domenica 6 gennaio 2019

Stupido è chi lo stupido fa.

Avevo parlato tempo fa di una figura mitologica che ho conosciuto in questi anni di frequentazione del web.
Come sapete io sono diventato, assolutamente per caso, un medico che spiega la medicina (e la scienza quando possibile) alle persone interessate. In gergo questo si chiama "divulgatore" ma non mi sono mai sentito tale in quanto non è questo il mio mestiere. Bisogna pure seguire le tendenze o si rimane fermi e così oltre al blog, questo, che è un po' il punto di inizio, ho inaugurato quasi subito una pagina su Facebook, forse il più noto social network, che avrà tanti difetti ma anche tanti pregi.
Sulla pagina Facebook ogni settimana riesco a parlare di cose più rapide, spesso di semplici curiosità (in genere durante la settimana parlo di cose serie, nel week end di cose più "leggere"), magari riprendo qualche post del blog o commento l'attualità. Diciamo che è un mezzo più rapido, forse meno "serioso" ma più veloce.

Il difetto è che c'è una partecipazione massiva dei commentatori (sono iscritte più di 50.000 persone) e quindi l'attenzione deve essere massima, si rischia il caos, c'è sempre il disturbatore, quello che va fuori tema o direttamente aggredisce o insulta. Nel tempo ho imparato a conoscere un altro tipo di commentatore, il "critico in poltrona", quello che, spuntato dal nulla (quindi non una persona che conosco che si permette di darmi un consiglio o una critica costruttiva), senza avere mai interagito, inizia a criticare ferocemente quello che ho scritto. Ma non nel merito dell'argomento o su punti fondamentali, lo fa su piccolezze. Sulla forma, la grammatica, discute la lettera maiuscola, la virgola messa male, il termine non perfettamente corretto e lo fa con aggressività nemmeno avessi ucciso qualcuno.
Insomma sembra essere lì per disturbare.
Non aggiunge nulla alla conversazione e non ha nessun valore positivo non ha mai fatto niente, non scrive, non collabora nel tentativo di arginare la disinformazione ma se sbagli la virgola o scrivi "spaghettti" te lo fa notare subito con una rabbia mai vista prima. E guai a farglielo presente, si offende pure.
Di questo, come detto, ho parlato tempo fa.

L'esperienza, si sa, è un'ottima maestra e, con il tempo, accanto ad antivaccinisti esaltati, seguaci di medicine alternative completamente presi dal loro guru e cattivissimi guaritori e naturopati, oltre al critico in poltrona, ho scoperto l'ennesima figura mitologica. Il "comunicatore della scienza" in poltrona.
Già, perché il critico in poltrona è uno che fa un lavoro qualsiasi, spesso legato al mondo scientifico ma non per forza, il "comunicatore scientifico" è invece uno che si presenta proprio come persona che si occupa di scienza, di parlarne e magari di scriverne nei giornali. Quindi (in teoria) competente e professionale cosa che, si presume, lo rende credibile.

Ma vi racconto come sono finito nelle grinfie del comunicatore scientifico in oggetto.
Giorni fa mio figlio, preadolescente, mi raccontava di un suo amico che, tornando con lui a casa, si era bendato provando a camminare senza vedere niente. Quando ho chiesto i motivi di quel comportamento (pensavo ad una delle tante "pazzie" di quell'età) mio figlio mi dice "stava facendo il "bird box challenge". Io, da vecchiardo ormai passato di moda, sbarro gli occhi e gli chiedo di cosa si trattasse.
In parole povere un canale televisivo ha trasmesso un film nel quale i protagonisti vivono bendati (più o meno, è quello che mi ha raccontato) per non vedere dei pericolosi spiriti maligni che potrebbero ucciderli. Questa cosa ha colpito molti giovani che hanno iniziato una delle tante sfide (demenziali, ne esistono di assurde su You Tube) di gruppo, i "challenge": passare dei momenti o delle ore completamente bendati e fare tutto senza vedere.

Ho cercato allora questa cosa ed in effetti ci sono delle notizie.
Qualche giornale parla anche di incidenti e feriti (da bendati sarebbero caduti o finiti contro un palo) e il canale televisivo ha emesso un comunicato nel quale invitava gli spettatori a non fare quel gioco, poteva essere, in effetti, pericoloso. Qualcuno però parla di pubblicità ideata dal canale televisivo, in effetti non ci sono molte notizie serie ma su You Tube ci sono dei video nei quali addirittura qualcuno guida bendato o esce con gli occhi completamente coperti e c'è pure qualche incidente. Insomma, poco importa, questa era solo una curiosità.
Ma questa cosa mi è sembrata profondamente stupida. Un gioco è un gioco, va bene ma bendarsi e guidare o correre per strada non è solo un gioco è proprio una scemenza. Forse più di una banale ragazzata, è davvero pericoloso, non solo per se stessi.

Mentre controllavo questa storia mi cade l'occhio su una delle tante pagine Facebook che consulto per trarre storie da raccontare, avere spunti per i miei articoli e "controllare" le novità e le tendenze nel mondo della pseudoscienza.

Ero in una pagina di seguaci delle medicine olistiche e leggevo un post surreale. Una mamma diceva di aver dato alla figlia piccola delle noci macerate in aceto per curare una verruca sul volto e si lamentava che la verruca non fosse passata ma attorno ad essa era comparsa un'area molto arrossata, ruvida e poco piacevole.
Leggendo queste parole pensai a quella madre che stava sottoponendo la figlia ad una inutile tortura, anche potenzialmente pericolosa (non certo per la vita ma almeno per la pelle della bambina). La cosa che però mi colpì di più furono i commenti. Ognuno diceva la sua, c'era la ragazzina che consigliava un ago arroventato come aveva fatto lei, una che si firmava "naturopata" consigliava toccate di candeggina, la signora che diceva fosse meglio una lametta disinfettata. Insomma ognuno dava un consiglio stupido, che ai miei occhi era anche assolutamente fuori luogo, inefficace e potenzialmente pericoloso. La madre ringraziava e mi è sembrato optasse per la candeggina sul volto della figlia.

I consigli che ho letto erano proprio così, apparivano stupidi, basati sul nulla, su superstizioni, ipotesi, su azioni immaginarie. Non c'era una base nemmeno "popolare" in quei consigli, erano idee a caso, sulla pelle, letteralmente, di una bambina.
Collegare questo episodio con la notizia del "bird box", i ragazzi che si bendano per sfida, mi ha ispirato un post per la mia pagina di Facebook. Una riflessione su come i social network abbiano "sdoganato" la stupidità, il consiglio dato alla leggera, posti dove chiunque, qualsiasi mestiere faccia, qualsiasi esperienza abbia, si sente in dovere di dare consigli, su tutto, anche su cose delicate o sulla salute. Un pensiero spontaneo che mi è sorto collegando i consigli sulla verruca della bambina e i ragazzi bendati che si schiantano sul palo.

