venerdì 15 luglio 2022

Meglio comprare i miei libri o essere ignoranti, poveri e senza casa?

In politica ma ormai anche nel dibattito pubblico, si usano spesso le “fallacie”, dei trucchi retorici che servono a sostenere le nostre opinioni. Sono scorrettezze, furbizie. Ne avevo parlato in passato riguardo le discussioni in medicina.

Una di queste è il “falso dilemma” (o fallacia della "falsa dicotomia"). Un esempio che riprendo dalle dichiarazioni sulla guerra in Ucraina ascoltate in questi giorni. Essendo argomento ormai di cronaca quotidiana è una buona fonte di esempi di logica e trucchi retorici.
Sostiene un opinionista in televisione che sarebbe conveniente “accontentare” la Russia, agevolare le mire di Putin in Ucraina, pur di evitare ulteriori scontri, allungare la guerra. Meglio accontentarlo e finirla qui che allungare la guerra provocando altro dolore e morte.
Per sostenere questa sua (curiosa) posizione l’opinionista fa un esempio. “Per un bambino meglio essere vivo in dittatura che morto sotto le bombe”, certo, condivisibile, anzi ovvio. Meglio un bambino vivo che vive in uno stato dittatoriale che però non per forza tratta male i cittadini o i bambini, che forse avrà sostentamento, alimenti, vestiti, divertimenti, scuola, molto meglio questo che morire bombardato per una guerra. Logico, quindi forse l’opinionista ha ragione, il suo discorso fila, è giusto.
Ma sono le uniche possibilità?
Cioè un bambino o vive in una dittatura o muore sotto le bombe?
Potrebbe ipotizzare un’altra possibilità meno estrema?
Ovviamente sì. Ecco perché quello che abbiamo visto è un trucco, un gioco di parole che serve a convincere chi ci ascolta che abbiamo ragione.
È una fallacia, la fallacia del “falso dilemma” o della “falsa dicotomia”. Due possibilità estreme così da rendere una delle due (quella che ci conviene) più accettabile per logica, per ovvietà. Se l'alternativa a una posizione è drammatica e paurosa meglio la posizione anche scomoda o sconveniente ma non così terribile.

Ma l’opinionista della guerra è stato l’unico a usarla? E la guerra è stato l’unico argomento che stimola l’uso di questi trucchi?
No.

Lo abbiamo visto anche in ambito medico. In discorsi politici, in televisione, in tutti i media nei quali si tenta di coinvolgere lo spettatore o di condizionarne l'opinione, il "falso dilemma" regna alla grande.
Il nostro premier, Mario Draghi, ha già durante la campagna di vaccinazione per il Covid, usato questo "artificio retorico": "o ti vaccini o muori".
Certo, si può capire il suo tentativo di incoraggiare alla vaccinazione, di semplificare un concetto difficile e che tanti non riescono ad afferrare ma "o ti vaccini o muori" è una fallacia.
Se ti vaccini sei più protetto dalla malattia e molto protetto dalla morte. Se non ti vaccini sei protetto pochissimo dalla malattia (dal caso, fondamentalmente) e poco dalla morte (se la malattia è in forma grave e l'individuo a rischio la possibilità di morte è decisamente reale ed elevata). Se quindi non ti vaccini non è detto che morirai ma è molto più probabile che vaccinandoti. Riassumendo: conviene vaccinarsi ma se non ti vaccini non è detto finisca male.
Ecco, una frase così, più corretta, articolata e argomentata è stata sostituita dalla più breve, efficiente e convincente "o ti vaccini o muori". Uno slogan.



La stessa cosa è stata fatta di nuovo dal primo ministro sempre a proposito della guerra tra Russia e Ucraina: "preferite i condizionatori o la pace?". Detto a proposito della possibilità di non acquistare più gas russo per l'embargo deciso nei confronti di questa nazione. In realtà se voglio la pace posso pure sperarla senza o con il condizionatore. Una cosa non pregiudica l'altra. Forse poteva dire: "se vogliamo indebolire l'aggressore dobbiamo creare le condizioni per farlo e questo potrebbe comportare sacrifici e rinunce anche per tutti noi, per esempio in campo energetico: luce, gas, acqua e servizi, siamo disposti a sostenerli?". Lunga e difficile eh?
Per arrivare a tutti meglio uno slogan, rapido e veloce. Potrebbe essere fatto anche in buona fede ma non si fa, non vale. È scorretto.

Sì, le fallacie si usano anche in campo medico e in epoca di discussioni virtuali e internet è facile cadere in questa trappola.
L'omeopatia è una sciocchezza, non contiene nulla e non cura le malattie. Giusto?
"Allora è meglio imbottirsi di medicine e intossicarsi? Meglio l'omeopatia".

Ecco, chi ha detto che bisognerebbe imbottirsi di medicine o addirittura intossicarsi?
Bianco o nero senza grigi?

Posso non prendere nulla se non sto particolarmente male, posso cambiare lo stile di vita, curare l'alimentazione, resistere finché possibile. Cioè non si può validare una presunta cura come l'omeopatia (che chimicamente e farmacologicamente corrisponde al nulla) perché l'alternativa sarebbe diventare schiavi e dipendenti dai farmaci: non è vero. Semplicemente non è vero e semplicemente non è quella l'unica alternativa, anzi, ne esistono diverse e quasi tutte migliori del "non far nulla" assumendo una caramella omeopatica.
Quindi è scorretto, non si dovrebbe usare questa fallacia in una discussione.

E per il fatto che l'omeopatia corrisponde al nulla e scientificamente non ha alcun riscontro, c'è da dire che "solo un ignorante potrebbe credere all'omeopatia".
No?
No. Anche questa è una fallacia, un trucco che si usa spesso nelle discussioni.

