Visualizzazione post con etichetta salute. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta salute. Mostra tutti i post

giovedì 23 marzo 2023

Dico bugie ma lo faccio perché tanto nessuno controllerà. Come i media manipolano la realtà.

Ho spiegato già diverse volte come alcuni giornalisti e politici stiano cercando di riscrivere la realtà sulla pandemia Covid per motivi politici e personali. Raccontano di complotti e misteri mai avvenuti e che non hanno alcun riscontro oggettivo. Per ottenere una realtà che a loro fa comodo devono crearla, falsificarla, modificare parole, contesto e dati.

Vi ho già spiegato come si fa e oggi vi faccio vedere un esempio. Uno pratico, come si fa nei corsi.

È successo in una trasmissione televisiva, di quelle notoriamente "urlate", con un conduttore che sbraita e si sbraccia rumorosamente, che usa titoli a effetto, musiche da film giallo e frasi da scoop incredibile. La trasmissione va molto in voga negli ambienti novax perché insiste, in maniera paranoica, su presunti misteri, complotti, segreti e imbrogli dei politici della parte (chiaramente) avversa.

Che già questo sarebbe una scorrettezza. È giusto denunciare imbrogli di qualsiasi parte politica, perché alla fine chi ne paga le conseguenze è sempre il cittadino, specie quello in difficoltà. Inutile demolire la parte "avversaria" e santificare quella "amica", perché così si dice una bugia, doppiamente sporca perché si fa solo per convenienza, interesse personale.

Ma vediamo questo tipico trucco per manipolare la realtà. La trasmissione insiste sul fatto che le autorità sanitarie (AIFA in particolare, l'Agenzia italiana del farmaco) abbiano nascosto dati gravi sui vaccini antiCovid, abbiano negato e mascherato effetti collaterali pericolosi, eventi avversi, conseguenze dannose. Ovviamente nessuna prova, nessun dato chiaro o oggettivo ma solo mezze frasi, inquadrature misteriose, parti di discorsi. Niente di chiaro, tutto un po' confuso e fatto apposta per generare il dubbio. Come in questo caso.

Si mostra una parte di un foglio, con qualche riga evidenziata e un dito che ne segue il decorso.


Leggete la frase: “La probabilità di osservare un decesso in un anziano vaccinato da poco è elevata”.
Cosa capite? È una notizia normale o allarmante?

Ora leggete la frase: “Nei paesi europei ogni giorno si verificano migliaia di decessi che riguardano, in maggioranza, persone anziane. La probabilità di osservare un decesso in un anziano vaccinato da poco è, per questo, elevata e una eventuale responsabilità del vaccino può essere stabilita solo dopo aver escluso altre possibili cause attraverso opportuni accertamenti diagnostici”. Questa è la frase completa, non solo quella evidenziata ma tutta, senza tagli o sfuocature.

E questa seconda frase (che è il contesto della prima) cosa vi dice? È anche questa allarmante o rivela cose strane? Tranquillizza o allarma?

In pratica nel programma “Fuori dal coro”, esempio di giornalismo urlato, in mezzo alle solite musiche del terrore e immagini da complotto anni ’70, hanno parlato di presunti misteri e segreti dell’AIFA che avrebbe nascosto ai cittadini italiani grandi e gravi effetti collaterali dei vaccini. Se uno fa caso, le frasi riportate non dicono nulla. Il solito fumo negli occhi.
Prendi una parola, una frase, lasciala lì, lanciala tra le urla del conduttore e il mistero è servito. Però per capire questo sottile gioco psicologico bisogna essere preparati, svegli, consapevoli. Anche la frase che ho riportato fa parte di questa pesca al credulone. 
Se dico che la probabilità che muoia un anziano dopo la vaccinazione sia altissima sto dicendo una cosa grave, cioè i nostri anziani invece di essere protetti morirebbero come mosche, dopo aver fatto il (a questo punto pericolosissimo) vaccino e proprio questo ha urlato scandalizzato il conduttore della trasmissione, accusando i vertici sanitari del nostro paese di attentare alla vita degli anziani.

Ma la frase completa dice ben altro, anzi proprio l’opposto. Dice che visto che in Europa muoiono (ovviamente) molti anziani (in periodo Covid ancora di più) e che il fatto che tanti muoiano dopo aver fatto il vaccino è una cosa comprensibile, una possibilità per nulla allarmante, come ne muoiono tanti dopo aver fatto il bagno o una camminata e che, prima di legare le due cose, bisogna accertarsene, controllare. Insomma, quello che chiunque dotato di buon senso e normale intelligenza sa diventa un complotto segreto ai nostri danni. Nessun mistero né scandalo, nessun urlo scimmiesco.

Ovviamente così si tratta il pubblico come fosse una massa di stupidi che crede a qualsiasi cosa si dice. E un po’ è vero. Le persone meno critiche, spesso con scarse basi culturali o con disagio personale si allarmano e diventano complici di queste bugie. Ovviamente io posso solo spiegare come alcuni manipolano la realtà, non sta a me indagare, punire o iniziare a fare assumere le proprie responsabilità a chi diffonde notizie false, allarmanti o chiaramente terroristiche. E allora chiudiamo con le parole esatte contenute nel documento che avrebbe rilevato i gravissimi segreti dell’AIFA sui rischi della vaccinazione anti-Covid:

“I dati di farmacovigilianza pervenuti in Italia fino a oggi non indicano l’opportunità di modificare le indicazioni di somministrazione dei vaccini approvati dato il favorevole bilancio tra il beneficio per i pazienti e il rischio di reazioni avverse anche nei soggetti anziani”.

