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lunedì 28 febbraio 2022

Burn Out

"I medici sono stanchi", "chi lavora in ospedale non ce la fa più...".

Cosa significa che un medico è "stanco"? Chiunque lavori probabilmente a fine giornata sarà stanco. E perché chi ha a che fare con la salute può esserlo di più?

Burn out, letteralmente "bruciato", "esaurito".
Ci sono centinaia di studi che analizzano questa condizione psicofisica legata al lavoro. In particolare per chi lavora con le persone malate il burn out è legato a vari fattori. Presa in carico di storie drammatiche, relazioni difficili, responsabilità enormi, tentativo di nascondere le proprie emozioni, ripensamenti, visione di vicende impressionanti, emozioni intense. Senza dimenticare un ambiente ostile, superiori aggressivi, mancanza di sostegno professionale.
Tutto questo, tutto il giorno e tutti i giorni può stancare, oltre che fisicamente, anche psicologicamente. Certamente il rischio di burn out può essere legato alla tipologia di pazienti che si affrontano (con disagi personali o coniugali, idee paranoiche, sintomi depressivi). Ormai non sono rari gli ospedali che prevedono la figura dello psicologo per i lavoratori e non sono rari i sanitari che vi ricorrono o sono anche costretti ad assentarsi per quello che una volta si chiamava "esaurimento nervoso".
Certamente non si deve generalizzare. Quasi sempre, se parliamo del lavoro del medico, chi ha scelto di fare questo lavoro era fortemente motivato al momento della scelta che si sa già dall'inizio essere particolarmente impegnativa. Si sceglie di stare lì ma è anche vero che non tutti hanno le stesse caratteristiche psicofisiche e la vita crea momenti di debolezza e fragilità, quindi pensare che "bisognava pensarci prima" non è sempre una risposta.

Chi è in burn out ha anche sintomi precisi e spesso visibili che possono essere anche difficili da cogliere. Segni di "depersonalizzazione", atteggiamenti negativi o apparente cinismo possono essere sintomi evidenti di burn out professionale. Gli studi sul tema evidenziano come questa sindrome sia più frequente in sanitari che lavorano nelle specialità chirurgiche o di urgenza (anestesisti, ortopedici, ginecologi, chirurghi) e arriva a colpire il 60% dei sanitari, per questo alcuni la definiscono "l'epidemia fantasma". Ovviamente non è solo quello della salute il campo nel quale si può manifestare questa sindrome ma sembrano più colpite le professioni che prevedono relazioni interpersonali (per esempio anche gli assistenti sociali, infermieri, psicologi e gli esponenti delle forze dell'ordine).


Il burn out è spesso associato ad aumento del rischio di dipendenze da alcol e droghe, aumenta il tasso di divorzi, suicidi e violenze domestiche.
Ci sono sicuramente correlazioni tra il rischio di burn out e il frequente eccesso di carico di lavoro per i sanitari. Come si può immaginare può essere frequente che, per motivi di emergenza o di routine, un medico faccia più turni del dovuto o semplicemente si intrattenga oltre l'orario di servizio. Se pensate che molte specialità prevedono (in ospedale) turni di 12 ore, intrattenersi per ulteriori 2-3 ore significa stare tutto il giorno fuori, tornare a casa per dormire e, probabilmente, l'indomani ricominciare. Sono ritmi spesso insostenibili, a maggior ragione con l'aumento dell'età media dei medici che lavorano (per esempio) nel nostro SSN. Ci sono altri problemi.
L'utenza nel tempo è diventata più aggressiva, molti accessi nei reparti di emergenza (pronto soccorso, per esempio) sono impropri e impegnano larga parte della giornata stancando e prosciugando risorse, troppo tempo speso in burocrazia spesso ripetuta, ridondante, eccessiva (pensate che esistono cartelle cliniche con più documenti burocratici che esami clinici!), mancato riconoscimento sociale del lavoro e tanto altro.
Per chi fa lavori usuranti il burn out è sempre in agguato.
In questo periodo di pandemia gli episodi di burn out sono certamente stati quasi sempre legati proprio a questo, all'eccesso di lavoro o alla fatica del contrasto all'emergenza, ai timori di fronte a una nuova, travolgente malattia. Un'indagine spagnola ha confermato che il 60% dei medici (in questo caso internisti) ha sofferto di burn out e i motivi più citati sono stati l'eccessivo carico di lavoro (cura del paziente che, come sappiamo nel periodo Covid è stata molto impegnativa) e la mancanza di sistemi di sicurezza e protezione (il timore di essere esposti a rischi ovviamente aumenta il livello di stress). A tutto questo aggiungiamo l'impegno che già deve sostenere professionalmente un lavoratore ospedaliero (medici e infermieri soprattutto), ambiente nel quale esiste molta competizione, spesso insoddisfazione e poco contatto con i responsabili ai vertici delle aziende con conseguente sensazione di avere pochi riconoscimenti dei propri sforzi.

