalmente la sua scelta ma sono convinto che se avesse continuato gli studi e si fosse laureato oggi potrebbe essere molto più utile agli animali che ama. Tutti vogliamo smettere di servirci del modello animale ma prima dobbiamo trovare un modello migliore, altrimenti ne faranno le conseguenze i nostri ammalati e questo non è accettabile, almeno per me.
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Un doveroso ringraziamento al dott. Grignaschi per la sua disponibilità e chiarezza. Se dovesse seguirne un dibattito spero che si mantenga nei binari della civiltà e del rispetto, anche perché temi come la malattia e la ricerca non meritano di essere trattati con volgarità.

Alla prossima.