La realtà è stata capovolta e venduta con altro significato, opposto a quello vero.

Capito come ci prendono in giro? Capito come si costruiscono le bufale? E questa bufala è stata poi ripresa da altri (politici, medici, novax) che, come un bufalaro qualsiasi, ha semplicemente diffuso una falsa notizia.

Alla prossima.

lunedì 28 febbraio 2022

Burn Out

"I medici sono stanchi", "chi lavora in ospedale non ce la fa più...".

Cosa significa che un medico è "stanco"? Chiunque lavori probabilmente a fine giornata sarà stanco. E perché chi ha a che fare con la salute può esserlo di più?

Burn out, letteralmente "bruciato", "esaurito".
Ci sono centinaia di studi che analizzano questa condizione psicofisica legata al lavoro. In particolare per chi lavora con le persone malate il burn out è legato a vari fattori. Presa in carico di storie drammatiche, relazioni difficili, responsabilità enormi, tentativo di nascondere le proprie emozioni, ripensamenti, visione di vicende impressionanti, emozioni intense. Senza dimenticare un ambiente ostile, superiori aggressivi, mancanza di sostegno professionale.
Tutto questo, tutto il giorno e tutti i giorni può stancare, oltre che fisicamente, anche psicologicamente. Certamente il rischio di burn out può essere legato alla tipologia di pazienti che si affrontano (con disagi personali o coniugali, idee paranoiche, sintomi depressivi). Ormai non sono rari gli ospedali che prevedono la figura dello psicologo per i lavoratori e non sono rari i sanitari che vi ricorrono o sono anche costretti ad assentarsi per quello che una volta si chiamava "esaurimento nervoso".
Certamente non si deve generalizzare. Quasi sempre, se parliamo del lavoro del medico, chi ha scelto di fare questo lavoro era fortemente motivato al momento della scelta che si sa già dall'inizio essere particolarmente impegnativa. Si sceglie di stare lì ma è anche vero che non tutti hanno le stesse caratteristiche psicofisiche e la vita crea momenti di debolezza e fragilità, quindi pensare che "bisognava pensarci prima" non è sempre una risposta.

Chi è in burn out ha anche sintomi precisi e spesso visibili che possono essere anche difficili da cogliere. Segni di "depersonalizzazione", atteggiamenti negativi o apparente cinismo possono essere sintomi evidenti di burn out professionale. Gli studi sul tema evidenziano come questa sindrome sia più frequente in sanitari che lavorano nelle specialità chirurgiche o di urgenza (anestesisti, ortopedici, ginecologi, chirurghi) e arriva a colpire il 60% dei sanitari, per questo alcuni la definiscono "l'epidemia fantasma". Ovviamente non è solo quello della salute il campo nel quale si può manifestare questa sindrome ma sembrano più colpite le professioni che prevedono relazioni interpersonali (per esempio anche gli assistenti sociali, infermieri, psicologi e gli esponenti delle forze dell'ordine).


Il burn out è spesso associato ad aumento del rischio di dipendenze da alcol e droghe, aumenta il tasso di divorzi, suicidi e violenze domestiche.
Ci sono sicuramente correlazioni tra il rischio di burn out e il frequente eccesso di carico di lavoro per i sanitari. Come si può immaginare può essere frequente che, per motivi di emergenza o di routine, un medico faccia più turni del dovuto o semplicemente si intrattenga oltre l'orario di servizio. Se pensate che molte specialità prevedono (in ospedale) turni di 12 ore, intrattenersi per ulteriori 2-3 ore significa stare tutto il giorno fuori, tornare a casa per dormire e, probabilmente, l'indomani ricominciare. Sono ritmi spesso insostenibili, a maggior ragione con l'aumento dell'età media dei medici che lavorano (per esempio) nel nostro SSN. Ci sono altri problemi.
L'utenza nel tempo è diventata più aggressiva, molti accessi nei reparti di emergenza (pronto soccorso, per esempio) sono impropri e impegnano larga parte della giornata stancando e prosciugando risorse, troppo tempo speso in burocrazia spesso ripetuta, ridondante, eccessiva (pensate che esistono cartelle cliniche con più documenti burocratici che esami clinici!), mancato riconoscimento sociale del lavoro e tanto altro.
Per chi fa lavori usuranti il burn out è sempre in agguato.
In questo periodo di pandemia gli episodi di burn out sono certamente stati quasi sempre legati proprio a questo, all'eccesso di lavoro o alla fatica del contrasto all'emergenza, ai timori di fronte a una nuova, travolgente malattia. Un'indagine spagnola ha confermato che il 60% dei medici (in questo caso internisti) ha sofferto di burn out e i motivi più citati sono stati l'eccessivo carico di lavoro (cura del paziente che, come sappiamo nel periodo Covid è stata molto impegnativa) e la mancanza di sistemi di sicurezza e protezione (il timore di essere esposti a rischi ovviamente aumenta il livello di stress). A tutto questo aggiungiamo l'impegno che già deve sostenere professionalmente un lavoratore ospedaliero (medici e infermieri soprattutto), ambiente nel quale esiste molta competizione, spesso insoddisfazione e poco contatto con i responsabili ai vertici delle aziende con conseguente sensazione di avere pochi riconoscimenti dei propri sforzi.