Se dovessi aggiungere due righe di esperienza personale posso aggiungere che è quasi inevitabile, per chi lavora con la salute delle persone, sentire il peso, spesso enorme, della responsabilità, il pensiero di ciò che si è visto, i dubbi, le paure, gli errori reali o potenziali, la stanchezza fisica che è spesso enorme (ovviamente tutto cambia da una specialità medica all'altra). Chi fa questo lavoro sa di cosa sto parlando. La frase quasi proverbiale del "portarsi il lavoro a casa" può avere conseguenze devastanti sul lavoratore ma anche sulla sua famiglia. Tutto questo è associato (come ho scritto prima) a un lavoro aggiuntivo che toglie tutto al lavoro ideale del medico (burocrazia, certificati, consensi informati, cartelle, lettere, schede di dimissione, richieste e altro) che nel mondo reale rischia di impiegare la maggior parte del tempo di lavoro ad atti burocratici lasciando alla cura del paziente dei ritagli di tempo, dando origine a una frase che sempre più si ripete tra medici: "non è questo il lavoro che ho scelto". Un esempio specifico può essere relativo alla professione di infermiere, totalmente rivoluzionata negli anni, professionalizzata, l'infermiere oggi è un vero professionista della salute, non un mero esecutore di ordini come in passato. Partecipa (e spesso decide) la cura. Questo nella pratica può non essere vero. La routine, la velocità richiesta, le urgenze, la burocrazia, cancellano ogni forma di indipendenza rendendo automatico e meccanico il suo lavoro, creando così una categoria di persone non soddisfatte, che non fanno ciò che volevano fare.

Il problema, apparentemente secondario, è serio. Il lavoratore affetto da burn out rende di meno, sbaglia di più, lavora male e fa lavorare male gli altri, non è utile né al paziente, né ai colleghi e nemmeno a se stesso.

Il burn out conduce spesso al peggioramento dell'atteggiamento sul lavoro, a una vera e propria psicosi (chiamata la "sindrome della seconda vittima", ovvero il medico autore di un errore vive talmente male la colpa da diventarne anch'esso vittima). Questo disturbo, ben conosciuto, ha un decorso classico e segue gravi errori o incidenti di tipo medico. Nell'evoluzione tipica, dopo l'evento, il lavoratore si chiede come possa essere avvenuto il fatto e se si poteva prevedere, cosa pensino gli altri di lui e di quello che è accaduto, se questo comporterà conseguenze, denunce, licenziamenti, se l'evento diventasse di dominio pubblico si tende alla fuga, alla ricerca di anonimato, fino a un vero e proprio stato depressivo. È ben documentato il fatto che questioni legali conseguenti a errori medici, più che ridurli o "migliorarne l'esito" conduce a maggiori problemi ed errori, perché rendono gli autori dei presunti errori ancora più insicuri e dubbiosi, tanto che qualcuno ha detto che quei medici diventano a loro volta pazienti nell'indifferenza generale. Argomento complicato, come si vede, però sicuramente da approfondire e interessante.
La presa in carico coinvolge l'aspetto psicologico ma anche il sostegno dei colleghi di lavoro, l'aiuto degli altri e dell'ambiente circostante.

Insomma, qualcosa da non sottovalutare.
Per questo bisogna prendere atto del problema è, invece di nasconderlo, parlarne e affrontarlo. 

