lunedì 9 marzo 2020

Coronavirus: cosa sta succedendo?

Nonostante cerchi di continuare a parlare di altri argomenti ormai (ovviamente) le cronache e le discussioni sono tutte incentrate sull'epidemia da Coronavirus. Di notizie ce ne sono tante, troppe e forse anche questo alimenta confusione e incertezza.
Come sempre credo che i dati siano la base migliore dalla quale partire.

Abbiamo un virus nuovo. Questo lo rende interessante dal punto di vista scientifico (per ovvi motivi), subdolo da quello clinico (non conoscendolo non sappiamo cosa possa causare).
Essendo un virus che si diffonde ormai da settimane (prima in una regione confinata, la Cina, poi in tutto il mondo), cominciamo ad avere qualche notizie in più. Certo, la valanga di notizie, pareri, opinioni e lanci d'agenzia non ha aiutato nessuno e parole come "epidemia", "pandemia", "zona rossa", "quarantena", sembrano uscite da un film apocalittico e possono fare paura, cosa che non giova. Ma allora, cosa sta succedendo? Cosa possiamo dire e cosa sappiamo oggi?

Sappiamo per esempio che la malattia causata da questo virus (si chiama Covid-19, CoronaVirus Disease) causa una sindrome simil influenzale con particolare coinvolgimento dei polmoni. Nei polmoni la malattia può causare una grave polmonite interstiziale che, in certi casi e soprattutto nelle persone a rischio, può essere persino letale. La classe che sembra più delicata e a rischio è quella degli anziani, dai 65 anni in poi con un rischio che aumenta parallelamente al'età (l'età media del decesso dei pazienti positivi al Coronavirus è 81 anni). Nei casi confermati in questa ondata epidemica quasi tutti (i due terzi) i decessi erano di persone con malattie preesistenti.

La letalità (numero di morti tra i contagiati) di questa malattia non è altissima ma nemmeno trascurabile, siamo attorno al 3,5% ma si tratta di un dato discutibile e sicuramente non preciso. Per capirci: molto probabilmente questo numero è in realtà molto più basso perché i contagiati sono solo quelli che risultano positivi al test per la presenza del virus. È molto probabile che molti (moltissimi?) positivi non sono mai stati rilevati perché con pochi sintomi e quindi non si sono mai resi conto di essersi ammalati. Se i contagiati (reali) fossero, come probabile, molti di più, la letalità sarebbe notevolmente più bassa (forse simile a quella dell'influenza stagionale). C'è da dire un'altra cosa importante, legata alle fasce d'età. Come ho scritto, questa malattia è più pericolosa per le persone più anziane (a maggior ragione oltre gli 80 anni). Se consideriamo la letalità per fasce d'età vedremo che negli over 80 avremo 10,9% di letalità (altissima), mentre nella fascia 0-65 anni di età è dello 0,5% (bassissima). Come notate, questi dati bisogna saperli leggere e, anche sapendolo fare, possono essere molto variabili.



Il dato della letalità generale (che sembra maggiore rispetto alla Cina contro quella delle varie fasce d'età), è una nota distorsione statistica dovuta al fatto che da noi ci sono più anziani, si chiama "Paradosso di Simpson".
Detto questo c'è un grosso problema. Il virus, come tanti virus e come in tante epidemie, non "chiede il permesso" per infettare. Ha un'alta contagiosità (più di altre malattie infettive) e quindi se "entra" in una popolazione rischia di infettarne larga parte. Per popolazione, in epidemiologia, non si intende per forza una nazione o una regione ma "un gruppo". Il virus può infettare una regione, una "macroregione" (il nord Italia, ad esempio) o una nazione intera ma anche di più.

Così è successo in Cina. Moltissimi contagiati, in pochissimo tempo e, anche se la letalità fosse bassissima, le vittime potrebbero essere tantissime (su grandi numeri, anche una piccola percentuale è in ogni caso numerosa).

Questo, a prescindere dalla gravità dei sintomi della malattia, oltre a fare vittime, sovraccarica le strutture sanitarie. Migliaia di persone si riversano al pronto soccorso, centinaia di ricoverati, tanti in rianimazione. Serve personale, farmaci, posti letto, macchinari. Quando questo succede in sei mesi (come per l'influenza) si riesce a sopportare l'impatto (e supportare tutti), quando questo avviene in un mese potrebbe far crollare tutto. E poi diventa una reazione a catena.
Se i reparti di rianimazione fossero pieni di pazienti con polmonite da Coronavirus, non potrebbero ricevere persone in insufficienza renale, con un infarto, chi ha avuto un incidente, una donna che ha avuto un'emorragia post partum, un uomo che ha avuto un ictus con conseguente diminuzione dell'assistenza, delle cure e quindi un aumento senza precedenti della mortalità e delle complicanze, oltre che un peggioramento improvviso e pesante del livello delle cure.

Ecco, il vero, principale rischio di questa epidemia è questo.
Un contagio veloce, della maggior parte della popolazione metterebbe a rischio il sistema sanitario e questo non sarebbe un problema solo relativo all'epidemia ma a tutto il resto.
A tutto questo si aggiunge il fatto che il virus è veramente pericoloso (come detto prima) nelle persone più anziane, cosa tipica delle malattie infettive a maggior ragione se con sintomi respiratori. Sono loro gli individui da proteggere perché, colpiti dalla malattia, avrebbero conseguenze gravi se non irreparabili.

E allora? I provvedimenti di contenimento e mitigazione? Le "zone rosse"?
Sono doverose.
Proprio per evitare quello che ho detto. Hanno funzionato, spesso funzionano e quindi dobbiamo usarle.
Questo ci consentirà (nello scorso articolo ho fornito qualche spiegazione e pure la letteratura scientifica a supporto) di diminuire i casi il più possibile e, in ogni caso, di "spalmare" quelli che hanno bisogno di cure, diminuire il numero dei contagiati e quindi delle complicanze, evitare il contagio di persone fragili (anziani su tutti) e curare tutti, fino alla fine dell'ondata epidemica. Se non riuscissimo a contenere il numero di persone bisognose di cure si potrebbe assistere al collasso del sistema sanitario. L'obiettivo delle misure di contenimento e mitigazione, è proprio quello di limitare il più possibile (annullarlo è praticamente un'utopia) la contagiosità del virus e la cosa più evidente (anche da studi che hanno analizzato il caso cinese) è che le misure devono essere severissime, rigide e rispettate, altrimenti saranno praticamente inutili.


Vari scenari. Il valore R0 indica la "contagiosità" del virus. Se è molto alta o anche solo alta, potrebbe determinare il collasso dell'assistenza medica. Se la abbassiamo a valori molto più bassi questo collasso sarà almeno ritardato e contenuto. Unica soluzione quindi è quella di diminuire i contagi e subito.

Il punto da capire è riflettere sulla conseguenza tra rischio individuale e rischio di popolazione (grazie a Luca De Fiore che mi ha fatto riflettere su questo punto decisivo). Questo può servire per fare capire a tutti, anche a chi non si rende conto della necessità delle misure di contenimento nonostante si parli di una malattia non grave, che siamo in un momento decisivo.