Se dovessi aggiungere due righe di esperienza personale posso aggiungere che è quasi inevitabile, per chi lavora con la salute delle persone, sentire il peso, spesso enorme, della responsabilità, il pensiero di ciò che si è visto, i dubbi, le paure, gli errori reali o potenziali, la stanchezza fisica che è spesso enorme (ovviamente tutto cambia da una specialità medica all'altra). Chi fa questo lavoro sa di cosa sto parlando. La frase quasi proverbiale del "portarsi il lavoro a casa" può avere conseguenze devastanti sul lavoratore ma anche sulla sua famiglia. Tutto questo è associato (come ho scritto prima) a un lavoro aggiuntivo che toglie tutto al lavoro ideale del medico (burocrazia, certificati, consensi informati, cartelle, lettere, schede di dimissione, richieste e altro) che nel mondo reale rischia di impiegare la maggior parte del tempo di lavoro ad atti burocratici lasciando alla cura del paziente dei ritagli di tempo, dando origine a una frase che sempre più si ripete tra medici: "non è questo il lavoro che ho scelto". Un esempio specifico può essere relativo alla professione di infermiere, totalmente rivoluzionata negli anni, professionalizzata, l'infermiere oggi è un vero professionista della salute, non un mero esecutore di ordini come in passato. Partecipa (e spesso decide) la cura. Questo nella pratica può non essere vero. La routine, la velocità richiesta, le urgenze, la burocrazia, cancellano ogni forma di indipendenza rendendo automatico e meccanico il suo lavoro, creando così una categoria di persone non soddisfatte, che non fanno ciò che volevano fare.

Il problema, apparentemente secondario, è serio. Il lavoratore affetto da burn out rende di meno, sbaglia di più, lavora male e fa lavorare male gli altri, non è utile né al paziente, né ai colleghi e nemmeno a se stesso.

Il burn out conduce spesso al peggioramento dell'atteggiamento sul lavoro, a una vera e propria psicosi (chiamata la "sindrome della seconda vittima", ovvero il medico autore di un errore vive talmente male la colpa da diventarne anch'esso vittima). Questo disturbo, ben conosciuto, ha un decorso classico e segue gravi errori o incidenti di tipo medico. Nell'evoluzione tipica, dopo l'evento, il lavoratore si chiede come possa essere avvenuto il fatto e se si poteva prevedere, cosa pensino gli altri di lui e di quello che è accaduto, se questo comporterà conseguenze, denunce, licenziamenti, se l'evento diventasse di dominio pubblico si tende alla fuga, alla ricerca di anonimato, fino a un vero e proprio stato depressivo. È ben documentato il fatto che questioni legali conseguenti a errori medici, più che ridurli o "migliorarne l'esito" conduce a maggiori problemi ed errori, perché rendono gli autori dei presunti errori ancora più insicuri e dubbiosi, tanto che qualcuno ha detto che quei medici diventano a loro volta pazienti nell'indifferenza generale. Argomento complicato, come si vede, però sicuramente da approfondire e interessante.
La presa in carico coinvolge l'aspetto psicologico ma anche il sostegno dei colleghi di lavoro, l'aiuto degli altri e dell'ambiente circostante.

Insomma, qualcosa da non sottovalutare.
Per questo bisogna prendere atto del problema è, invece di nasconderlo, parlarne e affrontarlo. 

Alla prossima.

lunedì 13 dicembre 2021

Le difese già le hai.

Le nostre difese immunitarie sono composte da un gruppo di strutture del nostro organismo.

Già la cute è una difesa immunitaria. Una barriera fisica ma anche chimica, visto che la pelle, le vie respiratorie, il cavo orale e altri organi producono sostanze protettive e persino direttamente antibiotiche, contro le "aggressioni" del mondo esterno. Non potremmo sopravvivere altrimenti. Se poi un'aggressione riuscisse a penetrare queste prime difese ne abbiamo altre, più profonde, che ci proteggono. Gli anticorpi (ne esistono di vari tipi), i leucociti, i linfociti che sono cellule presenti nel sangue e in certi organi, letteralmente "attaccano", distruggono l'agente estraneo. Ma anche altre sostanze chimiche (tipiche dell'infiammazione) che si attivano quando c'è un'aggressione in corso. Il sistema immunitario è una cosa complessa ed efficientissima (quando è  normale) che ci permette di resistere in un mondo che ci attacca continuamente dall'esterno: funghi, batteri, virus, corpi estranei, veleni, tossine, sono tutti agenti potenzialmente mortali ma nel corso dei millenni abbiamo sviluppato le barriere necessarie. Funzionano. 
Quando non funzionano ce ne accorgiamo proprio perché ci ammaliamo. Un sistema immunitario carente fa sviluppare una condizione detta "immunodeficienza", spesso congenita (cioè già presente alla nascita, per esempio per colpa di una malattia genetica) o acquisita (cioè successa dopo, per colpa di una nuova malattia o una nuova situazione). L'immunodeficienza è una malattia e come tale va trattata.

Al contrario, quando il sistema immunitario è "troppo attivo", anche quando non dovrebbe esserlo, siamo sempre in una condizione di malattia ma nel senso opposto: questa immunità attacca non solo gli "aggressori" ma pure noi, le nostre strutture e così esistono le malattie autoimmuni, causate da un "errore" del nostro sistema immunitario. Un esempio su tutti alcune malattie della tiroide.