Alla prossima.

venerdì 3 luglio 2020

Non è vero ma ci credo.

In tutti questi anni, una delle domande alle quali non sono riuscito a dare una risposta certa è: "perché le persone credono alle cose più incredibili, anche a quelle chiaramente stupide e non accettabili?".

Non è facile rispondere. Sicuramente noi esseri umani siamo creduloni, istintivamente creduloni, non solo per caso ma proprio vogliamo credere alle cose più assurde e implausibili. Ai miracoli.
Ne ho parlato diverse volte: è più facile sapere che la cura (non sicura) per una grave malattia è pesante, ricca di effetti collaterali e costosa o che ne esiste una semplice, economica (sempre efficace) che non ci darà nessun effetto collaterale?
Ovviamente la risposta corretta è la due. Non corretta nel senso che è vera ma in quello che è la risposta che più ci piace, che gradiamo, che vogliamo sia vera.

Si possono tirare in ballo i meccanismi cerebrali, la psicologia, le neuroscienze, perché crediamo al miracolo nonostante di miracolo non vi sia traccia. Perché crediamo alle parole del primo che passa, perché c'è gente che crede alle scie chimiche, altri che pensano che i cerchi nel grano sarebbero fatti dagli alieni.
C'è chi crede ai fantasmi e agli oroscopi, gli astri che governano la nostra vita. Perché?
Perché credi a un giornalista che dice che con i suoi (ovviamente) integratori potrai vivere fino a 120 anni? Perché credi a una venditrice che ti dice che un rametto magico ti farà vincere tanti soldi alla lotteria?
Ci credi, nonostante sia implausibile, assurdo, nonostante, a volte, la truffa sia chiara, evidente, alla luce del Sole.

Non c'è risposta. Ignoranza? No.
Non solo a queste cose ci crede chiunque, anche il colto, il laureato (basti vedere quanti medici omeopati esistono) non è il titolo di studio che fa il credulone ma anche la persona più scettica e sveglia può cascarci.
Disperazione? No. Certo, la disperazione (nei casi di malattia è frequente) ma ci sono casi nei quali persone assolutamente in salute, sane, tranquille, equilibrate, pensano davvero che bevendo un bicchiere di acqua (tiepida, mi raccomando) e limone, la mattina (chissà perché non alle 11:00) starai bene e in salute. Ci credono. E guai a spiegare che un bicchiere di acqua e limone nel corpo avrà lo stesso effetto di un bicchiere di acqua senza nulla o con un po' di zucchero o con il sale o il pepe, niente di particolare. Niente. Eppure ci credono e lo fanno.

Magari c'è chi non lo dice a tutti, si rende conto della propria ingenuità però ci crede lo stesso: "non si sa mai".
Non c'è il rimedio alla creduloneria, anzi, siamo tutti esposti a queste trappole, però avere un approccio critico, una buona capacità di osservazione, un sano scetticismo può aiutarci, può evitare spiacevoli sorprese e brutte esperienze (a volte anche pericolose, se parliamo di salute o soldi).
Vi racconto un episodio che mi capitò personalmente qualche anno fa.