Non solo non è tassativo (e d'altronde gli omeopati sono medici, laureati, non "ignoranti") ma è vero il contrario, nel senso che è dimostrato che l'omeopatia è gradita e conta molti estimatori proprio nelle persone con un titolo di studio medio-alto.
Non è questo che la valida, non è questo che la rende medicina. Ma non è neanche il contrario che la cancella o la rende non credibile: è un "non argomento", una furbizia, la fallacia che si costruisce per sostenere il mio pensiero, per appendere la mia opinione a un comodo gancio.
Lo stesso metodo lo ritroveremo nelle discussioni sul Covid (o meglio, sui vaccini per il Covid). "I vaccini proteggono dalla malattia" (che è una frase direi ovvia) e la risposta carica di fallacia ma tipica è: "e allora corri a farti la quarta, la quinta e la sesta dose". L'esagerazione, il concetto spinto al limite per esagerare il punto di vista opposto e renderlo vincente. Se fai i vaccini farai dosi infinite (e chi l'ha detto? E perché?), quindi è sbagliato a prescindere. Insomma, "non è certo obbligatorio comprare i miei libri ma se non lo fate evidentemente preferite ammalarvi".

Capito?

Certo che è difficile, quando si è impegnati in una discussione, mantenere un comportamento corretto e onesto, soprattutto se colui che abbiamo di fronte non lo fa. Se ci colpisce con scorrettezze e argomenti poco onesti è facile essere tentati dal farlo anche noi. Ma conoscere gli artifici retorici è già un buon punto di partenza, consente di riconoscerli e difendersi. Questa del "falso dilemma" è tra le più usate.

Sarà poi la nostra competenza e preparazione a farci emergere almeno agli occhi di chi legge o ascolta.

Alla prossima.

mercoledì 11 maggio 2022

Amarcord

Avevo forse otto o nove anni quando mio padre prese me e mio fratello per le mani e ci disse "andiamo, sotto casa dello zio c'è un lupo mannaro che sta distruggendo tutto". Mio zio abitava a poca distanza. Andammo a piedi verso una piccola folla radunata proprio sotto il palazzo nel quale abitava.

Tutti fermi, guardavano una persona (forse) che urlava e dava pugni ai muri, alle saracinesche dei garage, agitata. Io, bambino, pensai "ecco il famoso lupo mannaro". Si era materializzato in quella persona. Ovviamente non la ricordo bene ma il ricordo vago l'ho mantenuto negli anni, probabilmente perché un bambino che "vede un lupo mannaro" resta colpito, sconvolto. Si trattava probabilmente di una persona con problemi mentali o un ubriaco e mio padre, vecchio stampo, pensò bene di "giustificare" quel comportamento aggressivo e "strano" con la licantropia: il lupo mannaro era un essere umano che si trasformava in animale in certe situazioni. In fondo non era un concetto totalmente campato in aria. Una favola, non qualcosa di reale, forse per non impressionarci con la cruda realtà.

Dopo tanti anni in una cena con i miei fratelli abbiamo ricordato l'episodio, abbiamo parlato del "lupo mannaro" di come lo avevamo visto, dei particolari e la mia curiosità era quella di capire qual era il ricordo di mio fratello di quel "lupo mannaro". Saranno passati almeno 40 anni, probabilmente di più, mio fratello è di poco più giovane di me. Cosa è rimasto nella mente di due adulti del ricordo "sconvolgente" di un fatto visto da bambini? Più di 40 anni prima? Con un condizionamento ("vedrete un lupo mannaro") importante, soprattutto per menti di bambino?
Allora feci una prova: disegnai su un foglio quello che ricordavo di quella sera e chiesi a mio fratello di fare lo stesso (lui non vide il mio disegno).
Ecco il mio:

Ed ecco quello di mio fratello:


La somiglianza tra i due disegni è impressionante.

In fondo ricordavamo la stessa cosa ma, se fate caso, molto stilizzata, schematica però praticamente identica. Ovviamente non poteva trattarsi di un "lupo mannaro" ma di un uomo che, come ricordavamo bene, batteva sulle saracinesche. La memoria coincideva. Non c'erano esagerazioni, non avevamo "trasformato" un uomo con probabili problemi mentali in un "animale" o un essere strano, nonostante fossimo bambini e nonostante il tempo passato. Si può dire che la nostra memoria era integra. Non funziona sempre così.

Per molti di noi la memoria è un bene prezioso e perfetto. Ricordiamo tante cose: date, volti, nomi, persone, storie, luoghi, tantissime. Ogni tanto un buco, una distrazione ma il  nostro "software" è sempre pronto a riportare le cose al loro posto, a ricordare perfettamente ciò che abbiamo visto e vissuto. Beh, non è così.

La memoria non è un film che possiamo portare indietro se non ricordiamo una scena. Non possiamo ingrandire un particolare o risentire una battuta. Ciò che è successo è passato e sarà il nostro cervello a ricostruirlo, sostituendo i pezzi mancanti, adattandoli alla situazione, modificandone i particolari che non ricordiamo e creando una storia credibile. Un ricordo può essere talmente modificato da risultare completamente falso, inattendibile, anche se per noi sarà preciso, lucido, perfetto. Possiamo avere un falso ricordo totalmente inventato o un altro in parte (più o meno consistente) modificato. Uno studio su quasi 500 persone notava come se un argomento ci appassiona o è da noi ben conosciuto si tende a "completare", aggiungere particolari, crearne di nuovi trasformandolo quasi in un falso ricordo. Un po', nel pratico, come quando ricordiamo una nostra impresa, magari casuale o ordinaria ma che ricordiamo come incredibile, ricchissima di particolari precisi e spesso esagerata.
Moltissimi di quei particolari o di quelle esagerazioni potrebbero essere false, aggiunte dalla nostra memoria per rendere "epico" un fatto ordinario. La nostra memoria è insomma fedele per le cose importanti ma tutto può essere condizionato dal contesto creando aggiunte e rifiniture che trasformano completamente la realtà. Dallo stato d'animo, dallo stress, dal nostro stato i salute, dal tempo che trascorre e persino dal sonno che rielabora e "riscrive" ciò che conserviamo in memoria.