In maniera semplice ecco descritto il sistema immunitario. Ha senso "migliorarlo"? In realtà c'è poco da migliorare, se funziona va bene così. Sappiamo però che una vita sana, uno stile di vita che evita abitudini dannose, mantiene efficiente il sistema immunitario. Bere alcol lo danneggia, così come fumare o fare una vita sedentaria. Sono abitudini che danneggiano gradualmente proprio quelle "barriere" nei confronti delle aggressioni esterne. Ecco, ha senso mantenerlo attivo, sano, efficiente. Non ha senso, perché proprio non significa nulla, "migliorarlo".

C'è chi pensa che bisogna "rinforzare", sostenere il sistema immunitario. In realtà questa convinzione ci è stata inculcata nei decenni. Le generazioni uscite dalle grandi guerre avevano vissuto un'epoca di stenti, fame, di malnutrizione e carenza di alimenti. In quel caso (il motivo era evidente) servivano i "ricostituenti" (termine che chi ha i capelli bianchi ricorderà sicuramente), ovvero sostanze (vitamine soprattutto) che integravano le varie carenze alimentari causate da anni di guerra e povertà. Poi arrivò il benessere, il consumismo, l'eccesso e il problema diventò quello opposto: non più carenza di alimenti ma eccesso, abbondanza, cattiva alimentazione. Oggi il problema non è il bambino che non può mangiare ma quello che mangia troppo (e non è un problema minore, è un'epidemia). Oggi gli adulti pagano per farsi dire come mangiare bene, si fa la dieta per dimagrire, non per ingrassare. E dire che basterebbe mangiare normalmente. Bene, in maniera equilibrata, sana e il nostro corpo sarebbe in forma (sono io il primo a dirlo a me stesso eh?). Non abbiamo nulla da integrare oggi, al limite da togliere, da disintegrare.

Integratore per "rinforzare le difese immunitarie dei bambini". Contiene sostanze di comune consumo (e facilissimo reperimento) in quantitativi disponibili con una normale alimentazione.

È questo il motivo per il quale l'enorme business degli integratori, tra i più fiorenti al mondo e che ormai è un vero e proprio mercato dell'ipocondria, ha tanto successo. Si vendono prodotti che non servono a niente, che non devono dimostrare di servire e che per legge non possono curare nulla. Però sono comprati da tantissime persone. Si è creata la falsa convinzione che certe sostanze, utili alla nostra vita, esistano solo in forma di pillole e sciroppi, compresse o bustine. Le vitamine sono contenute negli alimenti, è lì che nascono e quasi sempre in quelli più comuni (e non è un caso). Frutta, verdura, legumi, pesce, olio. Sono alimenti quotidiani che ci assicurano il normale apporto di vitamine e di sostanze fondamentali alla vita. Le medicine si danno ai malati (ma va?). Questo equivoco mi ricorda quello che mi diceva un'amica: suo figlio era convinto che le tigri vivessero negli zoo e non che fossero animali liberi, rinchiusi negli zoo per il piacere umano (non certo loro). Le vitamine sono sostanze che si assumono alimentandosi, non comprandole in farmacia.


A chi possono servire gli integratori? Semplice: a chi ha carenze di vario tipo, in caso contrario non servono a niente, costano e possono avere pure qualche rischio.

Malattie, periodi particolari della vita (gravidanza, anzianità, convalescenza, puerperio, post operatorio...), difficoltà ad alimentarsi correttamente, allergie reali ad alimenti fondamentali, attività fisica importante. Poche condizioni quindi. In linea generale gli integratori servono solo a fare guadagnare chi li produce. Il primo modo per mantenere attivo (non "migliorare", non "stimolare" ma mantenere normale) il nostro sistema immunitario è curare lo stile di vita. Fine. Il resto sono speculazioni per creare una discussione su un argomento che non ne avrebbe bisogno. Gli integratori vitaminici non hanno praticamente nessun ruolo nel prevenire o ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, tumorali o la mortalità, sono una spesa inutile.

Chi mi segue sa infatti che da sempre mi batto per fare capire una cosa ovvia. E il fatto che, nonostante tutto, alcuni non la capiscano significa che in fondo siamo fatti per farci fregare. Integrare significa aggiungere qualcosa quando c'è carenza. Se manca acqua aumento, integro l'apporto di acqua, berrò di più. Se mancasse ferro al mio organismo perché ho una malattia o una condizione che causa questa mancanza (chiamata anemia sideropenica) cercherò di integrarlo, ne mangerò di più. Semplice. Ovvio. Com'è ovvio che per avere un adeguato apporto di nutrienti serva semplicemente alimentarsi normalmente. Frutta, verdura, acqua, proteine, carboidrati, grassi. In giusto equilibrio, variando, limitando al massimo le cattive abitudini. Fine. Eppure questo concetto è difficile da far digerire. Vogliamo la pillola miracolosa, quella che ci fa "stare meglio" perché, anche se stiamo bene, vogliamo stare meglio.

Pillole, bustine e beveroni sarebbero da riservare ai malati ("Che sta male in salute, che è colpito da malattia; ammalato, infermo"). L'integrazione di vitamine farmacologica è fondamentalmente senza rischi seri. In rari casi è possibile un'intossicazione (un vero avvelenamento, anche letale, come può avvenire con l'eccesso di vit. D o con la A) dovuta a eccessivo consumo. Per questo motivo gli integratori sono un mercato florido per industrie serie e ciarlatani. Di moda negli ambienti alternativi sono un vantaggio solo per chi le vende. E se proprio volessimo prendere alla lettera la possibilità di "rinforzare il sistema immunitario" esiste un solo modo al mondo per farlo: vaccinarsi. Ma chissà perché gli amanti dell'"alternativo" fuggono dai vaccini e comprano bustine inutili.