Per noi medici uno degli impegni più onerosi (soprattutto per alcune specializzazioni, come la mia da ginecologo) è quello relativo all'assicurazione professionale. Si può partire da 400 euro l'anno ma ci sono figure professionali (ehm...) che arrivano a pagare anche 5000 o 10.000 euro l'anno, immaginate che peso per ogni medico. Si è quindi sempre in cerca di una buona assicurazione a condizioni accettabili.
Un anno dei colleghi mi parlarono della loro, notevolmente più economica della mia, conveniente, completa, erano soddisfatti. Alcuni di loro si erano accordati con il broker dell'assicurazione anche per altri investimenti, alcune assicurazioni di vario tipo, anche sulla vita. Incuriosito chiedo il recapito del broker e lo incontro.
Persona gentile, educata, elegante, mi propone un vero affare. L'assicurazione professionale che avrei stipulato con lui (con una delle più importanti società di assicurazione al mondo!) conveniva tantissimo, avrei pagato un terzo circa di quanto pagavo in quel momento, per condizioni molto simili: convenientissimo.
Così decisi, avrei stipulato l'assicurazione con lui.
Sempre gentile e disponibile, nuovo appuntamento, mi fa firmare carte e documenti, mi consegna il contratto e io pago, assegno, tutto il regola.
Contento e soddisfatto torno a casa.
Poso il contratto e tutto finito.
Poi il giorno dopo ripenso. C'era qualcosa di strano, vado a rivedere il contratto, lo rileggo e tutto era normale. Lo giro e rigiro, timbri, firme, carta intestata, tutto normale.
Poi guardo ancora e penso che, alla fine, in mano ho dei fogli scritti al computer e rilegati. Cioè alla fine avevo in mano qualcosa che chiunque (anche io) avrebbe potuto fare. Delle fotocopie, due timbri, due firme e avrei incassato qualche soldino. Cioè non è che avessi motivi per sospettare ma quello che avevo tra le mani era un pezzo di carta, bastava guardare e avere un attimo di scetticismo, spirito critico (quante volte vi ho detto che è la prima arma per non farsi fregare?).

Ma dai...ma che pensi...dai...
E poi tutti i colleghi che sono assicurati da anni! Addirittura sulla vita...dai...
Chiamo uno dei colleghi. Gli chiedo se per caso avesse avuto dubbi, sospetti, nulla. "È una brava persona, mai avuto problemi, è educato, figurati...".
Certo che era educato, l'ho visto. Ma sarò io sospettoso e troppo scettico, mi rilasso.

Però una telefonata alla notissima assicurazione la voglio fare. La faccio.
E non risulto assicurato. Mai stato. Come quella persona non risulta broker di quell'assicurazione. Avverto un collega, poi un altro, poi quello assicurato sulla vita: nessuno di loro era assicurato. Una truffa.
Solo in quell'ospedale eravamo assicurati in venti.
In pratica il broker era un finto broker che incassava i soldi, faceva due fotocopie e buonanotte.
Come l'ho scoperto? Esattamente come ho raccontato; riflettendo, diventando sospettoso, scettico, informandomi, approfondendo. Bastava guardare (come dico sempre).
Per la cronaca il finto broker fu denunciato e poi condannato (e io ripresi i soldi dati).

E allora?
Allora questa è la dimostrazione della complessità dell'essere umano, dei suoi meccanismi psicologici e neurologici, del pensiero complesso che, proprio perché è complesso, spesso cerca bramosamente, avidamente, quello semplice: una parola magica, un bicchiere di acqua e tutto passa, tutto si risolve.

Su Facebook c'è una pagina nella quale una persona, un perfetto anonimo, vende una scatoletta con un disegno sulla faccia superiore, un'asticella che finisce con una pallina e una luce accessa (quando la scatoletta che funziona a elettricità è accesa).

Questa scatoletta non contiene nulla, niente di strano: le pareti, la luce "on-off"), dei fili elettrici che fanno funzionare tutto, collegati a una batteria. Fine.

Il signore però la vende come un apparecchio "radionico". La "radionica" è una disciplina pseudoscientifica che vorrebbe fare diagnosi e cura delle malattie tramite l'elettricità e le onde elettromagnetiche, in particolare, grazie all'emanare onde elettromagnetiche, visibili solo con determinati strumenti, sotto forma di una sorta di alone chiamato "aura", il corpo può essere studiato da esperti del campo (che non sono altro che ciarlatani improvvisati). Ovviamente, oltre a non avere alcuna base scientifica, la radionica è stata studiata anche scientificamente dimostrando la sua totale inconsistenza.
Scaturita dall'entusiasmo per le applicazioni dell'elettricità, dopo la sua scoperta, la radionica ha via via perso di importanza e diffusione, qualcuno però ancora ci prova, come il signore su Facebook.

Ovviamente siti bufala e radio alternative lo presentano, intervistano e esaltano come un "rivoluzionario", uno che la sa lunga.