Quando ho l'ispirazione, per non perderla, cerco di scrivere subito (ecco perché a volte qualche errore scappa), di getto.
Ed ecco cosa ho scritto:
La società civile si basa su un concetto semplice e vincente. Ognuno contribuisce al benessere di tutti facendo ciò che sa fare meglio. Il fornaio fa il pane, il medico cura, l’ingegnere progetta case e il muratore le costruisce. Per questo sono nate le città, le comunità e la società civile moderna. Ultimamente però l’appiattimento dei livelli sociali e la voglia di rivincita di chi si sente sfruttato hanno creato uno strano fenomeno.
Medici che fanno gli stregoni, casalinghe che parlano di vaccini, ragionieri che dicono come curarsi. Ognuno si reinventa una competenza che non ha, nessuno vuole sentirsi meno capace dell’altro, tutti sanno tutto. E non va bene.
Non conviene a nessuno, è rischioso, va contro ogni logica, va contro l’interesse del singolo e della società.
Ma fondamentalmente è molto stupido.
Non ci sono prove scientifiche a riguardo ma i segnali di un progressivo aumento della stupidità nelle persone sono sempre più evidenti.
L’ultima evidenza è di queste settimane.
In un film televisivo che si svolge nel futuro i protagonisti devono vivere con gli occhi bendati per evitare di guardare degli spiriti maligni pericolosi.
Fanno tutto a occhi bendati. Film di successo.
Tanto successo che negli USA in tanti sono finiti in ospedale perché hanno iniziato a fare le cose di ogni giorno bendati. Si bendano apposta per sfida, per gioco. E si fanno male. Qualcuno è caduto, altri hanno battuto la testa, si sono feriti. C’è chi ha fatto il video mentre guida bendato e chi passeggia bendato. Il sintomo più preoccupante a questo punto non è tanto la stupidità, qualche segnale di epidemia era già presente ma una nuova tendenza: lo stupido fa cose stupide e non vede l’ora di farlo vedere a tutti.
Che è un ulteriore segno di stupidità. Per questo motivo, se proprio non si riesce a tacere quando non si conosce un argomento, almeno non lo fate sapere in giro, non parlatene nei social, parlatene allo specchio con voi stessi, fate finti convegni a casa vostra. Se pensate di conoscere un argomento meglio di un esperto state probabilmente sbagliando e rischiate di passare per stupidi.
Usate la furbizia.
Registrate degli applausi, vestitevi da Cicerone ma smettetela di parlare di argomenti che non conoscete. Che sia medicina, economia o biologia, basta.
Lasciate che ognuno faccia il proprio lavoro.
Buon week end!

Ecco. Questa la mia riflessione.
Potrei riassumerla in pochissime parole: "ad ognuno il suo mestiere".
Che è una cosa ovvia, conosciuta, semplice buon senso, persino popolare e protagonista di detti regionali. Cosa avrei detto di sconvolgente o rivoluzionario? Non ho certo scritto il post del secolo, è un modo per discutere di qualcosa.
Commenti vari, piacevoli, interessanti ma, dopo l'inevitabile serie di commenti inutili (per esempio, chi mi corregge dicendo che i palazzi li progetta l'architetto e non l'ingegnere o quando inizialmente avevo scritto che non si trattava di un film ma di una serie televisiva, correggendomi dopo 6 (sei) commenti che lo sottolineavano) arriva il commento del "comunicatore della scienza in poltrona":
Salvo Di Grazia, ha preso un dottorato in sociologia nel frattempo? Perché a sentire lei sembrerebbe le analisi sociologiche debbano farle gli esperti in materia, e lei non mi risulta lo sia. Dove sbaglio?

Il commentatore è, a quanto risulta dal suo profilo, un "giornalista freelance" (collabora con testate on line) ed ha formazione scientifica ma si presenta anche come "comunicatore della scienza", in pratica più o meno quello che faccio io ma lui lo fa per lavoro.

Questo commento mi ha sorpreso. Per quale motivo il mio post, una semplice opinione personale, sarebbe un trattato di sociologia che richiederebbe chissà quali competenze? E cosa avrei detto di così straordinario da suscitare la reazione arrabbiata di uno che la scienza la spiega per mestiere? Allora ho fatto presente al signore che forse non aveva capito il post. Una semplice riflessione, un'ovvia opinione, tutto qua, ingiustificato il suo livore.
Ma non avevo ancora visto niente, perché il comunicatore della scienza in poltrona, nella sua pagina personale, aveva scritto:
questo post di Salvo di Grazia è "Una porcheria superficiale e classista. Bollare come stupidità ciò che non si capisce è sintomo anch'esso di stupidità, incapacità di comprendere il mondo e di fare analisi complesse. Poi vabe', l'introduzione è disgustosa [...]



A quel punto davvero non ci potevo credere. Tutto questo livore e rabbia, "disgustoso", "porcheria", per un post dove sottolineavo che era bene che ognuno si occupasse delle cose che sa (che concetto disgustoso) mi ha lasciato allibito. Questa persona ha tratto conclusioni personali da un post che parla di altro, ne ha fatto il simbolo di un'analisi serissima e severa della società (addirittura avrei scritto che "i poveri dovrebbero rimanere poveri", voi leggete una cosa del genere nelle mie parole?).
Nella sua pagina, a parte qualche ingenuo che gli chiede giustamente "ma cosa avrebbe detto di strano Salvo Di Grazia?", altri lanciano accuse, insulti, chi insulta mia madre, chi dice che non ho capito mai niente, di "guerra". Persone che snocciolano letteratura, filosofia, analizzano parola per parola il mio post, facendone un manifesto ideologico, parlano di "fenomeno psicosociale spontaneo".  Incredibile.
Sono due le cose. O io rappresenterei una colonna decisiva per i destini del mondo o queste persone hanno una mente contorta e complicata e stanno viaggiando meglio di quando si assume LSD a digiuno.
L'accusa più comune è comunque che le mie parole sarebbero "classiste" (!).
Il delirio. Un delirio di oltre 200 commenti.

Ecco. ditemi la differenza tra le signore che davano consigli assurdi alla mamma preoccupata, i ragazzi che guidano bendati e il "comunicatore della scienza" infuriato.

Io non so se questa persona fosse in un momento di stress o di nervosismo personale ma nel suo modo di agire ho visto molta frustrazione, rabbia e confusione per i quali non ho capito più di tanto i motivi.
Ovviamente l'ho escluso dalla pagina dopo l'ennesimo insulto, pazienza e gentilezza sì ma non posso tenere tra gli amici uno che mi insulta.

Il comunicatore della scienza, che fa anche il giornalista, definisce "porcheria disgustosa" lo scritto di un'altra persona interpretandolo personalmente e volgarmente e traendone conclusioni completamente diverse da quelle reali, offensive anche per la mia persona. Però, se escludo la malafede di chi attacca, la colpa non può essere che mia.
Se qualcuno non capisce quello che scrivo ho scritto male. Forse dovevo scriverlo più chiaramente, forse con parole più semplici. Non è questo il problema, la colpa è completamente mia.
Il problema è la rabbia e l'aggressività di questa persona nei miei confronti.
Aggiungo, forse può servire, che qualcuno ha ipotizzato che, visto il suo livore, io avessi fatto qualcosa a questo signore. Non lo so, praticamente non lo conosco, non credo di aver mai interagito con lui né di avere mai avuto discussioni.
Altri hanno ipotizzato un concentrarsi sul termine "stupido" come fosse un insulto ingiustificato,  cosa che avrebbe causato questa reazione. Non lo vedo così. Guidare bendati è oggettivamente stupido, così come dare consigli sulla salute da parte di chi non ha competenza. È stupido consigliare come si costruisce una casa se non lo sai fare. La stupidità non è necessariamente un problema perché è un dato di fatto e in ogni caso chi non è mai stato "stupido"? ("che ha, o denota, scarsissima intelligenza, lentezza e fatica nell'apprendere, ottusità di mente" ma anche "sciocco, ingenuo"). C'è chi ha parlato di voglia di apparire (è sospetto in effetti lo stesso comportamento avuto con un altro medico, il prof. Burioni) provocando chi ha un po' di notorietà per avere spazio.
Ma probabilmente la spiegazione è molto più semplice e banale, come sempre: è un rompiscatole. Un normale, semplice, ordinario rompiscatole. Ho scoperto che ha avuto da ridire (con lo stesso tono e ditino alzato) persino su Piero Angela.