Il rischio individuale di questa malattia (quindi il rischio che corre ogni persona, ogni singolo di ammalarsi e avere gravi danni dalla malattia) è basso. Bassissimo. Non significa nullo e non significa che non morirà nessuno, anzi.
Il rischio di popolazione (le complicanze in generale, il peso su strutture mediche e lavoratori della sanità, lo stress sulla popolazione) è alto, altissimo.
Capita questa differenza le cose saranno messe al loro posto più giusto.

Per capirci ancora meglio.
Il rischio di ammalarsi oggi di difterite, in Italia, è molto basso, quasi nullo (anche perché ci vacciniamo). Ma allora perché ci vacciniamo ancora obbligatoriamente e ci battiamo per le vaccinazioni?
Perché il rischio di popolazione è molto alto. Basterebbe UN caso di difterite per causare un caos totale, rappresenterebbe un problema di salute pubblica molto grave. La malattia è gravissima per tutti, soprattutto per le persone più fragili (bambini, anziani, immunodepressi), quindi l'obiettivo non è avere "pochi casi" (sarebbe un dramma!) ma zero. Neanche uno. Per questo, nonostante non si parli di una malattia diffusa, siamo così impegnati per mantenerla tale. Non farlo non è solo rischiare (poco per se, tanto per gli altri), non solo causare dolore e sofferenza (anche a una persona è sempre tanto) ma anche dimostrare un egoismo e una superficialità altissimi, oltre che un bassissimo senso civico. Le malattie infettive, tutte, influenza compresa, sono per definizione pericolose e dannose e se fino a oggi non lo abbiamo capito è perché abbiamo i vaccini, le cure, le strutture sanitarie. Nel caso del Coronavirus non abbiamo vaccini, cure e le strutture sanitarie rischiano di non reggere l'impatto.

Ecco, la situazione attuale quindi non è un'apocalissi in corso e nemmeno sono prevedibili o pensabili stragi, si dovrà convivere per un po' con un problema che poteva accadere ed è accaduto. Calma e sangue freddo.

Tutto il resto, lo spettacolo al quale abbiamo assistito in questi giorni, tra cui urla, il panico, il terrore sono invece ingiustificati, inutili, pericolosi. Sono la conseguenza di un mondo virtuale, connesso, nel quale tanti cercano una finestra dalla quale affacciarsi o farsi notare.

Cosa ci aspetterà?

Un'epidemia ha un decorso quasi sempre tipico. Un aumento dei casi lineare (pochi casi, continuamente), poi esponenziale (tanti casi improvvisamente), poi si arriva al picco epidemico (tanti casi, il massimo raggiunto), una stabilizzazione (i nuovi casi restano simili per numero per un po' di tempo) per poi arrivare a un calo progressivo. Questo succede perché il virus trova sempre meno persone da infettare e condizioni sempre più sfavorevoli alla sua diffusione (più o meno dopo un 15%-20% di popolazione colpita si ha un picco epidemico).
Probabilmente anche questa volta succederà questo e l'obiettivo è proprio quello di arrivarci nel migliore dei modi.

Cosa fare quindi?
Seguire con attenzione e precisione i consigli delle istituzioni sanitarie.
Essere educati e rispettosi degli altri limitando i contatti e i comportamenti a rischio.
Evitare luoghi affollati.
Igiene ripetuta soprattutto delle mani.

E poi calma, serietà, razionalità.

Alla prossima.


Nota: Alcuni servizi utili.

Aggiornamento dati, protezione civile.
Solidarietà digitale. Servizi e facilitazioni per chi si trova in zona rossa.

martedì 3 marzo 2020

Coronavirus: cosa dobbiamo fare?

Stiamo vivendo, proprio in questi giorni, un'epidemia virale. Una malattia, chiamata Covid e causata da un virus appartenente alla famiglia (molto numerosa) dei Coronavirus.
Causa normalmente di raffreddori e sindromi parainfluenzali nell'uomo (e di altre malattie negli animali), questo di cui parliamo è in realtà un nuovo ceppo che per l'uomo non era mai stato causa di malattia. Probabilmente passato da un animale all'altro e poi, modificatosi ("mutato", un processo che avviene spessissimo nei virus) passato all'uomo.

È proprio questa la prima caratteristica di questo virus (e, forse, il primo pericolo): non lo conosciamo.
Non sappiamo bene cosa causi, non abbiamo esperienze passate e il nostro organismo non è mai stato a contatto con lui e quindi non ha nessuna difesa "pronta" per contrastarlo.
In più, la battaglia contro le malattie virali è molto difficile. Non ci sono cure, quando ci sono spesso funzionano poco e quello che possiamo fare è prevenirle (con un vaccino) o curarne i danni. In questo caso manca anche il vaccino (proprio perché "nuovo" non lo abbiamo mai preparato) e quindi non ci rimane che aspettare, vedere cosa succede e riparare i danni.

Le malattie virali sono sempre, più o meno dannose. Questa malattia sembra essere simile all'influenza (la malattia è una sindrome simil-influenzale, ha sintomi molto simili come tosse, dolori articolari, stanchezza, febbre) ma in particolare può causare una polmonite (infezione dei polmoni) che può complicarsi e diventare davvero subdola e pericolosa.
Ma come possiamo contrastare questa epidemia?

Sicuramente le prime misure sono quelle igieniche, fondamentali:

- Pulizia delle mani (già con acqua e sapone, meglio con disinfettanti), ripetuta.
- Igiene generale e degli ambienti, aerandoli spesso. Disinfestazioni e disinfezioni di spazi aperti e pubblici sembrano poco efficaci e dannosi per ambiente e persone.
- Evitare luoghi affollati e con contatti troppo ravvicinati e luoghi chiusi per troppo tempo.
- Non stare a contatto con soggetti a rischio o ufficialmente ammalati.

Ovviamente non è sempre facile seguire tutte le norme di sicurezza, serve impegno ma a volte non si riesce. Quelli elencati sono comportamenti della persona, che ognuno di noi può applicare, dipendono dalle nostre abitudini e dalla nostra volontà ma come ridurre in generale, in una popolazione, il rischio di contagio?
Ecco, per limitare le epidemie (più contagiati ci sono, più malati, più danni sociali ed economici, più decessi, complicanze, problemi, spese, posti letto occupati). serve prendere anche delle contromisure sociali, generali, nella popolazione.

Una delle più note e importanti è il "distanziamento sociale" ovvero, come dice la frase stessa, tutti quei gesti che diminuiscono la possibilità che tante persone si trovino assieme e molto vicine e quindi che aumenti la possibilità di contagio e che, anche in caso di contagio, questo avvenga tra meno persone possibili.
Un esempio: se una persona è malata e si trova in un'aula universitaria con trenta persone probabilmente contagerà almeno una quindicina di esse che poi, a loro volta (dipende dalla contagiosità del virus) ne contageranno altre. Se la stessa persone si trova in una discoteca con 300 persone ne contagerà 60 che, a loro volta, ne contageranno altre ma, come si può capire, il secondo caso è molto più dannoso e rischioso del primo.
Per questo il distanziamento sociale è considerato una pratica utile e da considerare in caso di epidemia e questo sta succedendo anche da noi in Italia. Scuole chiuse, riunioni e manifestazioni rimandate e poi distanziamento volontario. Le persone, spontaneamente, per precauzione (e per paura, a volte) evitano i luoghi pubblici, gli ospedali, gli assembramenti.
Ma il distanziamento sociale serve? E in particolare, come andrebbe fatto?
Proviamo a vedere se qualcuno ha studiato il fenomeno.