Niente. Il signore pubblicizza la scatoletta elettrica che, a suo dire, avvicinata a qualsiasi oggetto rotto, non funzionante, guasto, lo sistemerebbe. Ma vende anche delle figurine che, stampate, bisogna portare in tasca e ci daranno salute e felicità, basta volerlo e ripetere tante volte cosa si desidera (e portare le figurine in tasca, ovviamente).
E ci sono pure le testimonianze.

"Avevo il frigorifero rotto, ho avvicinato l'apparecchio radionico e ora funziona". "Il finestrino della macchina non funzionava, ho avvicinato l'apparecchio e ora funziona che è una meraviglia". Se la scatoletta tutta fili e lampadine sistema i finestrini non può che funzionare con il corpo umano. Ed ecco che, senza farlo pesare più di tanto, il signore fa capire che anche la salute ne avrebbe giovamento.

Tra un video e un altro appaiono i clienti. "Posso usarla per il forno a microonde che ultimamente fa i capricci?".
"A casa mia c'è umidità, dici che potrebbe eliminarla?"

Uno degli strumenti curativi miracolosi.

Il prezzo? Puoi mandarmene due?
Chiedono della scatoletta miracolosa, serve a tutto, dalla riparazione degli elettrodomestici alla salute e non è che agisca chissà come, basta avvicinarla alla cosa "rotta" e questa per magia si sistema.
La gente ci crede. Non c'è niente da fare: ci crede. E se non funziona com'è ovvio? Cerca una giustificazione, un motivo, non può "non funzionare", c'è la prova su internet!
Crede anche alla versione non elettrica che sistema le cose rotte solo con la forza del pensiero. Capito?


Non funziona, ci vorrà tempo?

Se la gente crede al bicarbonato che cura il cancro, come non potrebbe credere alla scatoletta che sistema le serrande rotte?

Però non bisogna prendere in giro queste persone. Come ho già detto non si tratta (per forza) di "stupidi" o "ignoranti", non si tratta di boccaloni, c'è gente comune, come tutti, padri e madri di famiglia, professionisti, insegnanti, medici, casalinghe, giornalisti, avvocati. Non stupitevi e non sentitevi esenti da queste cose.
Da questo dobbiamo trarne un insegnamento quindi: occhi aperti. Anche nelle cose più banali, quelle che sembrano normali e semplici: occhi aperti.

Alla prossima.

giovedì 30 aprile 2015

Ingannati

Vi siete mai chiesti come mai esistono tante persone che raccontano di effetti meravigliosi di finte medicine o di cure non reali?
Come mai in tanti dicono "su di me ha funzionato" a proposito di omeopatia o agopuntura?
Perché c'è chi racconta effetti da sedute da un pranoterapeuta o un guaritore?
Non sarà che "la scienza ancora non conosce tutto"?
La scienza sicuramente ancora non conosce tutto e sicuramente ancora è ad un livello minimo rispetto alla conoscenza "totale" ma credere che qualcuno possieda un fluido magico nelle mani (come nel caso dei pranoterapeuti) o che lo zucchero possa curare le malattie (come nel caso dell'omeopatia) è davvero ingenuo. Se le prove dicono che una "cura" non ha effetti, perché c'è sempre chi dirà che gli effetti li ha avuti personalmente?
Tra le tante spiegazioni possibili, dall'effetto placebo agli errori di valutazione, la possibilità che quella giusta sia la più complicata, ovvero che tutti gli studi e l'evidenza sbaglino, è davvero difficile.
L'effetto placebo lo conosciamo più o meno tutti. "Fare qualcosa", soprattutto "prendere una medicina" quando si sta male, è già un modo per "curarsi", anche se in realtà non si "prende una medicina" vera. In realtà, in caso di placebo, non assumiamo nulla di "funzionante", nessun principio attivo e quindi non c'è una sostanza con un effetto reale, oggettivo dal punto di vista materiale ma la sostanza scatena in noi una serie di meccanismi fisiologici, psicologici e comportamentali che possono ottenere un miglioramento, a volte reale, a volte solo percepito.
Questi miglioramenti sono talmente reali da essere addirittura misurabili!
Ma esistono altre spiegazioni. Se ad esempio studiamo una pratica non scientifica e gli esperimenti ci dicono che non funziona, questo significa che su 100 prove (sto semplificando), solo 2 hanno mostrato risultati, ovvero la cura non ha efficacia perché quei due miglioramenti potrebbero essere dovuti a qualsiasi altra cosa. Le due persone migliorate però potranno giurarci: la cura è servita. Un'altra spiegazione è che spesso si confondono avvenimenti normali e conosciuti con gli effetti di qualcosa che abbiamo fatto. Se incrociamo le dita ed un esame ha esito positivo, incrociare le dita "porterà fortuna", lo abbiamo visto con i nostri occhi ma senza riflettere che probabilmente quell'esame sarebbe andato bene facendo qualsiasi cosa o anche niente.

