Rispondendo ad un post nel blog di orsatosta che scriveva a proposito dei fatti di un giorno particolare, mi è uscita una riflessione degna del peggior Baudelaire in preda ai fumi della peggiore droga in commercio, ma da quello inizio:
Oggi è un giorno come un altro, è un giorno che come è arrivato passerà, con degli avvenimenti, e nuove vite che arrivano ed altre che se ne vanno, oggi è un giorno, solo un giorno.
Se in tanti di questi giorni riuscirai a creare, costruire, ideare, comunicare, aiutare, trovare, sconfiggere, crescere, coltivare, beh, qualcuno si ricorderà di te, in un altro giorno come un altro.
Qualcuno penserà a te come a qualcuno che invece di lasciar passare i giorni li usava per dare quello che ha agli altri, dai figli agli amici, ai conoscenti, agli sconosciuti.
Un giorno esisterà un altro giorno dove una tua azione di oggi, rivivrà in chi vivrà, quel giorno.
Oggi è un giorno come un altro, è un giorno che come è arrivato passerà, con degli avvenimenti, e nuove vite che arrivano ed altre che se ne vanno, oggi è un giorno, solo un giorno.
Se in tanti di questi giorni riuscirai a creare, costruire, ideare, comunicare, aiutare, trovare, sconfiggere, crescere, coltivare, beh, qualcuno si ricorderà di te, in un altro giorno come un altro.
Qualcuno penserà a te come a qualcuno che invece di lasciar passare i giorni li usava per dare quello che ha agli altri, dai figli agli amici, ai conoscenti, agli sconosciuti.
Un giorno esisterà un altro giorno dove una tua azione di oggi, rivivrà in chi vivrà, quel giorno.

Mangiato di fretta? Troppi appuntamenti? Non hai avuto il tempo di salutare tuo figlio o tua moglie?
Nessun problema. Succede a tutti. E sappiamo tutti che è ridicolo e contro il senso stesso della vita, ma ormai ci stiamo dentro, tutti.
A me capita ogni tanto di soffermarmi a discutere con una persona malata di malattie molto gravi, non solo neoplasie maligne, ma anche malattie neuromuscolari. Ogni volta è una lezione di vita. Anche per questo amo il mio lavoro, credo di aver ricevuto molto di più di quello che ho dato e per questo non mi stancherò mai di dare e quando qualcuno mi ringrazia, per qualsiasi cosa, dall'indicazione del reparto giusto, alla soluzione di un problema, rispondo sempre e solo "prego". Niente altro. Perchè quello che faccio, anche l'atto più "eroico" va oltre il mio dovere, è il minimo che possa fare per chi in quel momento crede in me ed alle mie capacità. Certo, alla mia risposta secca e senza cerimonie, molti mi guardano strano, ma non mi importa, non è calcolato è diventata un'abitudine.
Accadono spesso nel mio lavoro episodi che ti fanno riflettere, che ti aprono orizzonti che credevi inesistenti.
Come quella volta che arriva una donna al pronto soccorso, in pessime condizioni, sorretta dai figli, colorito pallido, che appena sdraiata nel lettino crolla: arresto cardiaco. Eravamo in due, il mio collega inizia la somministrazione di farmaci, io inizio il massaggio cardiaco, non c'era nemmeno il tempo di andare a prendere l'apparecchio per la cardioversione (la stimolazione elettrica del cuore), attimi eterni, i figli erano davanti a noi, la signora riapre gli occhi...si riprende.
Le chiedo...: "come sta??" e lei..."meglio, meglio..." ed io a pensare, "era morta, cuore fermo ed ora sta meglio..." non è incredibile...? Ero solo un neolaureato, mi stupivo di tutto ma quell'episodio lo ricordo ancora oggi.