I falsi ricordi sono una realtà e dipendono dal fatto che la memoria non è una macchina ma una reazione chimica che, per esigenze di sopravvivenza, deve adattarsi alla realtà attuale, non resta ferma e fissa, si "sistema" per essere subito recuperabile. È condizionata certamente dall'ambiente esterno e, come ho scritto, da vari fattori ma ha basi "organiche", è il nostro sistema nervoso che la regola. Nella costruzione di falsi ricordi per esempio, sembra sia coinvolta una regione del cervello chiamata "ippocampo" (che tra i suoi compiti ha proprio quello di "conservare" ciò che viviamo rendendolo "memoria") mentre la corteccia prefrontale tende a "sistemare", "correggere" questi errori.

Per questo se il nostro cervello non ricorda il colore del vestito di una persona che ricordiamo dopo 10 anni lo crea, lo rende "credibile", per poter riportare alla luce quel ricordo. Altrimenti ricorderemo cosa, una persona con un vestito senza colore? No, il colore c'era, non lo ricordiamo e il nostro sistema nervoso lo sceglie, in base alle nostre esperienze, ai gusti, alle mode, all'attualità. Spesso sbagliando (in buonafede, ovviamente) e a volte anche indotto a farlo. È infatti possibile "impiantare" falsi ricordi. Tramite alcune tecniche (comuni alla psicoterapia) è possibile creare dei falsi ricordi (meglio se "stressanti") e queste tecniche sono usate (in malafede) da sette, gruppi estremisti, culti religiosi, per soggiogare gli adepti o renderli coscienti di una realtà che non è mai esistita. I falsi ricordi possono essere belli o brutti, indifferenti, possono condizionare le scelte e le opinioni. Esistono esperimenti che hanno provato a "inculcare" un falso ricordo come quello di aver provato disgusto nel mangiare un alimento e questo, falso, ha condizionato i gusti di chi fu sottoposto all'esperimento che ha provato disgusto a mangiare quel cibo fino a quando non gli è stato rivelato si trattasse di una finta.


Ho parlato di ricordi e memoria in questo sito anni fa ma l'argomento resta sempre interessante.

Se lo studio della memoria (e della costruzione dei falsi ricordi) è utile scientificamente (comprendere come funziona il nostro cervello aiuta a comprendere come funziona il nostro approccio alla vita) e sicuramente affascinante, pensate a cosa può comportare la correttezza di un ricordo o lo studio della memoria in cose importanti: la scienza, la sicurezza o la giustizia. Esistono casi famosi di "falso ricordo" culminati in testimonianze che hanno condizionato drammaticamente la vita di tante persone. Le testimonianze sbagliate in tribunale e nei processi sono notoriamente cause frequenti di scambi di persone e (purtroppo) di veri errori giudiziari. Sono migliaia le persone condannate (o uccise, dove esiste la pena di morte) perché qualcuno ha ricordato male. Esistono anche casi famosi condizionati da falsi ricordi e si stima che una buona parte (circa il 36%) delle testimonianze oculari possano essere errate e queste percentuali possono essere condizionate anche da convinzioni personali, pregiudizi (sociali, razziali, economici o politici), stato d'animo. 
Possiamo ricordare il caso di George Franklin, accaduto nel 1990.

Nel settembre del 1969 una bambina di otto anni Susan Neson, scomparve mentre giocava con dei suoi amici nei pressi di casa, a Foster City, in California. Il suo corpo fu trovato senza vita dopo tre mesi poco distante dal luogo di sparizione. Dopo qualche indagine il caso fu chiuso senza trovare un colpevole.
Circa 20 anni dopo, nel 1989, Eileen Franklin, raccontò di essersi ricordata che il rapimento e l'omicidio della bambina fu opera del padre, George Franklin, vigile del fuoco della cittadina californiana. La ragazza raccontò molti particolari e indicò luoghi e fatti che condussero all'arresto di George con successiva condanna all'ergastolo per omicidio pochi mesi dopo, nel 1990. Il rapporto di George franklin con i suoi familiari non era certo idilliaco. La moglie chiese il divorzio e raccontò come lui fosse violento e abusasse psicologicamente e fisicamente delle figlie e loro stesse raccontavano del completo distacco emotivo dell'uomo nei loro confronti. La figura di George non lo aiutava di certo. Compreso il suo silenzio. Non provò nemmeno a scagionarsi e non rispondeva alle domande degli inquirenti, tanto che lo stesso giudice disse che "quel silenzio pesa più dell'oro nel giudicarlo colpevole". Il perito psicologo nominato dal giudice dichiarò credibile la testimonianza della figlia di George ma non fu trovata nessuna prova fisica, nessun indizio oggettivo che inchiodasse l'uomo alle sue responsabilità e anche i tratti "malvagi" e abusanti dell'uomo erano stati esagerati (non c'era prova di abusi o di violenze domestiche) da sua moglie per ottenere il divorzio alle migliori condizioni possibili. La sua condanna era basata fondamentalmente solo sulla testimonianza della figlia.

Passarono cinque anni quando la sorella di Eileen (quindi l'altra figlia del condannato), raccontò che la "confessione" di Eileen nei confronti del padre emerse dopo una seduta di ipnosi e che tutti i particolari precisi su luoghi e fatti erano stati ricostruiti soprattutto in base alle letture dei giornali dell'epoca che raccontavano la tragedia. Eileen era stata particolarmente colpita dal fatto in quanto la bambina scomparsa era una sua compagna di giochi e le due si volevano particolarmente bene.