Non so se il mio post fosse quindi disgustoso o una porcheria, può essere, non sono uno scrittore per mestiere e l'importante che non siano porcherie le mie suture o le mie terapie ma questo comportamento mi ha colpito. Poi ho pensato che, come spesso accade, ognuno legge le cose come vuole, reagisce come vuole e ne fa quello che vuole, questo potrebbe essere semplicemente uno stupido caso di normalissimo commentatore esaltato come tanti, Facebook ne è pieno.
Da ignorare quindi, si va avanti.
Però il caso è interessante, per questo ne ho parlato, questo dimostra che gli attacchi o le critiche più inutili e pretenziose, non arrivano necessariamente dal signore un po' strano che si cura con l'aglio o con la mamma che è convinta che i vaccini siano il male, arrivano anche da chi si presenta come professionista, esperto del mestiere e ufficialmente persona equilibrata.
Mi era già successo in passato quando abituato a gente strana che mi insultava e aggrediva perché demolivo il loro guru o il loro complotto preferito, un giorno questo succede con un avvocato. Uno serio, uno che aveva studi a Roma, Londra, New York, che scriveva alla direzione di un giornale dicendo che io fossi "notoriamente" pagato dalle case farmaceutiche per demolire una o l'altra cura alternativa.
Una cosa che mi sconvolse perché per me l'aggressione fine a se stessa, banale, il "chi ti paga", era un comportamento da cappellino di alluminio in testa, da gente un po' particolare.
Non è così.
L'abnormità della reazione del "comunicatore scientifico" dimostra che le persone non sono sempre "pazienti", sempre "educate" o sempre "sagge", ogni tanto sbottano con chiunque ed è un pericolo, per loro, per la loro vittima, per tutti.
Allora resto ancora più convinto di quello che ho scritto nel post "porcheria": quando non si ha nulla da dire non è meglio tacere?

Alla prossima.

[post aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]

mercoledì 19 dicembre 2018

MedBunker Classic: 1871

Un altro anno si chiude ed io vi auguro di passare questi ultimi giorni del 2018 con serenità. Niente altro perché credo sia un buon augurio.
Qui nel blog, ripropongo un articolo pubblicato a settembre del 2012, uno di quelli che mi appassionano perché ci fanno vedere la medicina (e quindi la nostra vita) da un altro punto di vista, da rileggere.
Un saluto a tutti.



La percezione dei progressi scientifici e tecnologici non è sempre immediata.
Pensate alla differenza tra un quarantenne ed un bambino che oggi ha 10 anni.
Per queste due persone che vivono nella medesima epoca storica il "cellulare" o il "computer" sono due oggetti che assumono un significato assolutamente diverso. Il progresso è stato talmente veloce che le nostre generazioni, per la prima volta, si scontrano con un fenomeno nuovo e sconosciuto. Sono i giovani che trasmettono le loro conoscenze agli anziani. L'uso del computer, oggi diffusissimo, è alla portata dei più giovani ma distante dalle conoscenze dei meno giovani. Il cellulare è un oggetto "moderno" per i cinquantenni e "ordinario" per i dodicenni. Non è incredibile?

Questo succede anche in campo medico.

Non vedere bambini poliomielitici è la norma per un ventenne di oggi mentre era la norma il contrario per chi oggi ha cinquant'anni. Stesso fenomeno per le cure: morire di polmonite oggi è una rarità e suscita scalpore, per i nostri nonni era assolutamente normale.
Questo perché i progressi medico-scientifici hanno fatto dei passi enormi e talmente veloci che da una generazione all'altra hanno cambiato letteralmente la vita di tutti noi rendendo certi aspetti della vita quotidiana quasi fantasiosi, come se fossero inventati (basti leggere gli argomenti di chi è contro i vaccini).
Ma davvero i nostri nonni morivano per un'infezione? Era una realtà morire di parto così frequentemente? Sapevamo davvero così poco e così pochi anni fa?

Ebbene sì.

Leggere come erano curati i nostri avi può servire non solo a comprendere come siamo fortunati ad essere nati in quest'epoca ma anche a demolire due luoghi comuni difficili da estirpare. Il primo vuole che i nostri nonni fossero "saggi" e risolvessero i problemi di salute in maniera semplice ed efficace. La realtà è ben diversa.
Siamo noi a risolvere i problemi in questo modo e proprio perché disponiamo dei mezzi per farlo. I nostri antenati non avevano alcun mezzo realmente utile a curare le malattie e dovevano arrangiarsi con quello che offriva la scienza di quell'epoca: poco o niente, era questa la loro "saggezza".
Bufale come l'"autoguarigione", dette oggi fanno pensare a qualcosa di reale, dette ai nostri avi era l'unica possibilità perché se non guarivi da solo morivi. Il secondo luogo comune è quello che dipinge le industrie farmaceutiche come dispensatrici di morte. Sono aziende ed hanno lo scopo di guadagnare ma senza di loro che producono i farmaci anche noi non avremmo che pochissime possibilità di guarire o sopravvivere. L'interesse dell'industria farmaceutica quindi dovrebbe combaciare esattamente con quello che abbiamo noi di avere medicine sempre moderne, a disposizione ed portata di tutti. Non è sempre (né dovunque) così ma oggi la "pillola" è davvero una possibilità per la maggioranza della popolazione (ricca) del mondo, dove le industrie non esistono (e non guadagnano), non producono né investono e quindi esiste anche difficoltà di accesso alle cure e questo è un problema dei giorni nostri, non dei nostri "saggi antenati".

Per chi non ci credesse proviamo a leggere un libro medico, (Vincenzo Balocchi: Ostetricia, 1871) un testo di ostetricia utilizzato nelle università italiane, forse il più utilizzato in quegli anni: il ginecologo di nostra nonna probabilmente si era preparato su questo e quando aveva un caso difficoltoso si avvaleva di alcuni strumenti che andremo a vedere. Avevo già parlato di come si gestissero la gravidanza ed il parto negli scorsi secoli ma sapere anche come si curavano le malattie è ancora più didattico. Giusto per misurare con dei numeri, l'Italia è uno dei paesi al mondo con minore mortalità materna ed infantile in gravidanza e parto.
Nel 2009 in Italia sono morti meno di 3 bambini su 1000 in gravidanza o durante il parto quando in Nigeria (statisticamente tra le peggiori) ne morivano quasi 46 su 1000 e la mortalità materna segue questo trend: nel 2009 in Italia sono morte 6 donne, in Nigeria 1100.
Ecco cosa vuol dire progresso, scienza e medicina, per nostra fortuna.
Alcuni passi del libro possono essere impressionanti o difficili da sopportare, cercherò di limitarli al minimo indispensabile.

Le cause dell'aborto

Oggi si sa che le cause di aborto (la perdita del prodotto del concepimento, può avvenire in varie epoche di gravidanza ma soprattutto nelle fasi iniziali) sono svariate, la più frequente comunque rimane l'anomalia dell'embrione, una patologia cromosomica o genetica ad esempio o una malattia ereditaria. Altre cause possono essere le malattie materne o le infezioni. Ed all'inizio del 1900? Alcune "intuizioni" oggi possono sembrare incredibili, ma l'epoca non permetteva di avvalersi degli strumenti diagnostici e terapeutici di oggi, leggere quello che leggevano i medici dei nostri avi può aprire gli occhi a chi crede ciecamente che la medicina "non si è evoluta".