In caso di epidemia è chiaro che la logica ci dice che evitare eccessivi contatti e rischi di essere vicini a qualcuno che sia stato infettato dal virus siano un mezzo utile per limitare i contagi. Il problema è che ha un fortissimo peso sociale e economico.
Socialmente distanzia le persone, i rapporti, le amicizie, addirittura le parentele. Gli alunni non hanno più contatti, spesso nemmeno di gioco. Non è positivo. Le comunità più forti sono quelle unite, non quelle disunite o che evitano i contatti e sia per gli adulti che per i giovani i danni possono essere importanti. Economicamente, è chiaro, evitare di uscire, di frequentare posti affollati o di ritrovo, determina grandi perdite economiche per chi ha attività nei servizi, nel campo del ristoro, dello svago, del commercio in generale ma anche dei piccoli commercianti. Attività che fanno della "folla" una fonte di guadagno.
Allora cosa si può fare?
Abbiamo visto che anche il nostro paese ha adottato delle misure (prima tra tutte la chiusura della scuola nelle zone più a rischio) che si possono definire di "distacco sociale".
Vediamo le varie misure una per una.

Chiusura delle scuole.

Sembra che la chiusura delle scuole abbia una certa efficacia e per bilanciare l'efficacia nel limitare i contagi con il danno della mancata frequentazione delle lezioni da parte degli alunni, le scuole dovrebbero essere chiuse per il minor tempo possibile. Più o meno con chiusure settimanali al limite da rinnovare secondo le esigenze. L'efficacia di questo provvedimento è moderata e alcuni studi sembrano mostrare una buona capacità di ridurre la trasmissione di malattie influenzali con risultati incoraggianti come una riduzione di trasmissione della malattia, un ritardo del picco dei casi (che aiuterebbe a gestire meglio l'epidemia) di una o due settimane e una riduzione delle ondate epidemiche (meno picchi nelle regioni colpite). In media, secondo le varie modalità di epidemia e di chiusura delle scuole (misure "proattive" cioè prima che vi sia un focolaio epidemico, a scopo preventivo e "reattive", cioè in risposta a casi già presenti) l'efficacia della chiusura è moderata, va dal 7-12% di riduzione dei casi di contagio o nelle stime più ottimistiche fino al 50% 

Ci sono però anche studi (di meno) che non notano differenze tra ondate epidemiche con chiusura delle scuole e senza chiusura. Grandi differenze tra le stime statistiche (i "modelli" creati dagli studiosi) e i risultati nella vita reale, probabilmente perché gli studenti, anche a scuola chiusa, non restano chiusi a casa e frequentano altri posti pubblici riducendo l'impatto della chiusura scolastica.
Come si vede, almeno le stime, non notano un effetto importantissimo ma davanti a un allarme anche una lieve riduzione del danno è già qualcosa.
Tra i problemi causati dalla chiusura delle scuole ci sono quelli sociali del mancato contatto tra compagni di classe, il ritardo nel programma di studi, i costi economici legati alla chiusura (riorganizzazione trasporti, mantenimento climatizzatori, riposo operatori della scuola, comunicazioni e contatti con le famiglie) e la gestione della famiglia (sono state calcolate fino al 45% di assenze dal lavoro di uno o due genitori per gestione dei figli che non andavano a scuola).

Chiusura uffici.

La chiusura di luoghi di lavoro e uffici è davvero difficilmente praticabile. Si tratterebbe in pratica di un blocco totale delle attività di un paese. Non solo in caso di chiusura di uffici pubblici (poste, servizi elettrici, gas, telefonici), centralini e simili ma anche in caso di chiusura di uffici privati. Si tratterebbe di una misura estrema e che alla fine non sembra neanche così efficace, visto che sono pochi gli uffici (pubblici o privati) dove vi sia un grande assembramento di persone, tranne per alcuni uffici pubblici che però possono prendere alcuni accorgimenti per evitare contatti continui con il pubblico (vetri separatori, barriere, mascherine, distanza e altro).
Alcune stime dicono che, se in una classica epidemia influenzale il 18,6% della popolazione è contagiato, se restassero chiusi il 10% dei posti di lavoro questa soglia diventerebbe 11,9%. Quindi un risultato non eccezionale ma accettabile. Se invece chiudessero il 33% dei posti di lavoro, quella soglia diventerebbe il 4,9%, questo sì un risultato eccezionale. Questo significherebbe che per avere un impatto positivo ed efficace, dovrebbero stare chiusi almeno un terzo dei posti di lavoro.

I danni di questa eventuale chiusura sarebbero enormi e facilmente immaginabili. Oltre a quelli già immaginati per gli uffici pubblici si dovrebbe pensare anche al danno economico nazionale e agli approvvigionamenti di beni e servii per la popolazione in un momento (quello dell'epidemia) di difficoltà.

Telelavoro.

Lavorare da casa. Questo espone il lavoratore a meno contatti pericolosi e il gruppo nel quale lavora abitualmente a rischiare di meno. Lavorando da casa (quando possibile, con connessioni telefoniche o informatiche) il lavoratore ha un rischio molto basso di ammalarsi. Il telelavoro ha un'efficacia moderata nel ridurre le epidemie, uno studio effettuato in Giappone ha mostrato una riduzione del 20% dei casi di contagio influenzale, un altro americano ha notato come chi ha un familiare malato, lavorando da casa, riduce del 30% il rischio di trasmettere la malattia ad altre persone. A questo si aggiunge che questa formula di lavoro è in genere ben accetta e gradita. Il principale problema è la difficoltà di organizzazione di alcuni lavoratori e, in alcuni casi, la difficoltà di connessione informatica. Si tratta comunque di una soluzione che ha un buon impatto sulla riduzione dell'epidemia.

Isolamento (o quarantena) volontario.

È un provvedimento moderatamente efficace. Sicuramente tra tutti i modelli di quarantena, quello più utile è l'isolamento dei soggetti che sono venuti in contatto con un infetto. Sembra che queste forme di contenimento siano utili soprattutto per ridurre e ritardare il picco di casi. C'è però una cosa da prendere seriamente in considerazione: i soggetti isolati in gruppi sono (ovviamente) ad altissimo rischio di contagio e non ci sono differenze se questi soggetti sono isolati in ambienti singoli o separati (abbiamo avuto un piccolo esempio di cosa succede anche in questa epidemia, con la nave da crociera isolata prima dell'attracco che è diventata un piccolo focolaio epidemico). In caso di isolamento quindi bisogna prepararsi all'evenienza di un piccolo gruppo di contagiati preparandosi. Tra i provvedimenti da prendere in caso di isolamento di gruppi è importante il sostegno fisico e psicologico di questi gruppi. Il periodo di isolamento dipende dalle caratteristiche dell'epidemia considerata, può variare da un periodo di una settimana a due ma anche più e un altro punto è proprio definire il periodo corretto di quarantena per evitare confusioni e disorientamento (per esempio zone diverse che fanno quarantene diverse).

Cancellazione di spostamenti di massa.