Il giudice esaminò di nuovo il caso e la svolta avvenne quando furono disponibili gli esami di analisi del DNA che, promossi dal nuovo giudice che si occupava del caso, scagionarono definitivamente George e accusarono un suo vicino, Rodney Lynn Halbower, che fu processato e riconosciuto colpevole di quello e altri omicidi della zona. George Franklin fu scagionato pochi mesi prima.

Il caso Franklin fece scuola perché dimostrava come una persona poteva "raccogliere" e ricostruire un'intera vicenda che non aveva per niente vissuto.
In base alle notizie lette, probabilmente "unite" alla conoscenza dei luoghi e al rapporto con l'uccisa, la testimonianza basata su un falso ricordo era credibile e precisa. Non è un caso che la ragazza per anni non parlò per niente del caso ma all'improvviso, dopo 20 anni, lo confessò raccontando particolari cruenti e impressionanti.

Questo non è l'unico caso e neanche il più eclatante ma può dimostrare come i falsi ricordi possano essere creati in risposta a traumi o a "richieste" del momento, adattarsi al caso e plasmarsi alle evidenze. Se si tratta di un argomento fondamentale delle neuroscienze, il falso nella memoria è sicuramente anche attuale e utile, per colmo, a capire la nostra realtà.

Alla prossima.

venerdì 8 aprile 2022

Coronavirus, vaccini e immunità: saperne un po' di più (Parte II).

Nella prima parte dell'articolo (scritto dal dott. Giuliano Parpaglioni, biologo), abbiamo visto cos'è una cellula, un virus, come fa questo a contagiarci e come viene attaccato dal sistema immunitario. Quando questo non fosse sufficiente potrebbe succedere il disastro, il virus prenderebbe il sopravvento con danni gravi. Per questo la scienza ci mette a disposizione un mezzo di protezione eccezionale, i vaccini. Sappiamo di cosa si tratta? Ne parliamo?
Ecco la seconda parte dell'articolo di Giuliano.

Vaccini e varianti

Arrivano i vaccini

Da che mondo è mondo, la ricerca scientifica non si ferma solo perché c’è una pandemia in corso, anzi, mette le ali ai piedi. In tempo di record sono stati sviluppati vaccini contro SARS-CoV-2, vaccini che hanno sfruttato nuove o nuovissime tecnologie, in modo da facilitare la produzione e la diffusione di questi importanti farmaci. Ho già scritto tempo fa un post introduttivo a riguardo, da allora i modi per creare un vaccino sono aumentati e quelli di cui si discute di più sono quelli a DNA e quelli a RNA. 

Abbiamo detto che una volta che il virus entra nell’organismo, alcuni linfociti B si attivano, si moltiplicano e producono anticorpi specifici contro di esso e per far questo ci vogliono giorni o settimane. Non sarebbe più bello, invece, se in caso di infezione avessimo già il numero di linfociti B giusto per produrre immediatamente le nostre difese efficacemente? Ecco, questo è lo scopo di tutti i vaccini. Qualsiasi sia la tecnologia vaccinale, l’effetto è sempre lo stesso: andare a svegliare le nostre difese prima che arrivi il patogeno, in modo da averle pronte nel caso in cui arrivasse.
Abbiamo vaccini che presentano l’intero patogeno inattivato (ovvero incapace di moltiplicarsi, morto), oppure patogeni indeboliti (tecnicamente attenuati, ma non si usano molto ormai, perché sono i più rischiosi), o magari solo pezzetti di patogeni o tossine rese innocue. Da qualche tempo, si usa anche un’altra tecnologia: invece di immettere qualcosa di estraneo nel corpo, lo si fa produrre direttamente al corpo.
I vaccini contro SARS-CoV-2 attualmente in commercio funzionano proprio in questo modo: fanno produrre al nostro organismo una singola proteina del virus, che verrà riconosciuta dal sistema immunitario e contro la quale si attiveranno i linfociti B. Questo traguardo lo si raggiunge in due modi: virus a DNA o liposomi con RNA. Nel primo caso, un virus reso innocuo contiene il DNA che codifica solo per la proteina spike, lo fa arrivare dentro al nucleo della cellula (senza integrarlo nel DNA della cellula stessa: servono enzimi e parti specifiche per farlo e, semplicemente, queste cose non ce le mettiamo), lì verrà prodotto l’RNA messaggero che uscirà fuori dal nucleo e produrrà la proteina; nel secondo caso una vescicola di grasso (chiamata appunto liposoma) contiene l’RNA messaggero che codifica solo per la proteina spike, si fonde con la membrana della cellula, anch’essa grassa, e libera l’mRNA, con gli stessi risultati. Tutto ciò dura pochi giorni, trascorsi i quali non c’è più traccia dei componenti del vaccino nell’organismo.


Se ci si pensa, è l’uovo di Colombo: istruire le nostre cellule a produrre temporaneamente il bersaglio contro cui il sistema immunitario deve scatenarsi, sfruttando così la più fisiologica delle attivazioni dei linfociti.
Come detto, esistono anche altre tecnologie vaccinali e probabilmente in futuro vedremo anche in commercio cose differenti, ma per il momento abbiamo queste soluzioni. In tutti i casi, una volta immunizzati, se si viene a contatto con il virus lo si può combattere in maniera efficace da subito, scongiurando la malattia o, comunque, riducendone di molto il fastidio.