Nel libro tra le cause di aborto una classe è definita "predisponente", molto frequente, sembra che senza di una di queste cause l'aborto non sarebbe potuto avvenire. Tra le cause si dice che basta che le donne:

 ...siano colpite da un odore penetrante, che alzino un braccio e spesso anche che scendano il letto... 

Probabilmente però si intuiva che la causa del problema poteva risiedere anche in qualcosa di "insito" nell'embrione ma si reputava plausibile che "l'uovo" (così veniva definito l'embrione) fosse "debole" perchè:

...derivante dal seme di un padre infermiccio o che soffre o ha sofferto di sifilide... 

Molto curiosi sono i rimedi per "curare" l'aborto (naturalmente si può curare la minaccia di aborto, non l'aborto avvenuto ma in quegli anni non esisteva l'ecografia e molti "aborti" erano in realtà solo minacce) e nel libro sono elencati una serie di rimedi particolarmente interessanti (corsivi miei):
Per la donna debole: Riposo (rimedio validissimo anche oggi!) Amari Preparazioni ferruginose (per prevenire l'anemia?) Moto all'aria libera Se la donna è robusta o addirittura obesa è bene ricorrere al salasso dal braccio (prelievo di sangue), rinfrescanti, alimentazione poco succulenta, bevande acquose.
Quando la donna ha già sofferto numerosi aborti è bene raccomandare il riposo e praticare salasso (prelievo di sangue) mediante sanguisughe poste sull'inguine. In caso di donne irritabili o isteriche è bene utilizzare il laudano (un liquore) o il "siroppo di papavero" utilizzato con successo dal prof. Bigeschi.

Questi non sono trattamenti "artigianali" da uomo primitivo ma le cure degli ospedali della nostra Italia del periodo a cavallo tra 1800 e 1900.

La gravidanza extrauterina

In alcuni casi, dopo la fecondazione, l'embrione non si impianta come dovrebbe all'interno della cavità uterina ma in un altro punto. Molto frequente il caso di impianto su una delle tube ma sono conosciuti rari casi di impianto sulle ovaie, sull'intestino e persino in organi lontani dall'utero. Si chiama "gravidanza extrauterina" e le cause di questa "anormalità" non sono ancora del tutto chiare. In passato questa patologia rappresentava un grave problema che si concludeva quasi sempre con la morte della donna (le donne che leggono e che hanno avuto una gravidanza extrauterina riflettano su questo dato semplice ed oggi poco conosciuto), oggi si assiste quasi sempre alla risoluzione totale. Se sono state ipotizzate cause infettive, immunitarie ed anatomiche per l'origine della gravidanza extrauterina, in passato si brancolava letteralmente nel buio. Vediamo così che nel testo si dibatte sulle cause della gravidanza extrauterina, le ipotesi sono incredibili:
esse sieno più comuni nelle donne non maritate [...] e risulterebbe che questo accidente fosse più facile a verificarsi in quelle donne che nel tempo del coito furono soggette a paura o terrore. In queste dunque parrebbe che la cagione di esse dovesse considerarsi essere la provata emozione.
Curioso vero?
Per i nostri medici di un tempo, la causa della gravidanza extrauterina era la paura provata durante il concepimento. Poi si ipotizzano anche le cause infettive o infiammatorie (definite tipiche delle prostitute).

L'infezione puerperale

Oggi quasi scomparsa, rappresentava una delle cause più importanti di morte nel 1800 e fino agli anni della II guerra mondiale. Gli antibiotici non esistevano ancora e quando una persona subiva un'infezione doveva sperare (e tanto) sulla buona stella, in realtà era una vera e propria strage di neomamme. Una donna che ha partorito (si chiama puerpera) è ancora più a rischio di infezione e se oggi la medicina contrasta le infezioni già prima (con la sterilità della strumentazione) che dopo (con l'eventuale terapia antibiotica) in quegli anni la curava con gli scarsi e per noi sorprendenti mezzi a disposizione. Erano diverse le "scuole di pensiero" nella cura delle infezioni puerperali. Alcuni procedevano con infusi di piante come l'aconito o la digitale, altri con la "terapia mercuriale" (vapori di mercurio di altissima tossicità che procuravano uno stordimento generale), i salassi erano sconsigliati e si puntava tutto su sostanze (ammoniaca, cloro, arseniato di chinina) che in pratica non avevano alcun effetto (positivo, ne avevano invece di tossici) ed infine sull'accompagnare la donna ad una morte "serena". La rassegnazione, pur non ammessa, era l'unica vera medicina dell'epoca. Straziante ma interessante leggere come era descritta una donna con infezione puerperale:
La malata può lamentarsi di dolor di capo ma l'intelligenza è chiara [...] la faccia è pallida con occhi infossati colle palpebre inferiori livide, come sono lividi gli angoli della bocca [...]. V'he spesso una gran sete ma a bevanda è rigettata appena presa. I segni che indicano il cadere delle forze vitali formano il secondo stadio. Le estremità diventano fredde, l'aspetto della malata è più livido, il polso [il battito cardiaco, normalmente attorno ai 70 battiti al minuto] a 160, piccolo e debole [appena percepibile]. Succedono vomiti senza sforzo uscendo spesso come un rivo verde dalla bocca. L'intelletto rimane lucido fino alla fine ed il sollievo che la paziente prova in confronto alle passate sofferenze [...] spesso eccita la fede nel suo risorgimento quando è già alle prese con la morte. Una traspirazione vischiosa e fetente si mostra alla superficie, la respirazione diventa gradatamente meno affrettata e la morte chiude la scena.
Impressionante.

Eppure questa era la fine di tante donne di fine 1800 inizio '900.
Nel libro si fa riferimento al "veleno che produce la febbre" perché non erano chiari nemmeno i meccanismi che scatenavano un'infezione, figuriamoci la cura. L'autore del testo consiglia di far odorare alla malata dei sali di canfora perchè ha notato che la donna accenna dei sorrisi quando li odora e quindi deduce possa valicare la soglia della vita con un animo più sereno. Sembra storia primitiva vero?

L'eclampsia.