Sarebbe uno dei provvedimenti forse più efficaci nel ridurre l'espansione dei contagi. Anzi, si può facilmente capire come, se si vietassero gli spostamenti da un posto all'altro, soprattutto nelle grandi distanze, non solo si isolerebbero i focolai di epidemia ma si eviterebbe che questi si diffondano in posti lontani dal focolaio originale. Ma questo è oggi possibile? La risposta è no. Non solo è impossibile perché richiederebbe un blocco immediato e improvviso (l'efficacia viene persa se si ritarda solo di pochi giorni) ma praticamente totale. Sicuramente le persone dovrebbero essere preparate e incoraggiate (e sostenute) nell'evitare spostamenti importanti ma non necessari, in ogni caso questo provvedimento, serio, ha dei limiti. Per essere efficace, un provvedimento del genere dovrebbe prevedere almeno il 50% degli spostamenti (viaggi aerei, treni, mezzi di trasporto cittadini e extraurbani) cancellati. Con le conseguenze che si possono immaginare. Direi improponibile.

Conclusioni.

A conti fatti il distanziamento sociale, una delle armi più diffuse (e tra le poche) per contrastare epidemie di malattie infettive ha una bassa efficacia ma sembra avere comunque un certo impatto nel ridurre l'entità e la gravità di una epidemia. Per questo, in mancanza di altre soluzioni e soprattutto in caso di urgenza di intervento, i vari mezzi di distacco sociale possono essere presi in esame. Punto fondamentale di tutte queste misure è che vanno applicate appena possibile, subito. Un ritardo può renderle meno efficaci o completamente inutili.
Dagli studi effettuati sembra che la chiusura delle scuole per il minor tempo possibile (una settimana rinnovabile secondo le esigenze), il telelavoro per ridurre il numero di persone presenti in uno stesso luogo di lavoro e l'isolamento volontario, rappresentino i mezzi più praticabili e efficaci di distacco sociale.

Alla prossima.

martedì 18 febbraio 2020

Coronavirus 2019.

I recenti fatti di cronaca raccontano di un'epidemia causata da un virus, che ormai tutti conosciamo per le tante volte che ne abbiamo sentito parlare. Il nome del virus è SARS-CoV-2 e causa una malattia, con sintomi principalmente respiratori, che può essere anche molto grave. Il focolaio dell'epidemia è stato identificato in Cina e la vera "stranezza" del virus è che si tratta di un "nuovo" virus per noi umani. Prima di noi questo virus (sembra) infettava alcuni animali ma, come spesso accade, si è trasformato ed è "saltato" nell'uomo, cosa mai successa prima per questo virus. Per questo gli esperti sono preoccupati: non lo conosciamo bene, non sappiamo bene cosa potrebbe causare, che malattie e come si diffonde. Ora iniziamo ad avere qualche notizia ma sempre troppo poco.


Intanto alcuni numeri (attenzione, i numeri sono in continuo aggiornamento, oggi è il 18/02/2020): 73.332 casi totali (72.528 in Cina). 1.870 morti.
Per fare un paragone con una passata pandemia (quella alla quale assistiamo ancora non può essere definita pandemia ma "epidemia") dobbiamo tornare al 2009 quando avvenne una pandemia che colpì varie parti del mondo causata da un virus influenzale chiamato H1N1 (volgarmente "influenza suina"). In quel caso i contagiati furono 482.300 e i morti 6.000. Come si vede molti di più di quelli che riguardano questa epidemia. Solo in Italia ci furono 229 morti che possono sembrare tantissimi ma sono anche meno di quelli di altre epidemie influenzali.
Altri numeri possono essere interessanti e quelli forniti dal CDC cinese nel più ampio (finora) report sui casi confermati di malattia da Coronavirus (44.000 casi) sono interessanti.
Apprendiamo per esempio che l'82% dei casi confermati ha avuto sintomi lievi e che l'85% dei morti ha più di 60 anni. Questi numeri confermerebbero che l'infezione, con le giuste misure di contenimento (che per ora sembrano quelle viste) potrebbe non costituire una minaccia particolarmente grave. Presto per cantare vittoria ma forse non per guardare tutto con più tranquillità di come sembrava all'inizio.



Ma allora perché questo panico?
Provo a dire la mia.

Nelle persone, nel cittadino normale, il panico si sparge quando non capisce bene una notizia e assiste a cose mai viste prima, alle quali non è abituato. Uomini con la tuta, quarantene, filmati con arresti e controlli di massa, preoccupano già solo questi. Se poi le autorità non sanno comunicare, non danno certezze e sembrano brancolare nel buio, la paura aumenta di intensità.
In questi giorni si è poi assistito a comportamenti particolari. Esperti che invece di tranquillizzare hanno confuso ancora di più, dichiarando un giorno "è la cosa peggiore mai vista" e il giorno dopo "il rischio è zero".
Il cittadino ha ovviamente bisogno di una guida, di qualcuno che informi correttamente e con equilibrio ma questo, nei tempi del web, sembra complicato.
Così qualcuno ne approfitta suonando le sirene d'allarme che, a ben vedere, più che d'allarme sono un suono acuto e fastidioso che ha lo scopo di attirare l'attenzione su di sé.
Al netto quindi di allarmismi e terrorismi, possiamo dire che questa epidemia è una di quelle cose che sono successe e succederanno. Fondamentale non è spargere paura facendo credere all'apocalisse imminente, è la preparazione delle autorità (e quelle cinesi, nonostante tutto, hanno fatto uno sforzo a dir poco immane, quelle italiane sono state pronte e reattive) e la comunicazione giusta.
Il resto, mascherine, prodotti omeopatici, spray antivirus o paure da web, non servono a nulla. Bisogna inoltre aggiungere che da noi, in Italia, il rischio è attualmente molto basso. Il virus non c'è, semplicemente, è ancora lontano da noi. Non c'è quindi nessun motivo per agitarsi e bisogna solo aggiornarsi con le notizie provenienti dal ministero della salute. Il resto è panico.

Se quindi il lavoro "serio" deve essere fatto dagli esperti e da chi lo fa (ministeri, agenzie di salute), quello comunicativo (secondo me) deve essere gestito localmente dai vari ministeri. Così da evitare che ognuno dica la sua contraddicendosi da un giorno all'altro e basandosi su finte notizie o comunicati sbagliati. Certo, occhi aperti, bisogna studiare e seguire l'evolversi della situazione, mai abbassare la guardia. Ma questo è compito di chi lavora nelle istituzioni, non di altri. Inoltre, se un dato può tranquillizzarci, è che tutti gli indicatori mostrano come i casi si stiano stabilizzando e che l'epidemia resta, fondamentalmente, confinata in Cina e in una provincia in particolare. La situazione quindi attualmente non è fuori controllo.
Non è possibile però trarre delle conclusioni certe. La situazione è in evoluzione e, alla fine, questo virus lo conosciamo ancora poco. Anche gli esperti vanno da previsioni ottimistiche e che parlano di prossima fine dell'epidemia a scenari pessimistici che ipotizzano un peggioramento della situazione drammatico.

A che punto siamo quindi?

Un riassunto della situazione ci viene dal PTS (Patto Trasversale per la Scienza) un gruppo di scienziati, esperti e comunicatori creato per combattere le false notizie in medicina). Il comunicato è a firma del PTS nelle persone di: prof. Pier Luigi Lopalco (ordinario di Igiene e presidente PTS), del prof. Matteo Bassetti (ordinario Clinica Malattie Infettive e coordinatore Gruppo Vaccini PTS), del prof. Guido Silvestri, del dott. Stefano Zona (medico infettivologo, IoVaccino) e del dott. Stefano Prandoni (pediatra, L’influenza questa sconosciuta). Leggiamolo.