Poi ci fai l'abitudine, ne vedi tanti di casi come questo. Oppure la donna che durante la fase finale del parto, ti lascia lì, senza parole. Parto difficoltoso, la donna non spinge come dovrebbe, è stanca ma il parto è prossimo e sembra ormai fatta. La fase espulsiva del parto è quella dove devi spingere e spingere, senza pensare ad altro, la donna non "mi aiuta ad aiutarla". "Spinga signora, forza!!". L'ostetrica le solleva la testa, poi mi guarda ed urla: "Dottore, ma la signora è in arresto!!! (cardiaco)" in quel momento cioè, la donna viene colta da arresto cardiaco...un evento assurdo, imprevedibile, da adrenalina.
Lei senza sensi nel lettino da parto e la testa del bambino che si intravedeva appena. Inizio con il massaggio cardiaco e nel frattempo faccio chiamare l'anestesista, trasportiamo la signora in barella in sala operatoria, io sconvolto che cercavo di mantenere la calma, il marito paralizzato, bianco come un lenzuolo, lo persi di vista.
Il cuore riparte, non c'è altra alternativa che tentare un cesareo d'urgenza per provare a salvare mamma e bambino.
La signora arriva in sala operatoria con un'attività cardiaca presente, il battito cardiaco del bambino era anch'esso presente anche se indicava sofferenza, ci laviamo per operare, molto velocemente. Il bimbo deve nascere immediatamente con un taglio cesareo.
L'anestesista, pensa al problema cardiaco, io mi concentro sul taglio cesareo, poco dopo l'inizio un altro arresto cardiaco, poi risolto. L'anestesista mi dice nel frattempo che la signora ha avuto un infarto. Ho conservato il foglietto con i tempi operatori. In 23 secondi è nato il bimbo (dall'incisione della cute alla fuoriscita del feto), in 20 minuti ho finito l'intervento, è stato il taglio cesareo più veloce della mia vita.
Mamma salva, bimbo pure, sono poi tornati a casa, senza nessun problema, anche se la signora farà i suoi controlli e le terapie per il problema cardiaco, l'ho rivista dopo un paio d'anni e stava bene.
Risalgo in reparto (credo di aver perso una ventina di anni della mia vita però...) e la sorella della donna mi ferma arrabbiata: "ma che modi sono...? Ci avete fatto preoccupare, non sono riuscita nemmeno a salutarla mia sorella!! E' modo di correre così, senza dire nulla? Ci siamo spaventati da morire!!".
Io le ho risposto: "mi faccia bere un bicchiere d'acqua e poi vengo a spiegarle un po' di cose...".
Ho il sospetto che anche dopo averle spiegato quello che era successo, visto che continuava a chiedere il peso del bambino e se era bello e se avevamo detto alla sorella che assomigliava tutto al papà...non ha capito l'esatta gravità della situazione. Anche il marito, l'unica cosa che mi ha detto: "Mi ha fatto preoccupare, dottore..."
:)
Ma che importa, ho salvato due vite, non è poco...anzi...è tanto eccome...
Ma potrei raccontarne tante altre...
Sarà passato un mese, credo, era l'ultima visita di controllo della mattinata, una donna doveva essere accompagnata ad eseguire una TAC addomino pelvica, le avevo trovato una cisti ovarica. Lei era stata operata e curata 12 anni prima per carcinoma mammario, stava bene ed effettuava ogni anno un controllo.
Quella cisti non mi piaceva e così le ho prescritto la TAC.
L'infermiera che doveva accompagnarla era in sala operatoria per un'urgenza, io avevo finito le visite e così mi sono offerto di farle compagnia, se non ti dai da fare si blocca tutto, in un piccolo ospedale.
Arriviamo in radiologia ed aspettiamo, cominciando a discutere.
Io sono originario del sud Italia, emigrato al nord fondamentalmente per lavoro ma anche per scelta. La signora, accortasi del mio accento poco "nordico" inizia la discussione con un "eh sì, al sud esistono anche brave persone come lei..."...ottimo inizio...
:)
Poi si prendono argomenti tipici per passare il tempo, i figli, la pioggia, non ci sono più le mezze stagioni ed una volta qui era tutta campagna.