È una patologia particolarmente grave tipica (ed esclusiva) della gravidanza. Non approfondisco ma il sintomo principale di questo problema è l'ipertensione (cioè la pressione arteriosa elevata). Oggi, esclusi alcuni casi particolarmente gravi o non trattati, si ha quasi sempre un esito favorevole della patologia grazie ai farmaci a disposizione che permettono di salvare la donna gravida ed il bambino che ha in grembo, in ogni caso, anche oggi, la malattia resta insidiosissima.
Leggiamo come risolvevano (cercavano di risolvere) questo importante problema i medici di un secolo e mezzo fa. La terapia si basava quasi tutta sul cloroformio (come sedativo) ed i salassi (il prelievo di sangue). Ma come curavamo l'ipertensione nel 1871?
È presto detto:
...si eseguirà un abbondante salasso [...] si agirà in seguito sugli intestini con purganti di olio di ricino e [...] si potrà mettere la donna sotto l'influenza del tartaro emetico [una sostanza che provoca nausea]. Saranno utili bagni tiepidi prolungati, le punture sulle zone edematose e le moschettature [dei tagli eseguiti sulle parti del corpo rigonfie per la ritenzione idrica].
Il salasso (che ai tempi era una cura praticamente per qualsiasi malattia e derivava dal concetto arcaico di "disintossicazione" e di "estrazione del male dal corpo") veniva eseguito con delle piccole lame o con le sanguisughe poste sulla nuca (per 3-4 ore) o sul torace. Si estraeva poco più di mezzo litro di sangue e fino ad un litro nei paesi anglosassoni. Ancora più sorprendenti le pagine dedicate alla "mania puerperale". Nei casi gravi di eclampsia si assiste anche a convulsioni e disturbi visivi e neurologici. Non conoscendo la fisiologia, per i nostri avi questi casi erano da relegare a "follia". "Più tipica delle classi agiate, era caratterizzata da attacchi isterici" (che oggi sappiamo trattarsi di convulsioni molto gravi), insonnia, cefalea (che oggi sappiamo dovuta all'ipertensione).
La paziente può essere allegra o melancolica, cantante e parlante, senza riposo oppure ostinatamente taciturna o sospettosa di tutti, immaginando ingiurie ed offese da parte del marito e degli amici. Canta spesso a piena gola canzoni o stornelli che niuno le aveva mai udito cantare. Spesso usa un linguaggio osceno. Quelle che furono caste divengono provocatricci [sic], la pelle è scolorata, pallida la faccia, il ventre molle.
Oggi sappiamo che queste povere donne non erano "folli" ma si trovavano in piena crisi eclamptica, una delle complicanze più temibili della gravidanza che se non prontamente trattata può condurre persino a morte. Una cosa che mi ha colpito in maniera particolare è che quando si presentava un caso difficile che rischiava di far morire una donna, l'autore ricorda spessissimo di aver consultato un noto professore di una città vicina o un luminare di un altro ospedale della zona. Visti i collegamenti dell'epoca (sia stradali che nelle comunicazioni, certo non esisteva internet) si capisce nel testo che questi "aiuti" esterni arrivavano dopo ore ed ore dalla chiamata iniziale tanto da poter continuare a svolgere qualsiasi altra attività e permettere persino dei "bagni rilassanti ripetuti" per dare sollievo alla donna che probabilmente era in fin di vita. I luminari accorsi su chiamata poi, effettuavano quasi sempre manovre inventate da essi stessi, improvvisate, provate al momento, erano considerati quasi degli dei e potevano permettersi di tutto. In questi casi il fallimento era quasi scontato (e nel libro si parla di tentativo infruttuoso o andato male) e questo era il risultato della inesistenza della medicina scientifica: era quasi tutto improvvisato. Incredibile la spiegazione di una delle cause di morte in puerperio (cioè dopo il parto).
Oggi, evento rarissimo, un decesso ha sempre cause spiegabili e non per forza legate alla gravidanza, a quei tempi tra le ipotesi vi era "l'esaurimento delle forze per causa nervosa", in pratica si credeva possibile una morte per "stanchezza eccessiva da parto" (ma probabilmente si trattava di complicanze del parto oggi conosciute).
Tralascio i capitoli relativi alle emorragie (si attendeva la morte della donna senza in pratica fare nulla se non tentativi inutili di risoluzione, non esistevano neanche le trasfusioni di sangue) o al taglio cesareo (l'anestesia era effettuata con il cloroformio ed il taglio con un "coltello panciuto ed affilato", sterilizzato per ebollizione in acqua).

Chiudo con una nota più leggera, volete sapere come avreste preparato il letto di un neonato nel 1871?
Il suo letto deve essere grande e profondo [...] il fondo di esso sarà di foglie di granturco o di foglie di zoster marino: la lana o il crino devono essere proscritti, come sostanze che si impregnano di orina ed esalano un cattivo odore.
Insomma un viaggio che può sembrare assurdo e da incubo quando in realtà era vita quotidiana dei nostri non lontani antenati.
Pensiamoci quando leggiamo di medicina "ancora non progredita" o di "saggezza della medicina di un tempo".

Alla prossima.

lunedì 10 dicembre 2018

Spiegare è il miglior modo per "blastare"?

Dopo pochi anni dall'inizio della mia attività su internet, molti dicevano di apprezzarmi perché sapevo "spiegare", "parlare" a tutti di argomenti difficili, spesso tecnici. Secondo me è giusto che tra tecnici (i medici, in questo caso) si debba parlare in termini professionali. Quando invece parli con le persone devi farti capire. Questo può rientrare nel dibattito che si accende ogni tanto su come sarebbe meglio spiegare la scienza. Raccontarla? Riassumerla, semplificarla? Oppure "blastare"?
Per "blastare" (un neologismo che deriva dal termine fumettistico "to blast", ovvero "distruggere") si intende "demolire" l'interlocutore con poche e decise parole, zittirlo in un attimo e. in argomento scientifico, spesso facendo valere i propri titoli.
In questi giorni si sono spese parole, opinioni e persino polemiche su questo, se fosse giusto o meno, se fosse utile o allontanasse la gente dalla scienza.
Probabilmente blastare può servire a togliersi un sassolino dalla scarpa, a mandare a quel paese una persona inopportuna o a liquidare un commentatore maleducato, non certo per spiegare o divulgare gli argomenti scientifici.

D'altronde la scienza e qualsiasi altra attività, non nasce per autocelebrarsi ma a servizio dell'uomo ed è all'uomo che deve rivolgersi.
Così mi sono reso conto che molte false convinzioni, molti errori e fissazioni sono dovute a mancata comunicazione, al fatto che i medici, gli scienziati, molte volte non sanno spiegarsi o addirittura non parlano con chi è fuori dal loro campo. Di esempi di questo tipo ne vedo continuamente e in questi giorni ne ho visto un altro.
Parliamo di vaccini (non vi siete stufati?).

Sta girando un documento nel quale si elencano dei dati interessanti. La regione Puglia ha provato a fare "farmacovigilanza attiva".
La farmacovigilanza è il controllo dei farmaci durante il loro uso. Se succede qualcosa, un effetto collaterale, un danno, a causa del farmaco, è bene segnalarlo così si potrà monitorare e, nel caso, studiarlo.
Finora la farmacovigilanza è stata sempre "passiva", cioè ogni cittadino, medico, farmacista che notasse un effetto collaterale (collegato o meno, non è importante) deve segnalarlo nei registri appositi (in Italia, nel sito dell'AIFA ci sono i moduli per farlo).
La Puglia ha fatto una cosa interessante, ha reso la farmacovigilanza "attiva", non sono cioè i cittadini o gli operatori a segnalare ma le stesse autorità sanitarie a controllare, dopo la vaccinazione gli epidemiologi pugliesi contattavano i vaccinati chiedendo come stessero, se avessero avuto problemi o se ci fossero state conseguenze successive alla vaccinazione. Per la buona riuscita del progetto, ovviamente, è bene segnalare tutto ciò che succede dopo la vaccinazione, saranno poi gli studiosi a capire a cosa possa essere dovuto un problema o un sintomo.

Sono stati raccolti tutti i dati di 1672 persone (di tutte le età) e studiati.
È emerso che i vaccini sono sicuri e causano problemi (si chiamano "eventi avversi") in pochi casi, quasi tutti risolvibili e senza particolare gravità. Conferma insomma quello che sappiamo già. Per essere più precisi, i vaccini al massimo (con riferimento a quello trivalente MPR, che è quello che ne ha causati di più) hanno causato un evento avverso grave (questo in epidemiologia significa "che richiede cure o ricovero") in 4 casi su 100 (quindi nel 4% dei casi) e di questi il 98% è rappresentato da febbre (non sempre causata sicuramente dal vaccino), la quasi totalità. Nessun effetto permanente, nessun decesso.