1. L’epidemia causata dal nuovo coronavirus, battezzato SARS-CoV-2, è in continuo divenire e così anche le nostre conoscenze in proposito.
2. Al momento, i dati ufficiali ci inducono a considerare una letalità della COVID19 significativamente inferiore ad infezioni da altri Coronavirus (SARS e MERS).
3. Il ritmo di crescita, un indice che si chiama R0 e ci dice quante persone possono essere contagiate da un soggetto infetto, è confrontabile con quello di altri virus, come quello influenzale pandemico.
4. In questa situazione, riteniamo oltremodo corretto, da parte delle istituzioni sanitarie nazionali e sovranazionali, l’aver messo in atto ogni possibile strategia per la precoce identificazione dei pazienti infetti e il contenimento dell’epidemia. Infatti, indipendentemente dal tasso di letalità, è importante evitare che il nuovo Coronavirus diventi endemico a livello planetario. Occorre tuttavia notare come sarebbe più appropriato un atteggiamento continentale più in sintonia tra i diversi Stati europei.
5. Il livello elevato di attenzione da parte delle autorità sanitarie non giustifica, tuttavia, l’allarmismo nella popolazione italiana che si è registrato negli ultimi giorni. È invece importante sfruttare questo momento mediatico per istruire la popolazione generale su alcune buone pratiche di igiene che sappiamo già ora essere utili per prevenire la trasmissione di moltissimi patogeni, tra cui anche il SARS-CoV-2:

→ lavaggio delle mani con acqua e sapone o con gel di soluzione alcolica, da eseguire più volte al giorno, soprattutto prima di mangiare o di toccarsi naso, bocca e occhi;
→ utilizzo di fazzoletti monouso per coprire bocca e naso quando si tossisce o si starnutisce, gettando immediatamente nel pattume il fazzoletto; in alternativa, coprire bocca e naso con l’incavo del braccio;
→ areare spesso i locali chiusi.
Poiché, come dicevamo, le informazioni e i dati sono in continuo aggiornamento, si invitano i cittadini a non cadere nella trappola della disinformazione e a consultare fonti accreditate. Qui di seguito un elenco di siti
istituzionali:
- Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus
- Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/
- Centro Europeo per la Prevenzione e Controllo delle Malattie Infettive (ECDC):
- Organizzazione Mondiale della Sanità: https://www.who.int/emergen…/diseases/novel-coronavirus-2019

Le precauzioni che si devono prendere in questo caso sono identiche a quelle che si prendono per le altre malattie infettive. Forse questa epidemia ha un lato positivo. Ci fa capire come non viviamo in un paesino sperduto e solitario ma in un pianeta comune e che i fatti dall'altra parte del globo interessano tutti e poi ci sta aiutando a capire come affrontiamo le emergenze e come possiamo migliorarci.
In più un pensiero va a quelle persone che, sopratutto all'inizio dell'epidemia, hanno perso la vita, anche degli operatori sanitari che, altro non sono, che morti sul lavoro.
Se però chi lavora sul campo rischia di perdere la vita, chi lavora sui media provi a non fare perdere la calma a nessuno, che si capisca come non solo la paura non serva a niente ma che l'allarme è  ingiustificato e soprattutto pericoloso, per tutti.

Alla prossima.

venerdì 10 gennaio 2020

Quello che non conosciamo ci fa paura.

Partiamo da un dato di fatto, se non conosciamo una cosa, soprattutto se si tratta di qualcosa di complicato, dal meccanismo difficile da comprendere o che ottiene risultati inaspettati, ne siamo diffidenti. Se poi questa cosa potenzialmente interviene sui meccanismi della salute o della vita di tutti noi possiamo arrivare ad averne paura. Quando non avevamo confidenza con l'aereo, la paura di volare era comunissima, ora molto di meno ma presente, volare è poco "umano", è un eccezionale risultato dell'ingegno ma innaturale, contro le nostre leggi fisiologiche, per questo in molti ne hanno diffidenza anche se, dati alla mano, si tratta forse del più sicuro mezzo di trasporto esistente. Succede per molte cose della medicina. Finché non ci abituiamo a una tecnica o un farmaco ne siamo diffidenti. È successo per ogni scoperta e innovazione, anche per le più incredibili. Le teorie del complotto nascono proprio per questo, un argomento che non è alla nostra portata (per cultura, formazione, per facilità di comprensione) è misterioso e cerchiamo spiegazioni alternative, complicate, per spiegarlo, non possiamo crederlo possibile.

Nel 1900 l'elettricità fu una vera e propria rivoluzione, soprattutto quando arrivò nelle città e nelle case. Vedere che premendo un pulsante sul muro riuscivamo a illuminare una stanza che fino a quel giorno era stata appena schiarita, tra fumi e cattivi odori da una candela o un lumino a petrolio, sembrava una magia. Ancora più incredibile quando apparvero i fili per le strade. Quei cavi che trasportavano energia elettrica da una casa all'altra, da un punto all'altro della città, facevano paura. Quale diavoleria scorrerà dentro quei cavi? Quale sortilegio permetteva di accendere una lampadina a chilometri di distanza? Cosa era quella misteriosa energia, quel fluido magico? Sarà pericoloso? Avranno ragione quelli che dicono che trasporta il male e che ci uccide lentamente? A nulla valevano i discorsi tecnici degli scienziati, quei professoroni che pontificavano dalle loro cattedre, tanto erano i cittadini, i più poveri, che vedevano penzolare sulle loro teste, quei minacciosi cavi elettrici tenuti in piedi solo da travi di legno.

Finché arrivò il giorno nel quale tutte le paure e le ansie si materializzarono.
D'altronde qualcuno aveva avvertito. Si diceva che i cavi trasportassero un'energia mortale, che poteva uccidere un uomo a distanza e che, anche se non uccideva subito, lo faceva ammalare.
La potenza di quella energia era stata usata a scopo dimostrativo su un cavallo che, toccato da un cavo, crollò al suolo immediatamente, morto. Era la prova che quello era il male, non una cosa benefica.
Come poteva essere quindi utile una cosa del genere?

L'11 ottobre 1889 a Buffalo, nello stato americano di New York, un autista della Western Union, John Feeks, stava lavorando su dei cavi telegrafici di una linea delle strade di Manhattan, in quel momento affollatissime, quando afferrò con una mano un cavo poco distante. Fu investito da una potente scarica elettrica, morì all'istante, folgorato e il suo corpo restò per più di un'ora penzolante tra scintille, fumo e scariche elettriche con il pubblico inorridito per quello spettacolo terribile.
Questo fu un episodio che scatenò ulteriormente le paure dei cittadini, finì su tutti i giornali e pure molte autorità iniziarono a diffidare delle linee elettriche.
I quotidiani titolavano: "I pericoli delle linee elettriche", diffidando le compagnie elettriche e spaventando ulteriormente i cittadini. Ci fu chi chiese l'arresto per "omicidio colposo" dei responsabili della compagnia elettrica che gestiva la linea coinvolta nell'incidente e si parlò a quel punto di "panico da cavo elettrico".
Le persone evitavano accuratamente di passare o camminare sotto i cavi. Molti cittadini evitavano di accendere le luci, altri arrivarono a rinunciare all'allacciamento elettrico. Quella nuova energia preoccupava tutti.
I media d'altronde non aiutavano.