Mi racconta infine una storia, ai tempi della guerra, la sua famiglia, lei era una bambina, ospitò per pietà, un soldato dell'esercito italiano, palermitano di origine, nella sua casa. I nazisti stavano effettuando dei rastrellamenti ed imprigionavano tutti i soldati italiani che trovavano per deportarli.
Il soldatino (era un ragazzino, mi raccontava) era sporco, affamato ed assetato, loro lo nutrirono, pulirono e lo rivestirono, regalandogli un cappotto del nonno per fargli togliere di dosso i vestiti militari, che lo avrebbero, prima o poi condannato a morte.
Dopo una settimana di permanenza, il soldato andò via e di lui non si seppe più nulla.
Passarono gli anni, la bambina diventò donna, moglie e nonna ed un giorno, nella sua casa, bussò qualcuno. Un signore anziano, accompagnato da una donna. Molto timidi le chiesero di poterle rubare 10 minuti.
L'uomo le raccontò che era in gioventà un soldato, deposte le armi, scappò per le campagne e fu ospitato da una famiglia della zona, ne conosceva solo il cognome ed il nome della figlia più piccola, perchè tutti la chiamavano spesso. La piccola era lei, ormai grande ed il signore era proprio quel soldato.
La donna che lo accompagnava era sua figlia che spiegò che il padre ripeteva da anni che prima di morire avrebbe voluto restituire ai legittimi proprietari il cappotto che lo aveva riparato, in tutti i sensi, alla fine della guerra.
La figlia lo aveva accontentato, aveva cercato a lungo quell'indirizzo e si era informata bene su chi fossero quelle persone che abitavano lì. Dopo aver sbagliato per 2 volte famiglia, era arrivata alla casa giusta.
L'uomo tirò fuori il cappotto, ormai praticamente marcio e lo consegnò alla donna assieme ad una confezione di cannoli siciliani, dicendole: "Grazie, ora posso morire in pace".
Inutili le insistenze per farlo restare da loro qualche giorno, festeggiare, fargli conoscere gli altri familiari, niente. Lui aveva raggiunto quello che sperava da decenni. Tornò nella sua città ed a quanto pare morì pochi anni dopo.
La donna, raccontando questa storia si commosse molto, io evitai di farle domande o chiederle particolari che non capivo, ma la fissavo continuamente. Mi stava raccontando qualcosa di privato ed io non la conoscevo. Ma di queste lezioni di vita, ne ricevo tante, quotidianamente, ne ascolto tanti di miracoli, ricordi, segreti, vittorie, tante.
La chiamarono per la TAC ed io dovevo tornare alle mie cose (in realtà avevo finito il turno e dovevo semplicemente andare a casa), ma prima di lasciarmi mi disse più o meno: "qualsiasi cosa fai nella vita, l'importante è che qualcuno, per quella cosa, si ricordi di te, solo così sopravviverai alla morte".
E' vero. Un pittore, quando morirà, vivrà nelle sue opere, così un poeta o uno scultore. Un musicista, sopravviverà alla sua morte perchè ogni volta che qualcuno ascolterà la sua composizione o la sua voce, ne farà una persona viva, vivente.
Uno scrittore, lascia le sue parole scolpite per sempre, il suo corpo morirà ma lui sopravviverà nei suoi scritti.
E chi non fa un lavoro "creativo"? Un gesto, una buona azione, un comportamento esemplare, sono tutte cose che non si dimenticano in fretta. Lasciare una "firma" nella vita di un'altra persona, non è così difficile, basta pochissimo.
L'importante è che la nostra vita, assuma un significato e non è un caso che queste riflessioni emergano soprattutto in chi sa di avere poco da vivere.
Nessun problema. Succede a tutti. E sappiamo tutti che è ridicolo e contro il senso stesso della vita, ma ormai ci stiamo dentro, tutti.