Le mutazioni, la biologia molecolare dell’evoluzione

In tutto ciò, c’è una caratteristica degli esseri viventi (o parzialmente viventi, come i virus) da tenere in conto: cambiano nel tempo. Quando una cellula si moltiplica, deve duplicare il suo DNA. In questo processo possono capitare degli errori e potrebbe succedere che certi geni non funzionino più come prima. Questo rischio c’è ogni volta che la cellula si moltiplica: tecnicamente, si dice che può avvenire una mutazione.
Attenzione: le mutazioni non sono per forza negative, magari quel gene mutato funziona addirittura meglio dell’originale, risultando quindi vantaggioso. Ecco, la stessa cosa succede con i virus: ogni volta che si moltiplicano, il loro materiale genetico può mutare. La maggior parte delle volte queste mutazioni causeranno un danno, ma talvolta potrebbero migliorare l’efficienza del virus e favorirlo. La realtà, in effetti, è molto semplice: più il virus si moltiplica e più la possibilità di mutazione aumenta; più questa aumenta, più è probabile che spunti fuori una nuova variante, con effetti diversi sul nostro organismo. Non c’è una ragione specifica dietro alle mutazioni virali, sono semplicemente errori che fa il virus durante la sua replicazione. Questo le rende imprevedibili, ma tutto sommato c’è anche un limite a quel che può succedere: la proteina spike non può mutare più di tanto, altrimenti non riconoscerebbe più il recettore ACE-2 sulla cellula. Allo stesso modo, dato questo limite, gli anticorpi creati dal vaccino o da precedenti infezioni sono comunque abbastanza efficaci contro il virus. Per spiegarmi meglio facciamo un esempio.

Mettiamo caso che le parole fossero oggetti concreti e che i linfociti B abbiano prodotto anticorpi contro la parola PROTEINA. Data l’alta specializzazione dei linfociti B, abbiamo anticorpi che legano la parte EIN o la parte OTE della parola. A un certo punto, la parola muta, e possono succedere varie cose. Un primo caso è che diventa PROTEINE. In questo caso, entrambi i tipi di anticorpi riescono ancora a legare OTE e EIN senza problemi. Magari diventa PRATEINA, a quel punto abbiamo gli anticorpi anti-OTE che fanno fatica a legarsi, magari ci riescono ancora ma non bene come prima. Abbiamo PRATEANA e la difficoltà è per entrambi i tipi di anticorpi: si legano entrambi, ma molto meno bene. Quando infine diventa PRATAONA, però, il legame è debolissimo… ma è anche possibile che la proteina in questione funzioni male, perché troppo mutata. L’evoluzione del virus è quindi figlia di un equilibrio tra l’efficienza della sua replicazione (e diffusione) e la capacità di sfuggire alle nostre difese: più riesce a moltiplicarsi e più muta. Dalla nostra parte, abbiamo la ricerca scientifica che può aggiornare i vaccini in caso di bisogno.

Due parole finali sulla microbiologia medica

Si legge spesso in giro la frase “i patogeni tendono a diventare meno pericolosi per adattarsi meglio all’ospite e diffondersi facilmente”. Questa frase è falsa e pericolosa. È sicuramente vero che esistono patogeni che danno malattie quasi del tutto senza sintomi, ma come ho detto l’evoluzione è un fatto casuale, non ha una tendenza predefinita. Esistono malattie estremamente pericolose e dannose che hanno anche un’alta capacità di diffondersi nella popolazione, non lo fanno solo perché incontrano persone vaccinate. Penso ad esempio alla difterite, che ha una letalità del 10% anche tra chi viene curato o al morbillo che nei paesi occidentali può uccidere da una a tre persone ogni mille casi e causare sequele molto gravi. Sono malattie molto facilmente trasmissibili, ma anche molto pericolose se si diffondono.
Il punto fondamentale è che non ci si può basare sulla pericolosità del patogeno: il dato importante è la facilità di trasmissione, che può essere alto anche con una alta pericolosità della malattia. Quello che possiamo fare, quindi, è combattere la diffusione del virus, impedirgli di riprodursi (e quindi mutare) e cercare di contenere la diffusione.

Al momento in cui scrivo, la variante di SARS-CoV-2 chiamata Omicron sembra effettivamente essere meno pericolosa in termini percentuali, ma è anche molto più efficace nel diffondersi. Attenzione: meno pericolosa non significa non pericolosa: causando molti più malati ha portato, in quest’ultimo periodo (inizio 2022) fino a oltre 400 morti al giorno in Italia.

La ricerca scientifica va avanti, ma le strategie più efficaci sono quelle preventive: vaccinazione, lavarsi le mani, mantenere la distanza, usare la mascherina quando necessario.

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Vi è piaciuto?
Ora sapete qualcosa in più. Grazie al dott. Giuliano Parpaglioni.


Alla prossima.

venerdì 18 marzo 2022

Coronavirus, vaccini e immunità: saperne un po' di più (Parte I).

Certo che parlare ancora di pandemia può essere noioso, capisco. Però è un argomento che, trattato spesso male, può riservare qualcosa di buono. Dopo tante discussioni inutili, fake news e polemiche, conoscere bene un argomento, sapere di cosa parliamo, ci consente non solo di essere più coscienti e preparati ma anche di difenderci meglio da false notizie e bufale.
Sicuramente parlare di biologia, virologia o immunologia sembra qualcosa di poco piacevole. Ma ci proviamo.
Con l'aiuto del dott. Giuliano Parpaglioni (biologo) che ha già collaborato in passato con il mio blog (negli anni "pionieristici" della divulgazione scientifica sul web!).
Due articoli, anzi uno abbastanza lungo ma che divido in due per maggiore leggibilità.
Leggetelo con leggerezza.
A Giuliano un grazie.

Due anni di pandemia, due anni di problemi enormi dal punto di vista organizzativo, sanitario e sociale. In questi due anni abbiamo imparato parole nuove, che ormai sentiamo anche a livello colloquiale: Coronavirus, proteina spike, anticorpi, vaccino a mRNA.
Molti sono abituati a sentire parlare di queste cose, ma la diffidenza che si ha verso i vaccini, gli attacchi agli hub vaccinali e la diffusione degli alternativi che instillano paura nella popolazione dimostrano che, per molti, queste parole sono ancora misteriose. Eppure, nascondono un mondo affascinante: capire queste parole significa capire perché il corpo umano reagisce in un dato modo, perché il virus muta e perché abbiamo bisogno di un vaccino. I dettagli sono complicati, ma cercherò di semplificare, iniziando a parlare di cosa succede alle cellule del nostro corpo. Dovrò necessariamente sorvolare sui dettagli, spero che gli addetti ai lavori perdonino le inevitabili imprecisioni.