Ci siamo innamorati (ci hanno fatto innamorare rendendoli fondamentali, necessari) degli integratori. Che sono quei prodotti che non sono medicinali, non possono avere effetti curativi, non devono essere sottoposti a studi scientifici per dimostrare che funzionano ma sono vendutissimi, ricercati, comprati con ingordigia. Ci sono integratori per tutti i gusti e nella stagione invernale ecco che tra i più venduti ci sono quelli per i bambini. Per aiutarne la crescita, per rinforzare le difese immunitarie, per proteggerli dal raffreddore. Hanno una caratteristica in comune: non servono a niente (e costano tantissimo). Il problema è che spesso queste sostanze sono prescritte da medici. Vuoi per ignoranza, a volte per accontentare genitori ansiosi, a volte perché si vuole favorire un produttore, per tanti motivi. Non è difficile capire la loro inutilità. Se avessimo un sistema immunitario carente saremmo malati. Il nostro sistema immunitario non deve essere rinforzato (abbiamo visto che quando il sistema immunitario lavora troppo si è malati), deve semplicemente funzionare bene e questo succede se si vive normalmente, in maniera sana. Mi ha scritto un lettore che chiedeva l'utilità di un integratore (per "rinforzare le difese immunitarie del figlio") prescritto dal pediatra, che contiene un quantitativo di vitamina D inferiore (meno della metà!) a quello di un uovo o di 100 grammi di pesce comune e un contenuto di vit. C simile a quello di un kiwi. Con il pesce o il Kiwi, oltre alla vitamina utile, assumi anche altre sostanze, sali minerali, proteine, altre vitamine. L'esposizione al Sole è un modo semplice, gratuito e persino piacevole di produzione endogena di vitamina D che così può svolgere egregiamente il suo compito di sostegno delle difese immunitarie e alla salute generale.

Non c'è confronto e non c'è bisogno, per un bambino sano che conduce una vita normale, di nessuna integrazione. Ma allora perché il pediatra ha prescritto quell'integratore? Io glielo chiederei ma prima devo raccontarvi dell'altro pediatra che ha prescritto alle mie nipotine, gemelline, l'Oscillococcinum, cuore di anatra omeopatico che contiene solo zucchero, niente altro.
Non sapeva che le gemelline sono le nipoti di MedBunker. 😏

Con questo articolo ne approfitto per augurarvi buone feste. Godetevele.

Alla prossima.

venerdì 5 febbraio 2021

Anticorpi monoclonali, trovata la cura del Covid?

Come sapete sono dell’idea che in tema di salute, soprattutto per malattie serie, non bisogna mai (MAI) mentire ai pazienti. Non è solo questione di salute, non puoi dare una falsa cura per illudere gli altri ma anche di onestà e rispetto. Per questo motivo non faccio sconti, nemmeno piccoli, alle false cure. Non è giusto. Nemmeno se si parla di effetto placebo o di dare una speranza, non si illudono le persone, non si mente ai malati. C'è poco da essere teneri. È disonesto spacciare per efficace una cura che non lo è ed è disonesto, allo stesso modo, nascondere o "insabbiare" gli effetti positivi di un'altra.

Quante medicine vendute in farmacia sono veramente utili? Quante funzionano? E quante cure che potrebbero funzionare sono nascoste per altri interessi? Non è facile dirlo e se ne discute.

Certo, le discussioni tecniche, i particolari e le finezze si discutono ai congressi, non sui social ma in tanti leggono e si informano su internet, quindi semplificando è sempre bene, dicendo la verità, spiegare le cose che ci propone la medicina e di cui si parla.

Ora siamo in periodo CoViD e, chissà per quali strani motivi, forse il bisogno di dare risposte, speranze, non lo so, sono state indicate periodicamente cure sicure e efficaci. Da bufale campate in aria a farmaci. Tutte funzionavano benissimo, guarivano le persone. Per due settimane, poi scomparivano nel nulla. Prima gli antivirali “esotici” (russi, giapponesi, fa sempre “moda”), poi le vitamine, le proteine del latte, la candeggina, l’aglio, l’argento: balle.

In realtà questa malattia, come tante malattie virali, non ha cure. Si può prevenire con il vaccino, si può contenere con alcuni farmaci e l’unico che davvero sembra cambiare (sempre relativamente, non è una cura che guarisce) sembra il cortisone. In realtà appare chiaro che se la malattia colpisce duramente c’è poco da fare, le speranze sono poche.

Ora in questi giorni si parla tantissimo degli anticorpi monoclonali, farmaci moderni e potenti. Bisognerebbe vederli come una sorta di "sistema immunitario" concentrato. Avete presente il "plasma iperimmune", altra terapia di cui si è parlato in queste settimane? Si prende il plasma dei guariti dal Covid, che è pieno di anticorpi (la malattia stessa ha creato questi anticorpi nell'organismo del paziente contagiato) e si infonde a chi è colpito dalla malattia. Quegli anticorpi, già pronti, attaccheranno il virus. Certo, bisogna farli al più presto, non possono "curare" i danni del virus ma "cancellare", attaccare il virus prima che causi danni. Gli anticorpi monoclonali sono invece un tipo di anticorpi che derivano da una sola cellula, da un solo anticorpo. Non si prende il plasma del malato ma un solo anticorpo e si copia, tantissime volte, in modo da avere come una "fiala" di anticorpi. Si prepara tutto in laboratorio ed ecco pronto il farmaco. Quell'anticorpo, con tutte le sue copie, attaccherà il Coronavirus.
Ottima idea, come quasi tutte le idee della scienza. Questa pandemia ci sta stimolando per nuove scoperte e applicazioni. Ma una cosa non mi è piaciuta a proposito degli anticorpi monoclonali. Il tifo da stadio, le pressioni politiche: sempre sbagliato.