Ovviamente c'è stato chi, per malafede o ignoranza, ha provato a usare questi dati, interessanti, per scatenare il panico e, tornando all'argomento iniziale, credo che l'unico modo per arginare queste stupidaggini e chi, apposta o per superficialità, diffonde bugie, sia proprio spiegare, semplificare. Per questo motivo, quando ho letto di persone che lanciavano invettive e proteste dopo la pubblicazione di questi dati mi sono chiesto cosa si potesse fare e l'ho fatto.
Certo che se si ha interesse (qualsiasi, anche se dovuto a banale ignoranza) a mostrare le vaccinazioni come il male assoluto esagererà gli aspetti negativi o dubbi, esalterà le tragedie, drammatizzerà ogni piccolo dato. Chi ha l'interesse contrario (appoggiare ad ogni costo le vaccinazioni) ne vedrà solo gli aspetti positivi, esalterà i benefici minimizzando i rischi.

Veleni o salvezza? Creare divisioni nette è tipico della propaganda

Come fare quindi a dare informazioni corrette senza farsi condizionare (o meglio facendosi condizionare il meno possibile, anche in buonafede) dalle proprie convinzioni?
Non è facile, lo so.
Io però ho sempre usato un metodo: i dati oggettivi.
Certo che ho le mie opinioni, certo che probabilmente mi faccio condizionare ma provo a fornire sempre i dati sui quali mi baso e non su "opinioni" totalmente campate in aria. Spero sia il modo migliore, anche perché così faccio nel mio lavoro, nella vita e per decidere nelle scelte che mi riguardano o riguardano i miei famigliari.
Certo che c'è pure tutto un dibattito su come spiegare, quando farlo, con che mezzi, si è arrivati a studi scientifici sul tema e secondo me forse si è andati anche un po' oltre.
Almeno per me. Mi ricordo la mia solitudine quando iniziati, circa 10 anni fa, quando mi chiedevano "ma cosa fai?" o "perché devi spiegare su internet?" mentre oggi dire "faccio il divulgatore scientifico" è quasi come dire di lavorare alle poste, tanto è diffuso come concetto, forse dipende dal fatto che non ho mai preso questo come un mestiere ma solo come una passione da fare quando il (poco) tempo me lo consente.
Non c'è secondo me un metodo, non c'è il "modo migliore", non è meglio "blastare" o "assecondare", spesso è solo questione di carattere e ognuno faccia come gli pare.

Riavvolgiamo il nastro.
Torniamo al documento sui vaccini. Documento serio, interessante, ricco di spunti. L'aspetto più interessante è l'aver mostrato come una farmacovigilanza attiva sia più precisa, accurata e utile. Il resto, più o meno, lo sapevamo già e non emergono dati nuovi o sorprendenti.
Sorprendente è stata invece la reazione di antivaccinisti e siti alternativi.
Hanno letto la notizia come "prova" di chissà quale nuova scoperta.
Ecco, informare attenendosi ai dati. Come comunicherei la pubblicazione di questo documento io e come lo farebbe chi si documentasse solo in siti di antiscienza?

Siete genitori e mi chiedete: "che effetti collaterali possono avere le vaccinazioni?".

Io, in base alle mie conoscenze ed anche alla luce di questa nuova conferma dovrei dirvi: "spesso non hanno effetti collaterali, in circa 1 caso su 25 vaccinati può esserci invece un effetto. Questo sarà quasi sempre (nel 98% dei casi) la febbre. In altri casi si tratterà di altri effetti sempre temporanei e non preoccupanti. Quello che vi ho detto vi tranquillizza? Vi stupisce? Pensavate di saperlo o vi ho dato una notizia nuova?

Bene, che impressione può avere un genitore se invece legge questa notizia come l'hanno data i siti spazzatura?
Termini come "I risultati sono eclatanti." oppure "una notizia bomba" e titoli con punti esclamativi, secondo voi sono adatti a questa notizia o sono fatti per allarmare?
La mia convinzione, informandomi su quei siti, sarebbe più o meno:
"i vaccini, in 4 casi su 100 provocano effetti collaterali gravi, con il rischio di menomazione permanente e morte". È una notizia bomba, finalmente lo hanno ammesso.
Che dite?

Ecco.
Quando mi dicono che ci sono persone che hanno "dubbi" sui vaccini io tendo sempre a capire di chi si tratta. Perché se si tratta di genitori che, ingenuamente, leggono queste idiozie, pazienza, cerco di prendere tempo e spiegare, come ho fatto ora. Quando si tratta di gentaglia, di furbastri, di "antivaccinisti professionisti", c'è poco da discutere e spiegare, si mandano a quel paese (oggi si dice "blastare") perché se lo meritano.
Spiegare, quindi, è il miglior modo per "blastare" i ciarlatani. Secondo me.
Se parlo con una persona veramente curiosa, dubbiosa, interessata, un genitore che vuole scegliere in base a dati oggettivi, a razionalità e conoscenza, spiegare è doveroso (se ho scelto questo lavoro e questa strada). Se dall'altra parte non c'è nessuna intenzione di apprendere, di capire, c'è solo voglia di disturbare, diffondere una fissazione, fare propaganda, non c'è nessun motivo per spiegare, se non quello di mostrare la propria preparazione, cosa inutile ai fini della discussione.
Lo studio di cui parliamo non ha molte interpretazioni possibili (è più utile agli addetti ai lavori) ma se vogliamo "tradurlo" al pubblico non possiamo che trasmettere un dato tranquillizzante, i vaccini causano (pochi, passeggeri, noti) problemi che già conosciamo e nella quantità che conosciamo, chiunque dica altro non sa leggere gli studi (nella migliore delle ipotesi). Questo bisogna dirlo ai genitori dubbiosi. A chi invece deve trovare occasione per allarmare la gente non c'è niente da dire, troverà sempre un motivo per spargere paura e incertezza.

Per questo bisogna sempre distinguere l'interlocutore e per questo, nei limiti del possibile, con le persone perbene io parlo senza stancarmi, con la gentaglia non mi soffermo nemmeno un minuto.

Nel mio account Twitter ho riportato una citazione: "mi piace la verità, qualunque essa sia".
Che è quello che penso realmente.
Per questo spero che questa spiegazione sia servita.

Alla prossima.

martedì 27 novembre 2018

Pròstrati al controllo della prostata.

Se vi dicessi "controllate 20 volte al giorno la temperatura corporea, se non fosse di 37 °C venite da me che vi prescriverò degli esami e, se necessario, una terapia", secondo voi sarei un bravo medico? Posso dirvi di no.
E ve lo dico pure con sicurezza.
Sarei bravo se vi dicessi: "se state male controllate la temperatura corporea, se fosse oltre i 38 °C fatemi sapere che deciderò cosa fare".
Perché un aumento di temperatura corporea può dipendere da molti fattori, spesso è una cosa temporanea, senza importanza, senza significato e che non richiede nessun esame né quantomeno terapia, oltretutto un aumento di pochi gradi non ha grande significato, diverso se la temperatura fosse oltre i 38 °C e fosse accompagnata da altri sintomi, si dovrebbe indagare. Va esaminato il caso singolo insomma, uno per uno. Quasi ovvio.
Questo è il lavoro del medico che non deve dirvi "controllate continuamente" ma "ogni tanto controlla, non si sa mai e poi mi farai sapere".