La cosa più affascinante è che meglio è "ingannata" la nostra mente, migliore sarà il risultato. Una puntura di acqua avrà più effetto di un bicchiere d'acqua ed uno sciroppo amaro funzionerà sul mal di testa meglio di uno sciroppo dolce, questo perché l'amaro è un sapore talmente intenso da colpire più efficacemente la nostra psiche. Qualcuno forse non sa che tra i rimedi popolari per il mal di testa vi è il caffè. Questa non è un'invenzione, la caffeina ha effettivamente un blando effetto contro le cefalee ma la "saggezza" popolare ha trovato il modo di renderla più potente. Il limone. Mettere un po' di succo di limone in una tazzina di caffè, rende questa bevanda disgustosa (volete provarci?), imbevibile. Il sapore orrendo della bevanda la rende "potentissima". In realtà non vi è alcun motivo per cui l'aggiunta del limone debba aumentare l'effetto della caffeina, è lo "shock" nel bere quell'intruglio a "convincerci" che "deve" funzionare. Per lo stesso motivo, quando la medicina non aveva tante armi, la maggioranza delle pozioni e degli intrugli da bere avevano un saporaccio. Fateci caso: tutte le medicine che si basano sull'effetto placebo, spiegano il loro meccanismo di funzionamento in maniera contorta, complicata. Se l'Aspirina funziona perché ha effetto "anti infiammatorio", il granulo omeopatico funziona perché "esso ha in sé il quadro della malattia, in quanto la può provocare nel soggetto sano" (copiato da un sito di una società di omeopatia). Come fa un granulo di zucchero ad avere "il quadro della malattia"? Non si sa e gli omeopati non lo spiegano.
Questo meccanismo però è talmente incomprensibile che chi lo legge può pensare "io non ci capisco niente ma se lo dicono loro...".

L'effetto placebo ha infatti una serie di elementi che possono potenziarlo, si chiamano "rinforzi" e servono a dare più potenza ad una "cura". Se l'omeopatia funzionasse (se quindi lo zucchero avesse reali poteri curativi), perché assumere la caramellina una volta ogni 6 ore, senza aver mangiato nulla prima o dopo, non lavarsi i denti, non usare alimenti piccanti o irritanti, non toccare con le mani e così via? Questi sono i "rituali" che consentono al "granulo" omeopatico di essere "magico", di funzionare di più.


Perché un pranoterapeuta deve "concentrarsi", creare l'atmosfera (luci, profumi, suoni...) e mostrarsi stanco alla fine della "seduta?
Se io da medico somministrassi un farmaco potentissimo dicendo "lo prenda, tanto non serve a nulla, ha pochissimi effetti", molto probabilmente otterrei risultati di parecchio inferiori a quelli che si attendono da quel farmaco.
Il nostro cervello è assolutamente "condizionabile" da questo punto di vista. Riesce persino a dare il merito di una guarigione, di un effetto a qualcosa che non lo ha. Pensate agli effetti dell'usatissimo "bicchiere d'acqua". Uno svenimento, un attacco d'ansia, una paura e..."prendi un bicchiere d'acqua, vedrai, ti passerà".
...e le carezze della mamma? Il "bacino sulla bua"?
Il nostro cervello cerca semplicemente qualcosa a cui aggrapparsi per "stare meglio" e quando sta meglio cerca qualcosa a cui aggrapparsi per darle il merito.
Ecco perché molti placebo funzionano ed ecco perché moltissime "finte cure" sembrano funzionare.