La biologia cellulare

La cellula, ovvero: da dove spuntano le proteine

Le cellule del nostro corpo hanno tutte la stessa struttura: una membrana esterna fatta di grasso in cui sono inserite una quantità di proteine, un ambiente interno pieno di organelli con le funzioni più disparate e immersi in acqua, e un nucleo, separato dall’ambiente acquoso interno, di nuovo da una membrana fatta di grasso.


Nell’ambiente acquoso compreso tra il nucleo e la membrana esterna avviene la maggior parte delle cose che avvengono in una cellula. Ad esempio, qui troviamo i ribosomi, che sono organelli dalla struttura piuttosto complicata e che hanno un compito molto importante: sintetizzare le proteine.
Per farlo, i ribosomi raccolgono dall’ambiente acquoso gli amminoacidi e li legano insieme: una proteina è infatti una catena di centinaia, a volte migliaia di amminoacidi.
Come fa il ribosoma a sapere quale amminoacido va messo in quel dato punto della proteina? Ora ci arriviamo.

Nel nucleo della cellula risiede il DNA, che tutti conosciamo anche come patrimonio genetico o materiale genetico. I geni, in particolare, sono parti di DNA che funzionano da stampo per la sintesi di una molecola simile, l’RNA messaggero, o mRNA.
Dato che il DNA non può uscire dal nucleo, anche l’mRNA si forma nel nucleo, ma lui può uscirne. Una volta uscito dal nucleo incontra i ribosomi, e qui avviene la magia: i ribosomi sanno leggere l’mRNA e a ogni porzione sanno abbinare uno specifico amminoacido. Una volta usato dai ribosomi, l’mRNA viene degradato [distrutto, ndr].

Riassumendo: un particolare gene, ovvero una piccola porzione di DNA, fa da modello per un mRNA, questo esce dal nucleo e viene letto dai ribosomi che fanno una vera e propria traduzione: traducono il linguaggio dell’mRNA in quello delle proteine. Esistono migliaia di tipi diversi di proteine perché esistono migliaia di geni che danno origine a migliaia di mRNA che vengono tradotti dai ribosomi. Ultima cosa da sapere: le proteine hanno forme tridimensionali specifiche e dalla loro forma dipende la loro funzione. La sequenza di amminoacidi che la compone decide se la proteina è globulare, filamentosa, a forma di uncino, a forma di Y e così via. Anche solo la sostituzione di un singolo amminoacido su migliaia potrebbe cambiare la forma della proteina, modificando l’efficacia della sua funzione.

Gli anticorpi sono proteine, i linfociti B sono la loro fabbrica.

Avendo chiaro ora il funzionamento di una cellula in generale, possiamo parlare delle cellule che producono gli anticorpi: i linfociti B. Queste cellule hanno una vita molto rischiosa: la maggior parte di esse, infatti, muore prima di riuscire a maturare. Il fatto è che sono dannatamente pericolose: producono anticorpi, delle proteine speciali capaci di legarsi ad altre strutture e scatenare così una risposta immunitaria contro quelle stesse strutture. Esiste una sola cellula, o comunque poche, per ogni tipo di anticorpo possibile. Il problema grande è che quando dico ogni tipo di anticorpo, intendo anche che ci sono cellule che attaccherebbero le strutture corporee. Durante la maturazione, qualsiasi cellula riconosca qualcosa viene uccisa (accade alla maggior parte delle cellule neonate), rimangono solo quelle che non riconoscono nulla e che, quindi, si scaglieranno contro strutture che non esistono nell’organismo.
Cosa succede quando entra qualcosa di estraneo? Succede che viene processata dall’organismo (ad esempio fagocitato da un macrofago) e alcuni frammenti vengono esposti sulle membrane cellulari (come ho detto: sulle membrane ci sono anche proteine); dopo qualche tempo e qualche passaggio aggiuntivo, questi frammenti arrivano ad attivare i linfociti B, che reagiscono di conseguenza.

La reazione consiste nella produzione di anticorpi e nella moltiplicazione. Più cellule ci sono, più anticorpi si producono e si riesce a contrastare meglio l’agente esterno. Questa cosa richiede tempo, mediamente un paio di settimane per la prima volta che si viene a contatto con un agente nuovo. Dal secondo incontro, i linfociti B sono aumentati di numero e sono già pronti a intervenire, quindi ci vuole molto meno tempo. Gli anticorpi sono proteine dalla forma a Y e sono capaci di riconoscere alcune strutture specifiche, porzioni di proteine o piccole molecole. Una volta riconosciute, si legano a esse e scatenano la risposta immunitaria, facilitando il compito delle altre cellule del sistema immunitario nel combattere l’aggressore.
Può farlo in due modi: legandosi a una struttura importante, per impedirgli di funzionare, o anche legandosi alla struttura estranea e venendo riconosciuto dai macrofagi, che faranno pulizia di tutto. Quando l’agente esterno è un batterio, questo secondo effetto è preponderante: il batterio viene così riconosciuto e fagocitato.
Quando invece è un virus, è importante anche la cosiddetta neutralizzazione, ovvero gli si deve impedire di funzionare. Ma che cos’è un virus?