Il quotidiano di New Orleans The Times-Picayune scrisse: "La morte non si ferma sull'ingresso di casa ma entra diritta dentro e basta aprire una porta o accendere il gas per morire". La popolazione era talmente allarmata che si susseguivano dibattiti sui giornali e qualcuno cercò pure di approfittarsene, come lo stesso Thomas Edison (uno degli imprenditori più noti, famoso per la produzione delle prime lampadine) che suggeriva di usare la corrente continua (DC) e non quella alternata (AC) che era usata ai tempi (ma lui era proprietario del sistema che la distribuiva, quindi non proprio disinteressato). Edison suggerì anche di abbassare il voltaggio delle linee elettriche e sconsigliò di mettere i cavi sotterranei al posto di quelli aerei perché il pericolo sarebbe solo "nascosto" alla vista. George Westinghouse, industriale, proprietario di molte linee elettriche delle più grandi città americane (che invece usavano proprio la corrente alternata fece presente che in confronto alle 5 vittime folgorate nell'ultimo anno, ci furono 87 morti da incidenti d'auto e esplosioni di gas. I due erano concorrenti anche sul mercato e quindi si parlò di "guerra delle correnti" perché ognuno sembrava pensare più ai propri affari che alla sicurezza del cittadino.

Il panico, anche per questa confusione, restò identico e le compagnie erano impegnate a risolvere decine di richieste per risarcimento danni causati dalle linee elettriche.
Nacquero anche i movimenti anti elettricità (proprio come i nostrani "no vax" o quelli "anti 5G") che chiedevano di fermare quell'energia omicida e di salvaguardare la salute del cittadino e si basavano quasi esclusivamente sulla paura e sul disorientamento causato dalla novità. Usavano a questo scopo propaganda, manifesti e spazi sui giornali, avvertendo la popolazione di diffidare di quella strana energia omicida e dannosa.

Uno dei manifesti di propaganda anti-elettricità: l'energia che uccide. Siamo nel 1890 circa.

Fu solo il tempo (e gli accordi tra compagnie elettriche) a far passare la questione in secondo piano, progressivamente l'elettricità arrivò in tutte le case, alimentava industrie e aziende, permetteva il funzionamento di mezzi di trasporto, frigoriferi, servizi e negozi e diventò normale, parte integrante della nostra vita di tutti i giorni. Diventò addirittura utile, fondamentale, anche per la salute. Permetteva infatti una buona conservazione dei cibi, l'eliminazione di batteri, infezioni, muffe, si rinfrescava l'acqua, si illuminava e riscaldava la casa, si avevano a disposizione strumenti e utensili utilissimi e mai visti.
Ecco come una delle scoperte e applicazioni della scienza più utili, diffuse e fondamentali sia stata, inizialmente, oggetto di paura e diffidenza.
Certo, eravamo agli albori, tecnicamente c'era tanta strada da fare, mancava esperienza, forse progresso e qualche conoscenza in più ma non era l'energia ad essere pericolosa, era (ed è), come sempre, l'uso che se ne fa.
Questo vale per tutto: farmaci, vaccini, chirurgia, alimenti. Non c'è un pericolo di morte assoluto in qualsiasi cosa o azione, il pericolo si trasforma e si crea quando una cosa la usiamo male. Le stesse armi non sono "cattive" (casomai è chi le usa per fare del male ad esserlo) ma possono essere un mezzo di difesa o di caccia (quando ce n'era bisogno). Così le medicine: sono utilissime ma dobbiamo saperle usare, averne paura a prescindere è segno di ignoranza e chiusura mentale.

I farmaci sono sostanze molto potenti. Possiamo usarle per avvelenarci o per curarci da malattie gravi. Le scie di condensazione che lasciano gli aerei in cielo, se non le conosciamo, le chiamiamo "scie chimiche", i satelliti artificiali che ci aiutano a comunicare, se non li conosciamo, non li capiamo, li chiamiamo "UFO, oggetti volanti non identificati", abbiamo paura di quello che non conosciamo. Per essere ancora più precisi, la paura sorge dalla nostra immaginazione. Non conoscendo qualcosa ne immaginiamo le conseguenze, l'evoluzione, gli effetti e, ovviamente, li immagineremo in base alle poche notizie che abbiamo. Saranno così le "voci" incontrollate, le notizie sul giornale, su internet, quello che dicono i nostri conoscenti a condizionare la nostra immaginazione e quindi la paura e la diffidenza.
Per questo, il modo migliore per affrontare le novità, è provare a conoscerle in prima persona, informarsi personalmente, rivolgersi a persone di cui ci fidiamo e di competenza.
Lo studio, la ricerca ed il progresso ci servono proprio a non aver paura.

Abbiamo anche un esempio curioso e di casa nostra di fobia dell'elettricità, un frammento del grande romanzo di Giovanni Verga, i Malavoglia:
"Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai», e quelli che stavano fuori nel cortile guardavano il cielo, perché un’altra pioggerella ci sarebbe voluta come il pane. Padron Cipolla lo sapeva lui perché non pioveva più come prima. - Non piove più perché hanno messo quel maledetto filo del telegrafo, che si tira tutta la pioggia, e se la porta via.
Compare Mangiacarrubbe allora, e Tino Piedipapera, rimasero a bocca aperta, perché giusto sulla strada di Trezza c’erano i pali del telegrafo; ma siccome don Silvestro cominciava a ridere, e a fare ah! ah! ah! come una gallina, padron Cipolla si alzò dal muricciuolo, infuriato, e se la prese con gli ignoranti, che avevano le orecchie lunghe come gli asini. - Che non lo sapevano che il telegrafo portava le notizie da un luogo all’altro; questo succedeva perché dentro il filo ci era un certo succo come nel tralcio della vite, e allo stesso modo si tirava la pioggia dalle nuvole, e se la portava lontano, dove ce n’era più di bisogno; potevano andare a domandarlo allo speziale che l’aveva detta; e per questo ci avevano messa la legge che chi rompe il filo del telegrafo va in prigione.
Allora anche don Silvestro non seppe più che dire, e si mise la lingua in tasca. - Santi del Paradiso! Si avrebbero a tagliarli tutti quei pali del telegrafo, e buttarli nel fuoco! incominciò compare Zuppiddu, ma nessuno gli dava retta, e guardavano nell’orto, per mutar discorso."
Giovanni Verga. I Malavoglia, 1881

Proviamo quindi, se ci troviamo di fronte a una novità o un nuovo passo del progresso, a non averne paura a prescindere ma a studiarlo, capirlo, documentarci. Potrebbe esserci utile e potrebbe rappresentare, persino, un balzo avanti nel progresso per l'intera umanità.

Alla prossima.

lunedì 23 dicembre 2019

Omeopatia e finte cure: cosa possiamo imparare da loro?

L'omeopatia (per chi non sapesse di cosa si tratta può approfondire qui) è una finta cura, nata nell'ottocento, che pretende di curare tutte le malattie con delle caramelle di zucchero. Ha conosciuto un suo momento di gloria verso gli anni '90, forse in risposta all'eccesso di medicine che rischiava (e rischia) di essere un pericolo per tutti. Dopo l'esaltazione iniziale, la sua natura esclusivamente commerciale e l'ovvia inefficacia, hanno ridotto le vendite e la notorietà relegandola a piccolo fenomeno di nicchia. Negli ultimi anni, la consapevolezza dei consumatori e la diffusione dell'informazione corretta hanno ridotto ulteriormente il successo di questa pratica, tanto che le vendite sono ormai ridottissime e le aziende produttrici cercano nuovi spazi commerciali per guadagnare.