A me capita ogni tanto di soffermarmi a discutere con una persona malata di malattie molto gravi, non solo neoplasie maligne, ma anche malattie neuromuscolari. Ogni volta è una lezione di vita. Anche per questo amo il mio lavoro, credo di aver ricevuto molto di più di quello che ho dato e per questo non mi stancherò mai di dare e quando qualcuno mi ringrazia, per qualsiasi cosa, dall'indicazione del reparto giusto, alla soluzione di un problema, rispondo sempre e solo "prego". Niente altro. Perchè quello che faccio, anche l'atto più "eroico" va oltre il mio dovere, è il minimo che possa fare per chi in quel momento crede in me ed alle mie capacità. Certo, alla mia risposta secca e senza cerimonie, molti mi guardano strano, ma non mi importa, non è calcolato è diventata un'abitudine.
Accadono spesso nel mio lavoro episodi che ti fanno riflettere, che ti aprono orizzonti che credevi inesistenti.
Come quella volta che arriva una donna al pronto soccorso, in pessime condizioni, sorretta dai figli, colorito pallido, che appena sdraiata nel lettino crolla: arresto cardiaco. Eravamo in due, il mio collega inizia la somministrazione di farmaci, io inizio il massaggio cardiaco, non c'era nemmeno il tempo di andare a prendere l'apparecchio per la cardioversione (la stimolazione elettrica del cuore), attimi eterni, i figli erano davanti a noi, la signora riapre gli occhi...si riprende.
Le chiedo...: "come sta??" e lei..."meglio, meglio..." ed io a pensare, "era morta, cuore fermo ed ora sta meglio..." non è incredibile...? Ero solo un neolaureato, mi stupivo di tutto ma quell'episodio lo ricordo ancora oggi.
Poi ci fai l'abitudine, ne vedi tanti di casi come questo. Oppure la donna che durante la fase finale del parto, ti lascia lì, senza parole. Parto difficoltoso, la donna non spinge come dovrebbe, è stanca ma il parto è prossimo e sembra ormai fatta. La fase espulsiva del parto è quella dove devi spingere e spingere, senza pensare ad altro, la donna non "mi aiuta ad aiutarla". "Spinga signora, forza!!". L'ostetrica le solleva la testa, poi mi guarda ed urla: "Dottore, ma la signora è in arresto!!! (cardiaco)" in quel momento cioè, la donna viene colta da arresto cardiaco...un evento assurdo, imprevedibile, da adrenalina.
Lei senza sensi nel lettino da parto e la testa del bambino che si intravedeva appena. Inizio con il massaggio cardiaco e nel frattempo faccio chiamare l'anestesista, trasportiamo la signora in barella in sala operatoria, io sconvolto che cercavo di mantenere la calma, il marito paralizzato, bianco come un lenzuolo, lo persi di vista.
Il cuore riparte, non c'è altra alternativa che tentare un cesareo d'urgenza per provare a salvare mamma e bambino.
La signora arriva in sala operatoria con un'attività cardiaca presente, il battito cardiaco del bambino era anch'esso presente anche se indicava sofferenza, ci laviamo per operare, molto velocemente. Il bimbo deve nascere immediatamente con un taglio cesareo.
L'anestesista, pensa al problema cardiaco, io mi concentro sul taglio cesareo, poco dopo l'inizio un altro arresto cardiaco, poi risolto. L'anestesista mi dice nel frattempo che la signora ha avuto un infarto. Ho conservato il foglietto con i tempi operatori. In 23 secondi è nato il bimbo (dall'incisione della cute alla fuoriscita del feto), in 20 minuti ho finito l'intervento, è stato il taglio cesareo più veloce della mia vita.
Mamma salva, bimbo pure, sono poi tornati a casa, senza nessun problema, anche se la signora farà i suoi controlli e le terapie per il problema cardiaco, l'ho rivista dopo un paio d'anni e stava bene.
Risalgo in reparto (credo di aver perso una ventina di anni della mia vita però...) e la sorella della donna mi ferma arrabbiata: "ma che modi sono...? Ci avete fatto preoccupare, non sono riuscita nemmeno a salutarla mia sorella!! E' modo di correre così, senza dire nulla? Ci siamo spaventati da morire!!".
Io le ho risposto: "mi faccia bere un bicchiere d'acqua e poi vengo a spiegarle un po' di cose...".