I virus e il sistema immunitario

Una brutta notizia avvolta in una proteina

Sir Peter Medawar è stato un biologo britannico, premio Nobel per la medicina nel 1960. Fu lui a dichiarare che i virus sono una brutta notizia avvolta in una proteina, e come definizione è decisamente adeguata. I virus, infatti, sono organismi estremamente semplici e piccoli, molto più piccoli di un batterio. Non hanno una struttura cellulare, non hanno un loro metabolismo, sono strutture biochimiche capaci sono di moltiplicarsi all’interno di una cellula, sono parassiti che sfruttano le cellule per diffondersi e che non hanno senso di esistere senza cellule da infettare.

fonte

La loro struttura più semplice è formata da un qualche materiale genetico, DNA o RNA, circondato da una struttura proteica. Alcuni, oltre a questo, hanno anche un rivestimento di grasso simile alle membrane delle cellule, con tanto di proteine inserite in esso. Dato che la membrana esterna, quando c’è, è di grasso e dato che la membrana della cellula è pure di grasso, a volte l’ingresso del virus prevede la fusione delle due membrane, per poi far entrare dentro la cellula solo l’interno del parassita. Altre volte è più complesso e prevede una azione attiva della cellula. In tutti i casi, però, c’è bisogno prima di tutto di un riconoscimento: una proteina del virus deve riconoscere una proteina della cellula, per poter attivare qualsiasi tipo di interazione.
Nel caso di SARS-CoV-2, conosciamo tutti gli attori in causa: la proteina del virus è la proteina spike, mentre quella della cellula è chiamata recettore ACE-2.
La cosa funziona un po’ come il velcro: le due proteine si riconoscono e si uniscono. Formato questo legame, il virus può entrare. SARS-CoV-2 libera nell’ambiente acquoso della cellula il suo materiale genetico, rappresentato da una molecola di mRNA che contiene vari geni, quindi codifica per la proteina spike e per tutte le altre proteine virali. Questo mRNA fa quel che fanno tutti gli mRNA prodotti dalla cellula: si unisce ai ribosomi che, ciechi all’origine del filamento e obbedienti alla loro natura, su quello stampo sintetizzano le proteine del virus. A quel punto è fatta: il virus produce le proprie proteine sfruttando la cellula, si moltiplica e si diffonde nell’organismo.

Il contrattacco. I linfociti B contro il virus

Una volta entrato, [il virus, ndr] deve moltiplicarsi quanto più gli è possibile prima che il sistema immunitario reagisca. Come ho già detto, se è la prima volta che il virus entra nell’organismo, ci vuole tempo per avere le difese contro di lui: ecco perché la malattia dura giorni o settimane. Purtroppo, per alcuni questo tempo è anche troppo, si aggravano e rischiano la vita.
La maggior parte delle persone, per fortuna, guarisce, e lo fa grazie agli anticorpi prodotti dai propri linfociti B, che si legano alla proteina spike del virus impedendogli di legarsi al recettore ACE-2 e facilitandone l’eliminazione. La risposta immunitaria è ovviamente molto complessa, non riguarda solo i linfociti B: esistono parecchi tipi di cellule del sistema immunitario e tantissime molecole che vengono prodotte contro il virus e a favore di una attivazione sempre più potente della risposta immunitaria. Attenzione: a volte è addirittura questa attivazione molto potente a causare danni, perché il sistema immunitario è programmato per distruggere gli agenti esterni, e facendolo può ovviamente causare danni collaterali. Un esempio di questa reazione estrema è la famosa tempesta di citochine: vengono prodotte moltissime molecole che stimolano il sistema immunitario e quando avviene in parti sensibili del corpo (come, ad esempio, i polmoni) il danno può essere letale. Per fortuna un evento del genere non è sempre presente.

E ora cosa succederà?
Lo vedremo nella prossima parte dell'articolo che sarà pubblicato tra pochi giorni.

Alla prossima.

lunedì 28 febbraio 2022

Burn Out

"I medici sono stanchi", "chi lavora in ospedale non ce la fa più...".

Cosa significa che un medico è "stanco"? Chiunque lavori probabilmente a fine giornata sarà stanco. E perché chi ha a che fare con la salute può esserlo di più?

Burn out, letteralmente "bruciato", "esaurito".
Ci sono centinaia di studi che analizzano questa condizione psicofisica legata al lavoro. In particolare per chi lavora con le persone malate il burn out è legato a vari fattori. Presa in carico di storie drammatiche, relazioni difficili, responsabilità enormi, tentativo di nascondere le proprie emozioni, ripensamenti, visione di vicende impressionanti, emozioni intense. Senza dimenticare un ambiente ostile, superiori aggressivi, mancanza di sostegno professionale.
Tutto questo, tutto il giorno e tutti i giorni può stancare, oltre che fisicamente, anche psicologicamente. Certamente il rischio di burn out può essere legato alla tipologia di pazienti che si affrontano (con disagi personali o coniugali, idee paranoiche, sintomi depressivi). Ormai non sono rari gli ospedali che prevedono la figura dello psicologo per i lavoratori e non sono rari i sanitari che vi ricorrono o sono anche costretti ad assentarsi per quello che una volta si chiamava "esaurimento nervoso".
Certamente non si deve generalizzare. Quasi sempre, se parliamo del lavoro del medico, chi ha scelto di fare questo lavoro era fortemente motivato al momento della scelta che si sa già dall'inizio essere particolarmente impegnativa. Si sceglie di stare lì ma è anche vero che non tutti hanno le stesse caratteristiche psicofisiche e la vita crea momenti di debolezza e fragilità, quindi pensare che "bisognava pensarci prima" non è sempre una risposta.

Chi è in burn out ha anche sintomi precisi e spesso visibili che possono essere anche difficili da cogliere. Segni di "depersonalizzazione", atteggiamenti negativi o apparente cinismo possono essere sintomi evidenti di burn out professionale. Gli studi sul tema evidenziano come questa sindrome sia più frequente in sanitari che lavorano nelle specialità chirurgiche o di urgenza (anestesisti, ortopedici, ginecologi, chirurghi) e arriva a colpire il 60% dei sanitari, per questo alcuni la definiscono "l'epidemia fantasma". Ovviamente non è solo quello della salute il campo nel quale si può manifestare questa sindrome ma sembrano più colpite le professioni che prevedono relazioni interpersonali (per esempio anche gli assistenti sociali, infermieri, psicologi e gli esponenti delle forze dell'ordine).