C’è quasi un’incomprensibile crociata a favore di questi farmaci e ancora più incomprensibile l'aggressione violenta da una parte e dall'altra: chi ne parla positivamente è insultato e aggredito e chi mette in dubbio (non nega, mette in dubbio) l'utilità di questi farmaci lo stesso. Tifo da stadio? Non va bene.

I dati a favore ci sono, sono incoraggianti, da approfondire. Perché dunque non tentare un sperimentazione approfondita? Una prova? Non partiamo da zero. I dubbi sono ovviamente tanti per un farmaco, in via di sperimentazione, su una malattia nuovissima, si tratta di medicine i cui effetti sono ancora non del tutto sperimentati sul Covid, con risultati relativamente chiari sulla loro efficacia, con possibili effetti collaterali anche gravi, costosissimi, delicati, che devono essere somministrati in ospedale, su precisi gruppi di pazienti. Certo che dobbiamo mettercela tutta per sconfiggere l'epidemia del secolo, certo che qualsiasi nuova idea deve essere studiata ma attenzione anche ai facili entusiasmi.

Sono usciti degli studi con risultati come detto incoraggianti ma molto lontani dal dirsi esaltanti o che dimostrino grande efficacia. Negli studi sono analizzati sia il risultato di un solo anticorpo monoclonale che quando ne sono somministrati due insieme (dal nome difficile: bamlanivimab e etesevimab).

Diciamo che in tempi di urgenza e disperazione anche un piccolo risultato potrebbe essere utile o interessante ma bisogna anche stare attenti a non presentare una "possibilità" di cura in più con la cura definitiva, altrimenti giustificheremmo i ciarlatani che, davanti alla disperazione, propongono soluzioni che tutto sono fuorché efficaci. Ci sarebbe tanto da dire, molto anche di tecnico. Ne dico due al volo ("no" significa che il dato non è dimostrato):

Questi farmaci fanno morire di meno i malati di CoViD? Non lo sappiamo.

Sono più pratici (si fanno a casa, per esempio) delle attuali terapie? No.

Sono più economici? No (un ciclo di cure costa circa 10.000 dollari).

Sono più sicuri? No.

Sono da somministrare a tutti? No (hanno un effetto solo in pazienti a rischio se non hanno sintomi e li usano entro i primi tre giorni dalla diagnosi).

Possono salvare vite? Hanno qualche utilità? Forse.

Sappiamo dagli studi che potrebbero addirittura peggiorare la malattia in chi presenta già sintomi importanti (come quelli respiratori) e c'è il sospetto possano vanificare l'efficacia di un eventuale vaccino già fatto. Diciamo che, ottimisticamente e se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, qualche piccolo effetto, in gruppi selezionati, forse c'è. Se invece fossimo pessimisti e giù d'umore potremmo dire che questi farmaci riducono un po' gli accessi delle persone in ospedale e i ricoveri per Covid e per farlo dobbiamo fare accedere le persone in ospedale, spendere una marea di soldi e organizzare un percorso specifico.

Calma, quindi.

Anche per questo, probabilmente, le autorità sanitarie americane (come il NIH, National Institute of Health) sconsiglia l'uso routinario di questa terapia (di tutti gli anticorpi monoclonali oggi esistenti per il Covid). Stessa posizione della società americana di malattie infettive. La FDA (Food and Drug Association, ente regolatore dei farmaci statunitense) ne ammette cautamente l'uso (in emergenza) per certe categorie di pazienti (che "potrebbe", dice "essere efficace nel trattamento del Covid non grave"). La stessa AIFA (l'agenzia italiana del farmaco) sottolinea come i dati siano molto scarni e poco approfonditi. Ma forse la posizione più evidente è quella dell'azienda produttrice stessa che evidenzia come non ci sia sicurezza di un beneficio, anche basandosi sugli studi: "l’azienda concorda con l’osservazione che la correlazione di tali esiti con la riduzione della carica virale non appare attualmente dimostrata."

E poi c’è l’aspetto pratico. Questi farmaci sono da somministrare nei primissimi giorni (massimo 10) di (eventuale) malattia (prima che il virus abbia danneggiato l’organismo lo scopo è distruggere il virus, il farmaco non può curarne i danni) in questa condizione i malati sono migliaia, sono i contagiati “paucisintomatici”, con pochi sintomi e che spesso non sono nemmeno identificati (si pone quindi un'altra grande difficoltà). La terapia va somministrata in ospedale, oltre alle reazioni allergiche (paragoniamole alle trasfusioni di sangue, per capirci) ci possono essere altri effetti indesiderati, non è pensabile di somministrare la cura a casa e l’infusione dura qualche ora. È vero che gli effetti indesiderati più gravi (anafilassi) sono rarissimi (su 850 individui partecipanti agli studi solo 2 hanno avuto reazioni così gravi) ma ci sono.

Dove possiamo fare le cure se gli ospedali non sono solo sotto pressione ma pieni di persone a rischio?

Se il principale problema di questa malattia (credo sia un dato assodato) è proprio quello di saturare i reparti, come può essere “utile” una cura che li saturi ulteriormente?