Ho il sospetto che anche dopo averle spiegato quello che era successo, visto che continuava a chiedere il peso del bambino e se era bello e se avevamo detto alla sorella che assomigliava tutto al papà...non ha capito l'esatta gravità della situazione. Anche il marito, l'unica cosa che mi ha detto: "Mi ha fatto preoccupare, dottore..."
:)
Ma che importa, ho salvato due vite, non è poco...anzi...è tanto eccome...
Ma potrei raccontarne tante altre...
Sarà passato un mese, credo, era l'ultima visita di controllo della mattinata, una donna doveva essere accompagnata ad eseguire una TAC addomino pelvica, le avevo trovato una cisti ovarica. Lei era stata operata e curata 12 anni prima per carcinoma mammario, stava bene ed effettuava ogni anno un controllo.
Quella cisti non mi piaceva e così le ho prescritto la TAC.
L'infermiera che doveva accompagnarla era in sala operatoria per un'urgenza, io avevo finito le visite e così mi sono offerto di farle compagnia, se non ti dai da fare si blocca tutto, in un piccolo ospedale.
Arriviamo in radiologia ed aspettiamo, cominciando a discutere.
Io sono originario del sud Italia, emigrato al nord fondamentalmente per lavoro ma anche per scelta. La signora, accortasi del mio accento poco "nordico" inizia la discussione con un "eh sì, al sud esistono anche brave persone come lei..."...ottimo inizio...
:)
Poi si prendono argomenti tipici per passare il tempo, i figli, la pioggia, non ci sono più le mezze stagioni ed una volta qui era tutta campagna.
Mi racconta infine una storia, ai tempi della guerra, la sua famiglia, lei era una bambina, ospitò per pietà, un soldato dell'esercito italiano, palermitano di origine, nella sua casa. I nazisti stavano effettuando dei rastrellamenti ed imprigionavano tutti i soldati italiani che trovavano per deportarli.
Il soldatino (era un ragazzino, mi raccontava) era sporco, affamato ed assetato, loro lo nutrirono, pulirono e lo rivestirono, regalandogli un cappotto del nonno per fargli togliere di dosso i vestiti militari, che lo avrebbero, prima o poi condannato a morte.
Dopo una settimana di permanenza, il soldato andò via e di lui non si seppe più nulla.
Passarono gli anni, la bambina diventò donna, moglie e nonna ed un giorno, nella sua casa, bussò qualcuno. Un signore anziano, accompagnato da una donna. Molto timidi le chiesero di poterle rubare 10 minuti.
L'uomo le raccontò che era in gioventà un soldato, deposte le armi, scappò per le campagne e fu ospitato da una famiglia della zona, ne conosceva solo il cognome ed il nome della figlia più piccola, perchè tutti la chiamavano spesso. La piccola era lei, ormai grande ed il signore era proprio quel soldato.
La donna che lo accompagnava era sua figlia che spiegò che il padre ripeteva da anni che prima di morire avrebbe voluto restituire ai legittimi proprietari il cappotto che lo aveva riparato, in tutti i sensi, alla fine della guerra.
La figlia lo aveva accontentato, aveva cercato a lungo quell'indirizzo e si era informata bene su chi fossero quelle persone che abitavano lì. Dopo aver sbagliato per 2 volte famiglia, era arrivata alla casa giusta.
L'uomo tirò fuori il cappotto, ormai praticamente marcio e lo consegnò alla donna assieme ad una confezione di cannoli siciliani, dicendole: "Grazie, ora posso morire in pace".
Inutili le insistenze per farlo restare da loro qualche giorno, festeggiare, fargli conoscere gli altri familiari, niente. Lui aveva raggiunto quello che sperava da decenni. Tornò nella sua città ed a quanto pare morì pochi anni dopo.
La donna, raccontando questa storia si commosse molto, io evitai di farle domande o chiederle particolari che non capivo, ma la fissavo continuamente. Mi stava raccontando qualcosa di privato ed io non la conoscevo. Ma di queste lezioni di vita, ne ricevo tante, quotidianamente, ne ascolto tanti di miracoli, ricordi, segreti, vittorie, tante.