Ho raccontato qualche giorno fa, su Facebook, un episodio della mia gioventù, lo ripropongo:

Anni fa ero con un gruppo di amici, essendo medico si può capire come ogni occasione sia buona per chiedermi consiglio: "ho un po' di debolezza...", cosa significa un dolore qui?", "mi fa male la testa...". In una di queste discussioni, parlo con un mio caro amico, inizia a raccontarmi di un dolore comparso alla schiena, poco sotto la spalla destra, acuto, che durava da almeno una settimana. Gli faccio alcune domande, stava bene, nessun disturbo particolare, niente sintomi preoccupanti, allora gli dico che probabilmente si tratta di un dolore muscolare, un piccolo strappo, forse un dolore articolare, in genere passeggero, se non fosse passato in pochi giorni sarebbe stato meglio chiedere al suo medico. Ma il mio amico non molla (gli "amici dei medici" insistono!) e mi chiede cosa avrebbe potuto prendere, forse una pillola per farlo passare o meglio una pomata...era fastidioso...non riusciva ad alzare il braccio...e se fosse qualcosa di preoccupante? Basta, il mio amico non si tranquillizzava...gli dico allora di girarsi, che conosco una manovra che si fa solo in casi particolari, che però doveva prepararsi perché a volte è violentissima. Gli faccio alzare il braccio sopra la testa, lo tocco un paio di volte sotto la scapola, gli dico di respirare a bocca aperta e poi trattenere il respiro, sollevare la testa, gli punto un dito sotto la clavicola e poi lo invito a mettersi in punta di piedi, faccio forza con una mano e gli riabbasso il braccio fingendo di essere molto concentrato. Stupore! Il dolore era sparito, io mi mostro un po' stanco come un "guaritore" dopo una seduta spiritica, il mio amico mi guarda allibito, agita le braccia, rilassa i muscoli...non aveva più male! Io non sono né un guaritore, né un fisioterapista, non conosco manovre segrete né manipolazioni per fare passare i dolori. Ho usato l'effetto placebo. Tutte le manovre, le "cerimonie" per farle, i consigli, le richieste precise, servivano per "rinforzare" il mio "condizionamento" (è un meccanismo noto), al mio amico probabilmente il dolore era sparito davvero, questo significa che io abbia poteri speciali o che il mio amico mentisse? No, significa che siamo molto condizionabili, tutti, sempre.

Per lo stesso motivo sentiremo dire che "su di me l'omeopatia ha funzionato" oppure, "un mio amico dopo aver messo una calamita sulla testa non ha più sofferto d'insonnia".
Secondo voi la camomilla ha effetti sull'insonnia?
Blandi, molto blandi, praticamente nulli, ancora di più se si pensa che la camomilla in vendita nei supermercati non è un "estratto" concentrato ma un semplice insieme di fiori secchi che hanno poco principio attivo. Per legge inoltre, i preparati erboristici non possono avere effetto terapeutico, sarebbero farmaci e non potrebbero essere venduti in giro e dovunque. Ma noi "sappiamo" (perché ce lo dicono, no?) che la camomilla "fa calmare" e così ci calmiamo. Siamo continuamente ingannati e ci lasciamo ingannare consapevolmente. Posso raccontarvi un altro episodio?