E poi, questa cura, risolverebbe o no il peso sugli ospedali causato da questa malattia?
Nello studio considerato, somministrando il farmaco sono andati in ospedale (pronto soccorso o ricovero) il 2% dei malati, con il placebo (quindi senza somministrare niente di attivo) il 6%.
Tradotto in numeri. Semplificando e banalizzando per capire, se in una città si ammalassero 2000 persone e la metà non facesse niente, mentre metà facesse la cura, andrebbero in ospedale 60 persone che non fanno cure e 20 che prendono l'anticorpo monoclonale (che però già, nei giorni precedenti, in 1000, si sono recati in ospedale per fare le infusioni). Attenzione, non abbiamo "salvato la vita" a 40 persone (le parole sono importanti) ma abbiamo evitato che queste andassero in ospedale. Ottimo? Buono? Normale? Pessimo? Io, opinione personale e senza basi scientifiche, lo vedo come un dato incoraggiante, da studiare e perfezionare, senza trionfalismi né pessimismo.

Voi, come vedete questo risultato?

Incidenza di accesso in ospedale per i vari gruppi dello studio. Varie dosi di farmaco, placebo.

Allora?

Analizzando tutti i dati emerge quindi una possibile efficacia su alcuni gruppi di pazienti con certe caratteristiche ma anche una difficoltà organizzativa e un costo economico non indifferente. Come decidere?
Forse bisognerebbe fare quello che si fa sempre, nel campo scientifico, prima di cantare vittoria: controllare, riprovare, approfondire. Ci sono diverse analisi critiche e dubitative sull'efficacia di questi farmaci (ci sono anche ovviamente analisi a favore, ottimistiche ma quasi sempre da parte del produttore). Non le riporto tutte per non complicare il discorso.

Quindi per ora l’unica cosa che sembra ragionevole da fare è l’invito a chi promuove questi farmaci con tanto entusiasmo (che sarebbe giustificato in caso di efficacia altissima), a mantenersi, nei toni e nei termini, nei limiti della scienza, di spiegare bene di cosa parliamo, di non diffondere false speranze e illusioni. Facciamo il nostro dovere, non pubblicità, critichiamo i fenomeni da baraccone che fanno rumore tanto per farsi notare, non facciamoci notare anche noi. Parlino i dati, gli studi, i risultati, discutiamone, sarà un bene per tutti e ovviamente speriamo saranno confortanti. Al contrario, per ora i dati sulle vaccinazioni, sugli effetti, gli eventi avversi, sembrano davvero confortanti, con una finestrella di speranza che sembra dirci che funzionino veramente e tanto. Ecco, esaltiamo questi risultati, più utili (sarebbe meglio prevenire la malattia, non rincorrerla) e reali. Allo stesso tempo chi non li ritiene utili, chi non ci crede, chi non riesce a vederci nulla di buono, faccia la stessa cosa. Si mantenga nei limiti dei dati, dei fatti, senza aggredire o alzare i toni.

Lo dico, con tutta la tranquillità del mondo, perché poi le persone restano deluse, si fanno domande, non capiscono e chi ci perde sono in due: il paziente e il medico che gli ha promesso la soluzione. Allo stesso tempo negare una cura ipoteticamente efficace (ovviamente che ha delle basi, non campata in aria) è dannosissimo allo stesso modo.

Il tormentone "dicono tutto e il contrario di tutto" nasce proprio da qui, se si dice che c'è una cura efficace perché "l'hanno detto su internet" (proprio come l'aglio o la candeggina) ma poi questa cura non si somministra perché non funziona, come glielo spieghiamo alle persone? Come diciamo che la medicina è meglio dell'aglio?

Alla prossima.

[articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]

lunedì 11 maggio 2020

Il dilemma della lasagna

Articolo originariamente pubblicato sulla mia pagina Facebook il 28/07/2015, riadattato e aggiornato.

Ormai è quasi un'abitudine, periodicamente circola un nuovo allarme: non bere latte che fa male! Non mangiare caramelle che si muore! Non mangiare pizza che uccide!
Quante volte li avrete letti?
E l'immancabile appello a condividere, fare girare la terribile rivelazione.

In un attimo milioni di bambini cresciuti a pane e latte, a biberon e cioccolato, sembrano zombi, non morti e forse neanche vivi. Una volta il latte era l'alimento perfetto per bambini, convalescenti, denutriti, il latte "faceva" bene, da qualche anno no, non è più così. Schiere di "antilatte", persone informate e che hanno scoperto il segreto del malefico liquido bianco. Ma anche dello zucchero, della carne, del glutine o della farina. Esistono pagine che parlano del latte come di "veleno bianco" e altre che rispondono alla domanda: "il latte è tossico per l'uomo?".

Ma che è successo in questi anni?


Se il latte è questo veleno, se tutto ciò che mangiamo è mortale, com'è che siamo vivi e sempre più longevi?
Di cosa ci lamentiamo noi popoli occidentali che stiamo fin troppo bene rispetto al resto del mondo? Ci dovremmo lamentare dell'ignoranza, che fa più vittime della fame.
Perché come per qualsiasi cosa (anche per una potente sostanza tossica) è la dose che fa il veleno. 
Bere latte non fa male, fa male bere litri di latte al giorno.

Mangiare caramelle non fa male, fa male mangiare un chilo al giorno.
Mangiare pizza non fa male, fa male mangiarne tre al giorno.
Tutti i giorni.