La chiamarono per la TAC ed io dovevo tornare alle mie cose (in realtà avevo finito il turno e dovevo semplicemente andare a casa), ma prima di lasciarmi mi disse più o meno: "qualsiasi cosa fai nella vita, l'importante è che qualcuno, per quella cosa, si ricordi di te, solo così sopravviverai alla morte".
E' vero. Un pittore, quando morirà, vivrà nelle sue opere, così un poeta o uno scultore. Un musicista, sopravviverà alla sua morte perchè ogni volta che qualcuno ascolterà la sua composizione o la sua voce, ne farà una persona viva, vivente.
Uno scrittore, lascia le sue parole scolpite per sempre, il suo corpo morirà ma lui sopravviverà nei suoi scritti.
E chi non fa un lavoro "creativo"? Un gesto, una buona azione, un comportamento esemplare, sono tutte cose che non si dimenticano in fretta. Lasciare una "firma" nella vita di un'altra persona, non è così difficile, basta pochissimo.
L'importante è che la nostra vita, assuma un significato e non è un caso che queste riflessioni emergano soprattutto in chi sa di avere poco da vivere.
Cosa c'entra tutto questo in questo blog? Non lo so, un blog è un diario no? Va bene così. Ma la riflessione mi è sorta pensando a quelle persone che spesso scrivono qui nei commenti di MedBunker, o mi scrivono in privato "distruggendo", criticando, insultando, senza costruire nulla, senza rappresentare niente, senza creare, vogliono solo DISTRUGGERE per astio personale, interesse, ignoranza o altro.
Cosa lasceranno questi, ai loro figli, ai loro amici, all'umanità? NULLA.
Cosa lasceranno a chi li ha conosciuti?
Cosa lasceranno questi, ai loro figli, ai loro amici, all'umanità? NULLA.
Cosa lasceranno a chi li ha conosciuti?
Hanno lasciato molto di più quelli che se ne sono andati soffrendo, hanno offerto il loro dolore nella speranza di farcela e spesso non per loro ma solo per chi gli stava accanto e chi gli stava accanto, non avendolo capito, sparge a volte solo odio, astio e distruzione. Altre volte con dignità, ricorda quel dolore e la persona che l'ha portato addosso.
Spargete amore, create, ideate. Date ed ottenete fiducia, non sospettate, credeteci, fino in fondo.
Così è stato per il professor PAUSCH.
Non c'è più, ma è vivo, più che mai.
Randolph Frederick Pausch è morto a Chesapeake il 25 luglio 2008 a 48 anni. Era un professore di informatica e lavorava all'Università di Pittsburgh (Pennsylvania). Negli Stati Uniti, si usa dare l'ultima lezione quando un docente va in pensione o lascia l'incarico e questa è la sua ultima lezione all'università, quando era già consapevole di stare morendo a causa di cancro al pancreas.
L'esperienza è ciò che ottieni quando non sei riuscito a ottenere ciò che volevi.
Il video è piuttosto lungo, più di un'ora e richiede un po' di tempo quindi, per essere visto ed apprezzato, ma ne esiste una sintesi (anche di qualità video minore) che ha tenuto per una rete televisiva, qui, poco più di 10 minuti, in caso non troviate il tempo per guardare la versione integrale (ma ne varrebbe la pena).
Questo ha lasciato Randolph ai suoi figli, a sua moglie, a tutti noi.
Ah, la paziente che mi raccontò la storia del soldato fu operata per rimuovere la cisti ovarica. Tutto benigno, tutto bene, è davvero contenta. Mi ha detto "grazie per la compagnia" quando le ho comunicato l'esito dell'esame istologico, le ho risposto "prego!".
Vi prometto che il prossimo articolo sarà molto più "leggero", estivo, è già pronto e farà anche sorridere, scusatemi se vi ho dato lo spunto per qualcosa che con l'aria delle ferie c'entra poco.
Alla prossima.