Mi batto da anni per far conoscere alle persone la realtà di questa finta medicina, per due motivi principali: il malato non è un limone da spremere è una persona fragile e anche se ha un piccolo disturbo, la bugia e la prescrizione di finte medicine dovrebbero essere proibite sempre e senza eccezioni.
Il secondo motivo è di principio: se lasciamo passare l'idea (per qualcuno "innocente") che una caramella di zucchero possa curare le malattie per motivi magici, apriamo la porta a truffe più grandi. Se può curare la caramella di zucchero può curare anche l'imposizione delle mani, o l'aglio per il cancro o il prezzemolo per le malattie neurodegenerative. Non si può ammettere, nemmeno come "consolazione" che una vera e propria frode diventi medicina.

Questo vale per tutte le cure, anche quelle scientificamente accertate e usate. Una medicina deve curare, più o meno, non per forza sempre ma deve curare in maniera dimostrata, deve essere più utile che dannosa. Il resto sono chiacchiere (spesso interessate al guadagno di soldi).

Ma allora, in un momento di declino e, probabilmente, di prossima sparizione di questa "cura" che cosa possiamo salvare dell'omeopatia?
Perché di ogni cosa, anche la meno bella, dobbiamo ricavarne un insegnamento, un suggerimento.  La stessa cosa vale per le altre cure alternative. Ogni truffa, ogni ciarlataneria ci può dare uno spunto per migliorare la medicina, perché se le persone ci credono, se si affidano (anche solo per disperazione) a queste truffe, un motivo ci sarà e non è sempre chiaro.
C'è chi dice: "se ha un effetto placebo, ovvero causa dei piccoli miglioramenti perché le persone pensano di prendere medicine, perché non usarla? Avremmo un effetto su chi magari non ha malattie e non avremmo gli effetti collaterali o tossici delle medicine".
Idea non stupida ma ci sono molti problemi.
Primo tra tutti è che l'effetto placebo non è controllabile o prevedibile.
Non sappiamo se un finto prodotto possa funzionare poco o tanto, non sappiamo fino a quando possa funzionare e su alcuni non funziona proprio per niente. Che senso avrebbe quindi usare una finta medicina se non ne abbiamo il controllo e non sappiamo nemmeno se possa avere effetti? E perché dovremmo mentire alle persone per ottenere, forse, un effetto?

Altri, visto che un ruolo decisivo nel successo di queste finte cure è il modo di porsi del medico, del guaritore e del suo atteggiamento, indicano un legame proprio nel rapporto tra medico e paziente. L'omeopata parla tanto, chiede tanto, ascolta, perde tempo. Usa parole magiche (succussione, dinamizzazione, memoria dell'acqua...).
Lo nota persino uno studio, gli effetti dell'omeopatia sulle persone sono tanto più presenti quanto è più lunga e accurata la visita dell'omeopata. Questo succede raramente nella medicina. Orari stretti, fretta, personale ridotto, impegni continui, rendono spesso le visite veloci, velocissime, fredde, quasi atti dovuti che non lasciano nessuno spazio all'empatia, alla comprensione, al parlare, capire, ascoltare.

Ecco. Questa è una delle lezioni che possiamo apprendere dalle cure alternative. Un vecchio detto recita: cura più la parola che le medicine. Provare a parlare di più, prima ancora, imparare ad ascoltare. Discutere, arrivare a decisioni condivise, spiegare, ragionare, sono tutti comportamenti non solo doverosi ma che renderebbero (e lo dico proprio perché è il mio lavoro e so di cosa parlo) la medicina non solo più umana ma anche molto più efficace.
Questa probabilmente è una cosa che dobbiamo apprendere dagli omeopati. A questo aggiungerei che le false cure (si chiamano per questo "miracolose") promettono tanto, troppo, l'impossibile: funzionano sempre, senza problemi né effetti collaterali. A parole.

Questo non è giusto, non si possono fare promesse al vento, non è giusto esagerare o dire bugie al paziente tanto per accontentarlo, nemmeno se fosse per dare una speranza. Ma la speranza è una delle facce della disperazione e, soprattutto nelle malattie più gravi, la speranza deve essere sempre l'ultima a morire.
Per questo un'altra lezione che dobbiamo fare nostra e rubare ai ciarlatani è la speranza: anche se fosse poca, anche se fosse ridotta diamola. Non c'è bisogno di bugie, non si deve prendere in giro il paziente: c'è una possibilità? Usiamola, lottiamo assieme, speriamo insieme.
Un altro aspetto che trovo interessante dell'omeopatia è che le teorie magiche di questa pratica (più si diluisce un rimedio più questo sarebbe efficace, non è magia? Oppure la "succussione", battere 100 volte su una Bibbia il rimedio, non è esoterismo?) nonostante siano incredibili e difficilmente proponibili, rendono una pratica paranormale come l'omeopatia una medicina, usata anche negli ospedali, con appoggi e pareri favorevoli incredibili. In parte per non conoscenza ma anche perché affascinante, esattamente come gli oroscopi e i maghi. Questo succede per tutte le false cure, ognuna è miracolosa, magica, inarrivabile: misteriosa.
Questo può farci capire come l'istinto umano sia sempre legato alla speranza, al magico, all'insondabile e quindi la medicina, nella sua razionalità, si trova spesso in una posizione di distanza, di "freddezza", di poca vicinanza all'essere umano.
Imparare a non banalizzare la medicina (ma senza renderla magia), raccontarne i risultati fantastici, quasi miracolosi, può (forse, è un'idea) renderla più "amata", più desiderata. Senza però, ribadisco, renderla magia, attenendosi ai fatti, alle cose oggettive. 

Ma c'è un altra cosa che pochi sanno per la quale dovremmo ringraziare l'omeopatia.
Oggi, la scienza, per dire se un farmaco funziona deve fare degli esperimenti e ogni esperimento pur preciso e corretto, avrà sempre una possibilità di errore. Siamo umani e, anche non volendolo, possiamo commettere errori che però, in campo medico, possono essere molto pericolosi. Nella ricerca ci sono alcuni trucchi, piccoli metodi, procedure, che rendono più bassa la possibilità di sbagliare, che "correggono" le tendenze umane e le dimenticanze, che cercano di distinguere le "impressioni" e le "opinioni" dai fatti, dai dati oggettivi (nella ricerca si chiamano "bias", errori).

Usiamo per questo il placebo (una pillola senza ingredienti) per controllare se l'effetto che notiamo è del farmaco che stiamo testando o è un caso, un effetto non legato al farmaco. Per essere ancora più precisi facciamo l'esperimento senza dire ai soggetti che prendono il farmaco testato se stiamo dando proprio il farmaco o il placebo (si chiama "esperimento in cieco") o, addirittura, nemmeno i medici che somministrano i prodotto da provare, sanno se si tratta proprio di quello o del placebo (si chiama "doppio cieco").
Per evitare che gli effetti del farmaco che testiamo dipendano dalle caratteristiche del paziente (un prodotto, per esempio, potrebbe funzionare maggiormente sugli uomini che sulle donne o sugli anziani rispetto ai giovani) un rimedio potrebbe essere quello di "mescolare" i soggetti che proveranno il farmaco, li "randomizziamo", li mettiamo nei due gruppi (quelli che prendono il farmaco e quelli che prenderanno il placebo) a caso, così i risultati non saranno "guidati".