Questo esempio lo faccio perché mi rendo conto che il concetto di "controllo meno per controllare meglio" è difficile da capire, controintuitivo, complesso.
È molto più immediato pensare "se mi controllo tanto eviterò meglio malattie e complicazioni", invece la realtà è l'esatto opposto.
Credo che l'idea del controllarsi "continuamente" sia quasi culturale.
Siamo passati da un'era di completa assenza di controlli (fino agli anni '60 esami e tecniche diagnostiche erano quasi primordiali) ad una (quella odierna, da almeno 20 anni a questa parte) piena di esami, strapiena di possibilità diagnostiche, test per tutto e ospedali sotto casa.
Come spiegare quindi al paziente che il modo migliore di prevenire le malattie è fare i controlli "dovuti" e non "continui"?

Un medico coscienzioso non riempie i pazienti di esami e cure, controlli e terapie vanno fatti solo se servono. Altrimenti vivremmo da malati, saremmo costantemente sotto controllo, senza motivo. Questo potrebbe comportare maggiori spese, stress, esecuzione di esami inutili, a volte dolorosi e rischiosi, terapie inutili, dannose, persino letali.

Questo a quanto pare non vale per gli urologi italiani.

Già in passato consigliavano ogni anno (ogni anno!) a tutti gli uomini oltre i 49 anni, di controllare la prostata con una visita, un'ecografia e un esame del sangue (il dosaggio del PSA, una sostanza prodotta dalla prostata che in passato era considerato segno indiscutibile di malattia prostatica) e quest'ultimo da fare (affermazione totalmente campata in aria) almeno (almeno!) una volta l'anno, di questo ne ho parlato. Il problema è che questa è una bugia scientifica.
Dal punto di vista medico è letteralmente una bufala.
Non capisco il loro ostinarsi nel voler indurre a tutti i costi una "ipermedicalizzazione" delle persone. Capisco la ricerca di pazienti o di guadagno ma c'è sempre un limite che, nel caso dei medici, è molto delicato. Il proprio guadagno (economico o professionale) non deve MAI (in nessun caso) andare contro l'interesse del paziente e se proprio non riusciamo a capirlo si usi almeno il buon senso, non si esageri.

Eppure, nonostante qualsiasi conoscenza scientifica, tutte le linee guida mondiali e persino le stesse società scientifiche di urologia di tutto il mondo, consiglino di non effettuare controlli continui della prostata (non servono, non salvano la vita, possono essere dannosi e persino causare interventi pericolosi e letali), loro insistono e, dopo una campagna che dava consigli avventati, anche quest'anno esce un articolo su una nuova campagna.

Anche stavolta, l'esperto intervistato, consiglia un controllo annuale: "Dopo i 45 anni, una volta l’anno va fatto il test del psa, l’esplorazione digito-rettale e l’ecografia"
Ma non è vero.
Non è vero.

Per non fare confusione riporto le linee guida della società europea di urologia (alla quale quella italiana dovrebbe fare riferimento) che consigliano (pag. 20) un dosaggio del PSA una prima volta a 50 anni e poi ogni 2 anni per chi fosse a rischio e ogni 8 anni (non ogni anno!) per i pazienti non a rischio. Ogni caso deve essere valutato singolarmente. Consiglio confermato dalla società americana di urologia: dosaggio ogni 2 anni o più. Dice la stessa società:

There is evidence to suggest that annual screening is not likely to produce significant incremental benefits when compared with an inter-screening interval of two years.

"L'evidenza suggerisce che il controllo annuale sembra non produrre benefici significativi a confronto di un controllo ogni due anni"



L'affermazione di fare un controllo ogni anno è quindi priva di base scientifica, di validazione, di evidenza, semplicemente non è vera.
L'idea che controllare spessissimo la propria salute sia un concetto sbagliato lo possiamo applicare in questo caso. La salute va controllata quando c'è un motivo o nei tempi previsti dalle singole situazioni (e questo deve dirlo il vostro medico), se tutti noi ci controllassimo continuamente saremmo una società malata senza avere nessuna malattia.

Il "molto tempo" è un concetto aleatorio ed è quindi la scienza, in base ai dati che abbiamo, alle evidenze e alle conoscenze, a dirci a quanto equivale. Non a caso la tempistica dei controlli varia da caso a caso, da una malattia all'altra, da una persona ad un'altra.

Nel caso del Pap test (un esame ginecologico che serve a diagnosticare i tumori del collo dell'utero) questa tempistica è di un esame ogni 3 anni (nelle persone sane e non a rischio di malattia). Farlo più spesso non solo non serve a niente (non aumenta la possibilità di diagnosi) ma espone a rischi (interventi invasivi, ulteriori esami, controlli rischiosi, danni, spese, stress...). Per questo si decide una tempistica utile, che bilanci rischi e benefici, che sia utile al paziente e non ad altri.
Nel caso di prevenzione del tumore alla prostata questa tempistica è stata fissata da tutte le società scientifiche al mondo in 2 anni se si è a rischio, in 8 anni se non si è a rischio (con variazioni da una realtà all'altra ma non esagerate).

Punto. Il resto sono chiacchiere e pubblicità. Che la campagna "a favore" della prevenzione dei problemi prostatici sia sostenuta (da sei anni, dicono nel loro sito) da un'azienda farmaceutica che produce farmaci per la prostata è un dato da sapere.
Il "bello" è che in alcuni giornali si dice, a proposito degli uomini italiani, che sarebbero, secondo un'indagine:
"Poco informati, ma con una certa consapevolezza della propria scarsa conoscenza; disattenti, ma non completamente all’oscuro delle problematiche e dei rischi urologici. È questo il rapporto tra gli uomini e la salute maschile secondo gli urologi italiani"
Qui mi sembra che di scarsa conoscenza ce ne sia da tutte le parti. Alla fine dell'articolo ripropongo un grafico (tradotto da me dall'originale inglese) che forse fa capire meglio perché non conviene "controllare tutti" (ad esempio con lo screening) ma solo i casi selezionati.

Insomma, per chi crede che le bufale siano solo dei ciarlatani e di chi dice di curare con i magneti, beh, eccone una che proviene dalla medicina che si dice "seria".
E ne dico un'altra: non è che i ciarlatani prosperino proprio perché la stessa medicina (seria) ha spesso l'atteggiamento del ciarlatano?

La risposta la lascio a voi perché non posso fare tutto io. :)

Alla prossima!


Su 1000 uomini che fanno il test del PSA, chi ne ha beneficio? E chi danno? Quanti ne salviamo e quanti ne danneggiamo?

venerdì 2 novembre 2018

La sindrome mediterranea.

Nel 2000 coronai il mio sogno umano e professionale di tentare un'esperienza di lavoro all'estero. Per chi, come me, aveva scelto come specializzazione l'ostetricia, andare in Francia era la meta. La Francia è considerata la patria dell'ostetricia moderna e della chirurgia ginecologica e, in effetti, posso dire di aver imparato proprio da loro la maggior parte del mio lavoro.
Quello che era routine in Francia da noi era appena arrivato, le attività pratiche (e per un chirurgo sono fondamentali) erano tante, continue, di alto livello.
Andai a lavorare in un grandissimo ospedale storico (prima per sei mesi nel nord est della Francia, poi in altri ospedali), già l'architettura metteva timore. In stile gotico, la costruzione risaliva all'inizio del 1900 ed era stata la casa di medici che avevo letto nei libri come inventori di strumenti, e classificazioni. Pensate che uno dei primissimi primari di quell'ospedale era stato l'inventore dello stetoscopio (lo strumento che permette di ascoltare il battito cardiaco fetale quando è ancora in utero).