Già, perché se, per esagerare e con un po' di fantasia, mangiassimo un chilo di caramelle al giorno per una settimana, saremmo degli sprovveduti, rischieremmo un aumento di peso eccessivo, problemi nutrizionali, problemi ai denti ed ormonali. Ma se questo lo facessimo per sopravvivere nel deserto, riprendendo a nutrirci regolarmente dopo la settimana di eccesso di zuccheri, nel nostro corpo non sarà cambiato praticamente nulla.
Molti mi chiedono: "ma allora bere latte fa male?". Risposta: NO.

Non fa male esattamente come non fa male un piatto di lasagne o una tavoletta di cioccolato. Ci sono persino degli studi che ce lo dicono, gli stessi studi che sono portati come "prova" della pericolosità del latte e che ci dicono che chi beve latte ha un rischio di frattura e di morte più elevato di chi ne bene poco o niente (meno di un bicchiere al giorno). Vero, ma il rischio è elevato per chi beve tre bicchieri e più (680 gr.) di latte al giorno.
Per quanto riguarda il rischio di osteoporosi o fratture (che nell'anziano sono un problema), il latte è solo marginalmente interessato, visto che l'elemento più importante (e decisivo, fin dall'infanzia) è l'esposizione al Sole, bere tanto o poco latte influenza pochissimo la struttura dell'osso e mai quanto esporsi o meno alla luce solare (bastano delle passeggiate all'aperto) e studi molto seri mostrano come il latte possa essere protettivo nei confronti di malattie come il cancro al colon.
Dire quindi che "il latte fa male" è una bugia senza alcuna base scientifica.
Certamente, come spesso accade, chi è portatore di un'ideologia la costruisce bene. Si fornisce di argomenti, scuse, addirittura studi scientifici ma non serve tanta scienza per capire che un po' di latte al giorno o alla settimana non fa né bene né male. Ci sono alcuni studi che mostrano come, contrariamente a ciò che è comunemente creduto, il latte favorisca (invece di prevenire) le fratture ossee.
Com'è possibile? Succede perché questi studi mostrano come le popolazioni che consumano più latte, in grandi quantità, sono più esposte a fratture ossee. Strano. Se non fosse che questi studi hanno troppi condizionamenti, troppe cose che fanno arrivare a conclusioni sbagliate. Ne dico una per tutte. Le popolazioni che consumano più latte sono anche quelle (per esempio nord Europee) che hanno meno esposizione alla luce solare, volontariamente (temperature basse quindi vita prevalentemente al chiuso) o per questioni ambientali (territori nei quali il Sole è raramente ben visibile). Sapendo che la luce solare è il primo fattore di salute per le ossa, fino a che punto possiamo dare al consumo di latte la "colpa" dell'aumento di fratture ossee?
Ecco, come si vede l'argomento non è facile da affrontare e forse con un po' di buon senso (e di ironia) si può riportare tutto alla sua dimensione.
Il latte (o lo zucchero o le farine...) non deve essere visto come un farmaco o un elemento indispensabile della dieta, è un alimento come tanti altri e come le lasagne.
È un alimento, fondamentale per i neonati ed i...lattanti, la sua utilità è nulla in età adulta. Esattamente com'è nulla l'utilità del cioccolato, della pizza o delle lasagne.
Se mangiamo pizza o lasagne non lo facciamo perché "fanno bene" ma perché ci piacciono ed anche il "piacere" è benessere, psichico e fisico e mangiarne ogni tanto ha anche un suo senso rispetto alla salute fisica e generale.

Voi cosa rispondereste alla domanda "le lasagne fanno bene o male?".
Cosa fare con il latte, quindi? Il latte ci piace?
Beviamolo, come se fosse (perché lo è) un piatto di pasta o un secondo. I latticini ci piacciono? Mangiamoli! Ma nei limiti (250 gr al giorno al massimo, circa), consideriamoli non "utili alla salute" ma buoni. Mangiarne poco è assolutamente permesso, mangiare troppo può essere dannoso per vari motivi e questo vale per tutto, non solo per il latte, perché qualsiasi alimento (e non solo) in eccesso può creare danni.
Qualcuno ha riflettuto sul fatto che il Sole, origine della vita, nutrimento della natura, piacere estivo, simbolo del benessere, in alte dosi può essere cancerogeno e mortale? Nessuno diffonde campagne contro l'uso del Sole? Sapete che fino agli anni '50 un metodo per abortire molto diffuso in Italia era il decotto di prezzemolo? Avete mai visto campagne contro l'uso del prezzemolo a tavola? No, come nessuno farà circolare mai la voce che le lasagne fanno male, eppure contengono molte più calorie, grassi e zuccheri di un bicchiere di latte, sapete perché? Anche in questo caso per un problema di cultura ed abitudine.

Le lasagne sono viste come "un piatto da cucina", il latte no.
Perché questa discriminazione verso uno dei nostri piatti nazionali più buoni e famosi? Perché nessuno se la prende con le lasagne?
Perché è un falso problema, nessun dilemma.
Dietro questi fondamentalismi, apparenti estremismi alimentari, spesso si nascondono o ideologie (animalismo, antivaccinismo, pratiche alternative, sette, religioni) o vere e proprie patologie psichiatriche (anoressia, ortoressia), che cercano di fare proseliti, cercano complici per le proprie convinzioni. Il concetto d'altronde è ovvio.

Non bisogna "non mangiare" ma mangiare bene, che si tratti di cioccolato, zucchero, latte o...lasagne.

Nessuno ce lo dice,
Anzi: nessuno ce lo dicie!!1!!

Per chi volesse approfondire...:

-Bressanini

Alla prossima.