Il burn out è spesso associato ad aumento del rischio di dipendenze da alcol e droghe, aumenta il tasso di divorzi, suicidi e violenze domestiche.
Ci sono sicuramente correlazioni tra il rischio di burn out e il frequente eccesso di carico di lavoro per i sanitari. Come si può immaginare può essere frequente che, per motivi di emergenza o di routine, un medico faccia più turni del dovuto o semplicemente si intrattenga oltre l'orario di servizio. Se pensate che molte specialità prevedono (in ospedale) turni di 12 ore, intrattenersi per ulteriori 2-3 ore significa stare tutto il giorno fuori, tornare a casa per dormire e, probabilmente, l'indomani ricominciare. Sono ritmi spesso insostenibili, a maggior ragione con l'aumento dell'età media dei medici che lavorano (per esempio) nel nostro SSN. Ci sono altri problemi.
L'utenza nel tempo è diventata più aggressiva, molti accessi nei reparti di emergenza (pronto soccorso, per esempio) sono impropri e impegnano larga parte della giornata stancando e prosciugando risorse, troppo tempo speso in burocrazia spesso ripetuta, ridondante, eccessiva (pensate che esistono cartelle cliniche con più documenti burocratici che esami clinici!), mancato riconoscimento sociale del lavoro e tanto altro.
Per chi fa lavori usuranti il burn out è sempre in agguato.
In questo periodo di pandemia gli episodi di burn out sono certamente stati quasi sempre legati proprio a questo, all'eccesso di lavoro o alla fatica del contrasto all'emergenza, ai timori di fronte a una nuova, travolgente malattia. Un'indagine spagnola ha confermato che il 60% dei medici (in questo caso internisti) ha sofferto di burn out e i motivi più citati sono stati l'eccessivo carico di lavoro (cura del paziente che, come sappiamo nel periodo Covid è stata molto impegnativa) e la mancanza di sistemi di sicurezza e protezione (il timore di essere esposti a rischi ovviamente aumenta il livello di stress). A tutto questo aggiungiamo l'impegno che già deve sostenere professionalmente un lavoratore ospedaliero (medici e infermieri soprattutto), ambiente nel quale esiste molta competizione, spesso insoddisfazione e poco contatto con i responsabili ai vertici delle aziende con conseguente sensazione di avere pochi riconoscimenti dei propri sforzi.

Se dovessi aggiungere due righe di esperienza personale posso aggiungere che è quasi inevitabile, per chi lavora con la salute delle persone, sentire il peso, spesso enorme, della responsabilità, il pensiero di ciò che si è visto, i dubbi, le paure, gli errori reali o potenziali, la stanchezza fisica che è spesso enorme (ovviamente tutto cambia da una specialità medica all'altra). Chi fa questo lavoro sa di cosa sto parlando. La frase quasi proverbiale del "portarsi il lavoro a casa" può avere conseguenze devastanti sul lavoratore ma anche sulla sua famiglia. Tutto questo è associato (come ho scritto prima) a un lavoro aggiuntivo che toglie tutto al lavoro ideale del medico (burocrazia, certificati, consensi informati, cartelle, lettere, schede di dimissione, richieste e altro) che nel mondo reale rischia di impiegare la maggior parte del tempo di lavoro ad atti burocratici lasciando alla cura del paziente dei ritagli di tempo, dando origine a una frase che sempre più si ripete tra medici: "non è questo il lavoro che ho scelto". Un esempio specifico può essere relativo alla professione di infermiere, totalmente rivoluzionata negli anni, professionalizzata, l'infermiere oggi è un vero professionista della salute, non un mero esecutore di ordini come in passato. Partecipa (e spesso decide) la cura. Questo nella pratica può non essere vero. La routine, la velocità richiesta, le urgenze, la burocrazia, cancellano ogni forma di indipendenza rendendo automatico e meccanico il suo lavoro, creando così una categoria di persone non soddisfatte, che non fanno ciò che volevano fare.

Il problema, apparentemente secondario, è serio. Il lavoratore affetto da burn out rende di meno, sbaglia di più, lavora male e fa lavorare male gli altri, non è utile né al paziente, né ai colleghi e nemmeno a se stesso.

Il burn out conduce spesso al peggioramento dell'atteggiamento sul lavoro, a una vera e propria psicosi (chiamata la "sindrome della seconda vittima", ovvero il medico autore di un errore vive talmente male la colpa da diventarne anch'esso vittima). Questo disturbo, ben conosciuto, ha un decorso classico e segue gravi errori o incidenti di tipo medico. Nell'evoluzione tipica, dopo l'evento, il lavoratore si chiede come possa essere avvenuto il fatto e se si poteva prevedere, cosa pensino gli altri di lui e di quello che è accaduto, se questo comporterà conseguenze, denunce, licenziamenti, se l'evento diventasse di dominio pubblico si tende alla fuga, alla ricerca di anonimato, fino a un vero e proprio stato depressivo. È ben documentato il fatto che questioni legali conseguenti a errori medici, più che ridurli o "migliorarne l'esito" conduce a maggiori problemi ed errori, perché rendono gli autori dei presunti errori ancora più insicuri e dubbiosi, tanto che qualcuno ha detto che quei medici diventano a loro volta pazienti nell'indifferenza generale. Argomento complicato, come si vede, però sicuramente da approfondire e interessante.
La presa in carico coinvolge l'aspetto psicologico ma anche il sostegno dei colleghi di lavoro, l'aiuto degli altri e dell'ambiente circostante.

Insomma, qualcosa da non sottovalutare.
Per questo bisogna prendere atto del problema è, invece di nasconderlo, parlarne e affrontarlo. 

Alla prossima.