Ma tutte queste cose come le abbiamo studiate, questi metodi di studio da dove vengono? Dall'esperienza degli scienziati, dalla loro esperienza e, incredibile, proprio da un esperimento che voleva capire se l'omeopatia funzionasse o meno.
Qualcuno forse conoscerà questa storia, abbastanza ordinaria ma straordinaria perché è uno dei primi esempi di studio scientifico condotto secondo criteri precisi e che miravano a diminuire il più possibile gli errori e le influenze dei giudizi personali.

Tutto successe in Bavaria, zona nella quale l'omeopatia, rimedio chic delle classi più agiate, aveva (la storia si ripete) chi la criticava e combatteva. Siamo nel 1835 e l'esperimento si chiamò "il test Nuremberg", in onore della città nella quale si svolse.
Proprio in quella città era rimasto ormai un solo omeopata, Johann Jacob Reuter che rispondeva alle critiche dei medici che non apprezzavano quella forma di stregoneria. L'argomento più forte (che se fate caso lo è ancora oggi) era "non può essere effetto placebo, visto che anche bambini, animali e pazzi ne traggono giovamento" (in realtà "bambini, animali e pazzi" subiscono l'effetto placebo come chiunque).
La medicina era ancora agli albori ma tentava con difficoltà di farsi strada ed iniziava ad usare seriamente il metodo scientifico. Così il primario dell'ospedale di quella città, il dottor Friedrich Wilhelm von Hoven (che per l'occasione cercò di non apparire ufficialmente usando il finto nome di E. F. Wahrhold) criticava l'omeopatia perché restava ferma a idee già sorpassate, dalle quali la medicina voleva liberarsi (la "forza vitale", le energie maligne, le costituzioni, forme primitive di conoscenza).
L'omeopata Reuter non si diede per vinto e propose un test, un esperimento per capire una volta per tutte se quelle caramelline di zucchero fossero medicine o solo un costoso passatempo per ricchi annoiati come sostenevano ormai quasi tutti i medici ma ormai anche la stampa e le autorità. E furono avvertiti proprio le autorità e la stampa locale, ai quali si annunciò che il test si sarebbe svolto nella più grande taverna del centro città.

Von Hoven invitò a provare una diluizione 30CH (la più tipica in omeopatia, dentro non c'è più nessuna traccia di principio attivo) di sale. Normale sale. Chiese ai soggetti sotto test di annotare qualsiasi sensazione, sintomo, problema provassero durante la somministrazione del sale omeopatico. Il "bello" è che l'esperimento fu, in un certo senso, artigianale con 120 partecipanti (alcuni poi esclusi per vari motivi). Furono testati 50 flaconi di sale omeopatico e 50 di acqua distillata e nessuno (né i partecipanti, né gli sperimentatori) sapeva quali flaconi contenevano omeopatia e quali acqua. Insomma, quello che oggi si chiama esperimento in "doppio cieco" (così non ci sarà nessun condizionamento nemmeno da parte degli sperimentatori, anche involontario).
Alla fine dell'esperimento pochissimi dei partecipanti (solo 8 su 50) riferirono sintomi o disturbi particolari. Di loro cinque avevano preso l'omeopatico, tre l'acqua, in pratica tra omeopatia e acqua non c'era nessuna differenza.
Se il risultato è ovvio l'esperienza è interessante.

In questo esperimento possiamo notare che:

1) L'esperimento fu pubblico (oggi si pubblica, per rendere pubblico, ogni esperimento su rivista scientifica). Gli esperimenti segreti o non ben illustrati non sono scientifici.

2) Il metodo, le regole, i limiti dell'esperimento furono illustrati e descritti perfettamente, davanti a tutti. Oggi, nella sezione "materiali e metodi" (nelle pubblicazioni in inglese indicate con il termine "methods", tipica di ogni pubblicazione scientifica, bisogna descrivere perfettamente il metodo usato per l'esperimento, anche per poterlo ripetere o controllare.

3) Sono stati creati due gruppi a caso di persone (randomizzazione), nessuno, né dei partecipanti né degli sperimentatori, conosceva il vero contenuto dei flaconi (doppio cieco) ed è stato usato un placebo (l'acqua distillata). Si tratta di un primitivo esempio di studio scientifico serio. Quello in doppio cieco randomizzato con placebo è un tipo di esperimento considerato di buon livello.

4) Fu creata una statistica dei risultati finali. Non un mero elenco di numeri. Quello che si fa in ogni studio scientifico che si rispetti.

Non è quindi il risultato che deve stupirci ma l'ennesimo insegnamento che ci fornisce la pseudoscienza, la finta medicina che vende caramelle e miracoli come fossero farmaci. Caratteristica dello scienziato è non fermarsi mai, nemmeno davanti a ciò che sembra incredibile. Proprio l'incredibile può riservarci sorprese e uno dei concetti più difficili da capire è che se una falsa cura, che sia il bicarbonato per il cancro o l'omeopatia per il raffreddore, funzionasse, nessuno avrebbe motivi per non usarla.
Se gli esperimenti, la scienza, la ragione, mi dicessero che le caramelle di zucchero guariscono le allergie, perché non dovrei usarle e non dovrebbero usarle tutti i medici?
Se il bicarbonato curasse il cancro, perché non dovrei proporlo ai miei pazienti, a me stesso, ai miei familiari?
Per il motivo più semplice: non funzionano.
Eppure qualcuno, non per forza ignorante, non per forza credulone, ci crede, crede apertamente che una normale caramella di zucchero, sul quale è stata spruzzata acqua all'aroma di fegato di anatra, curi il raffreddore. Ci crede. Perché?

Se esistono le false medicine evidentemente l'essere umano ha bisogno di comprarle, di crederci e di usarle.
Se quindi non è giusto mentire al paziente, trattarlo da stupido o rifilargli finte cure, è bene ricordare che prima di prescrivere una pillola è fondamentale l'ascolto e la parola. E che, prima di sostenere che una cura funzioni, è fondamentale studiarla bene, provarla e testarne gli effetti.
Visto che di ogni cosa, anche la peggiore, è bene farne esperienza costruttiva e positiva, facciamolo anche con l'omeopatia e le ciarlatanerie.
Per concludere, se è vero che non bisogna mai abbassare la guardia nei confronti di chi si approfitta delle fragilità del prossimo, bisogna anche usare queste cose (che esistono, sono sempre esistite) per migliorarsi. Il mondo delle false cure ci può dare molti spunti per migliorare quello della medicina, soprattutto nel rapporto con i pazienti.
Non imitiamo furbizie, trucchi e giochi di parole ma usiamoli come chiavi per capire perché, con questi, si riesce a convincere chi si ha di fronte, a volte contro ogni evidenza e buon senso.

Una cosa che invece gli omeopati e tutti coloro che usano false cure dovrebbero apprendere dalla medicina è chiara: il paziente è sacro e truffarlo è disonesto.

Alla prossima.

Ne approfitto per augurare a tutti i lettori di trascorrere delle buone festività. Relax, pensieri positivi e costruttivi. Un abbraccio a tutti.