Qualche mese fa stavo visitando una signora in gravidanza, lei dice di ricordarsi di me ma io non avevo presente chi fosse. Mi racconta di quando, una sera, usai su di lei una "manovra" per farle sparire una colica renale (dolorosissima, era venuta al pronto soccorso, le avevano dato un antidolorifico, pochi minuti prima, ma niente, dolore sempre forte). Io non conosco manovre per fare passare le coliche e quindi le chiesi di farmi ricordare meglio. Mi raccontò che le chiesi di sedersi e le diedi due colpi ben assestati sui fianchi, uno a destra ed uno a sinistra. Poi andò a sdraiarsi in reparto.
Neanche 20 minuti e quel dolore sparì. La donna, contentissima, tornò a casa (non ebbi modo nemmeno di incontrarla di nuovo), perfettamente sana. La signora quindi pensò che la mia "manovra" sui fianchi avesse avuto effetto veloce e stupefacente.
In realtà non avevo fatto nessuna manovra "guaritrice", avevo semplicemente usato una notissima manovra, anche abbastanza banale, per diagnosticare la colica al rene, si chiama "manovra di Giordano" e consiste proprio nel dare dei colpi con forza sui fianchi, all'altezza dei reni. Il "colpo" risveglia il dolore e se questa manovra evoca aumento del dolore la diagnosi di colica renale è ancora più probabile. Per lei era mio il merito della sua "guarigione".
La donna, non conoscendo le manovre mediche, fece un collegamento semplice, immediato: i miei "colpi" avevano risolto il problema. Non aveva tenuto conto né del possibile miglioramento spontaneo né del fatto che poco prima aveva fatto un antidolorifico molto potente. Non sapendolo, aveva scambiato la mia manovra diagnostica per un gesto "curativo" e senza pensare all'antidolorifico già preso, diede a questa il merito del miglioramento."
Questo spiega perché in tanti sono (realmente) convinti che un portafortuna porti...fortuna, che un oroscopo indovini il futuro e che un guaritore faccia stare meglio con l'imposizione delle mani.
Queste cose sono ingannevoli ma noi siamo ingannabili.
Se credessimo fermamente ai poteri curativi di un talismano ed in caso di malattia assumessimo un farmaco tenendo in mano quel portafortuna, al miglioramento dei sintomi, sarà per noi molto alta la possibilità che la nostra mente dia "merito" del miglioramento al talismano e non ai farmaci. Questo fenomeno si può spiegare con il fatto che diamo più "fiducia" a ciò che "comprendiamo" rispetto a ciò che non capiamo. Siamo sicuri che il talismano funzioni, giustifichiamo così il suo potere, con la nostra "fede", non sappiamo se il farmaco sarà capace di fare lo stesso, anche perché non ne conosciamo le caratteristiche, i meccanismi per cui funziona...quindi tutti i meriti non possono che essere del talismo.
Un atteggiamento del genere si può notare in un interessante esperimento pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine.

A dei pazienti con asma bronchiale è stato somministrato:
1) Il farmaco che si usa in questi casi.
2) Placebo
3) Finta agopuntura (aghi retrattili)
4) Nessun trattamento.

Secondo voi, qual è stato il trattamento realmente più efficace (misurando oggettivamente, con gli strumenti, i miglioramenti)? Eccolo:

Nell'ordine:


1) Farmaco (miglioramento sensibile della malattia).
2) Placebo, finta agopuntura (scarso miglioramento della malattia)
3) Nessun intervento (nessun miglioramento).

Non è incredibile? Se il farmaco ha funzionato, i placebo hanno funzionato più di "non fare niente" causando anche un minimo miglioramento.

Gli sperimentatori poi hanno sottoposto un questionario ai partecipanti allo studio, chiedendo con quale intervento si sono sentiti meglio, quindi una valutazione soggettiva, un'impressione personale. Sorprendente:

1) Farmaco, finta agopuntura, placebo (riferito miglioramento reale)
2) Nessun intervento (nessun miglioramento riferito).

Questo esperimento, non spiega i "miglioramenti" impossibili di tante false cure?

I pazienti, interrogati, avevano percepito un miglioramento con qualsiasi "terapia", da quella vera e quelle finte, tranne nel caso di nessun intervento. I trattamenti finti quindi, non li hanno fatti stare meglio ma loro lo hanno percepito lo stesso.
Questo esperimento dimostra perché spesso il "fare qualcosa" (qualsiasi cosa che somigli ad un trattamento) riesca già ad ottenere dei risultati ma mentre i risultati "veri" sono quelli dei farmaci, molti trattamenti non farmacologici (come l'omeopatia o certi tipi di medicine alternative) sembrano funzionare ma non lo fanno.
Se da un lato allora può essere utile assumere un "farmaco" inattivo, risparmiandosi così effetti collaterali, danni o intossicazioni, dall'altro è bene sapere che una cosa che non ha effetti negativi...non ne ha neanche di positivi ed ognuno sappia cosa conviene fare nel suo caso.

Alla prossima.