Anche l'interno dell'ospedale era maestoso e quasi un museo. Dipinti antichi, statue di marmo, grandi scalinate e corridoi lunghissimi. Metteva soggezione (e infatti le prime settimane furono per me molto dure, psicologicamente).
Per me stare lì era un'occasione ed ero ansioso di apprendere, pendevo letteralmente dalle labbra di quei colleghi più grandi e esperti, quello che dicevano loro era prezioso e fondamentale.
Un giorno, mentre ero di turno, arriva una signora in gravidanza in preda alle doglie. Agitatissima.
Subito dopo essere entrata si ferma, si piega su se stessa e inizia a urlare. A voce altissima gridava "aiutatemi! Aiutatemi". Era di origine maghrebina.
Io mi avvicinai per cercare di darle una mano e provai, parlandole e sostenendola, di farla avvicinare al reparto così da farla sistemare e riposare. Niente, urlava e si dimenava dal dolore provocato dalle contrazioni.
Mi affrettai quindi, aiutandola, a farla entrare in una stanza dove c'erano delle ostetriche che avrebbero potuto prendersi cura di lei.
Notai che qualche mio collega francese, alla scena, assisteva con un fare un po' sornione. Una collega parlava all'orecchio con un altro e sorridevano assieme. Non capivo.
Quando lasciai la donna in stanza dalle ostetriche tornai indietro e incontrai di nuovo la collega che sorrideva (e lo faceva ancora) così per curiosità le chiesi: "ma perché ridi?"
Lei mi rispose più o meno: "non sai riconoscere la sindrome mediterranea? Eppure sei italiano..." e continuò a sorridere.
Io rimasi un po' perplesso.
Non conoscevo questa malattia, conoscevo l'anemia mediterranea, forse si riferiva a questa? E che c'entrava? E soprattutto che c'era da ridere?
Così non risposi e rimasi tutto il giorno con il dubbio della sindrome mediterranea.

Mi convinsi quasi subito che quella donna avesse qualche particolare che facesse sospettare la sindrome e che magari in Francia si chiamasse così ma da noi, in Italia, avesse un altro nome. Certo che ero curioso ma ero troppo preso dal lavoro per approfondire.
La sera consultai anche un libro ma non trovai traccia di questa misteriosa sindrome, internet non dava risultati e non avevo nemmeno il tempo di stare ore davanti al computer.
Passarono pochi giorni e durante il giro di visite in reparto, dopo aver controllato le donne operate il giorno prima, arrivati al letto di una di esse che si lamentava particolarmente, il primario disse: "datele un po' di morfina, questa è sindrome mediterranea".
Eccola di nuovo la misteriosa sindrome.
La sindrome mediterranea, malattia per me sconosciuta, era stata diagnosticata per due volte in pochi giorni, magari in Francia era comune, ecco un'altra cosa da imparare. Sicuramente dovevo approfittarne per capire, ero lì per quello.
Così in pausa pranzo, a tavola con alcuni miei colleghi, chiesi con tranquillità: "ragazzi ma qual è la sindrome mediterranea? In Italia la chiamiamo in qualche altro modo...".
Si guardarono per pochi secondi e scoppiarono tutti a ridere.
Non capivo.
Iniziai a capire dalle loro spiegazioni.

La sindrome mediterranea, per i francesi, è una forma razzista, vaga e senza basi mediche, per definire le persone che si lamentano eccessivamente (secondo i medici francesi) e che hanno origini mediterranee. Riguarda quindi proprio noi italiani, gli spagnoli, i greci ma anche gli originari del nord Africa (marocchini, tunisini, algerini), tantissimi in Francia.
Secondo i colleghi francesi noi saremmo particolarmente esagerati, spettacolari, quando dobbiamo dimostrare un nostro disturbo.
Se abbiamo un dolore urliamo, se ci gira la testa sveniamo, se abbiamo mal di gola non parliamo più, dimostriamo al mondo la nostra immane sofferenza mentre i "nordici" sono più chiusi, composti, meno esaltati. Noi italiani (e i "colleghi" che nascono vicino a noi) saremmo maleducati anche nel dolore. Questo perché noi che ci affacciamo sul mare siamo un popolo esagerato, teatrale.
È una cosa che non sa nessuno fuori dai confini francesi.
Non ci potevo credere.
Non si trattava di una malattia ma di un pregiudizio.

In Francia lo conoscono benissimo.
Ce terme désigne un comportement d’exagération des symptômes de la part d’un patient et ce, du fait de ses origines et de sa culture. Et l’on retrouverait donc ce syndrome chez les populations du pourtour méditerranéen (Italie, Espagne, Portugal, Maghreb). « C’est ce qu’on appelle – entre nous, quand le patient n’est pas là – le syndrome méditerranéen»
 "Questo termine indica un comportamento di esagerazione dei sintomi da parte di un paziente per le sue origini e la sua cultura. Questa sindrome la troveremo quindi nelle popolazioni del bacino mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Maghreb). "È quello che si chiama tra di noi, quando il paziente non ci ascolta, sindrome mediterranea""

Io, medico italiano, non ho mai visto una persona lamentarsi "troppo" o esageratamente in maniera legata alla sua origine etnica, senza dubbio il marocchino si lamenterà "come un marocchino" e un inglese lo farà "come un inglese" (nel senso che parlerà nella sua lingua, userà espressioni tipiche, così come gesti tipici della sua cultura) ma il dolore è dolore, per tutti ed è una cosa molto soggettiva per poterla generalizzare. Forse quando ci sono vissuti particolari, situazioni delicate, forse c'è qualche componente emotiva che può esagerare le manifestazioni ma non c'è sicuramente un "dolore regionale".
Ci sono italiani che esagerano, stranieri che non dicono una parola e viceversa.
Come detto il dolore è un sintomo molto soggettivo (ed un medico sa che giudicare un dolore è molto difficile).
Ho visto donne con un parto imminente lamentarsi di "qualche fastidio" ed altre con una contrazione ogni 5 ore urlare disperate. Il dolore non dipende dall'età o dalla razza di chi lo sopporta. Persino uno studio sembra dimostrarlo anche se con le difficoltà di un tale esperimento: provocare dolore in varie persone di etnie diverse, suscita la stessa risposta in tutti, indipendentemente dall'etnia o dalla provenienza e per essere più precisi, se piccole differenze possono esserci queste sono legate al contesto culturale ma non possono dirci nulla sul tipo e sull'intensità del dolore che, quando c'è, è uguale per tutti.



Al medico non è dovuto il "giudizio" sul paziente e su quello che lui sente o percepisce ma solo il giudizio sulla malattia, sul sintomo e sul disturbo.
Non per niente un medico non dirà mai "ha un dolore forte" ma "riferisce un dolore forte" perché solo il paziente può sapere se il suo dolore è sopportabile, forte, leggero o angosciante.

Questa storia della sindrome mediterranea mi colpì molto. Non solo per la sua evidente base razzista ma anche perché per i francesi noi italiani siamo "esagerati" mentre probabilmente per qualche italiano del settentrione del paese sarebbero esagerati i meridionali e per i meridionali i nordafricani e, dovete sapere, per i nordafricani sono quelli dell'Africa centrale gli esagerati (anche questo lo scoprìi in Francia).
Il razzismo ha pregiudizi che si alimentano a catena, ci sarà sempre qualcuno che sarà razzista nei tuoi confronti.
Per questo spesso, a chi dimostra razzismo contro una particolare popolazione, ricordo che se un giorno qualcuno vorrà essere razzista nei confronti di lui non ci vorrà uno sforzo particolare.
Si può essere razzisti nei confronti dei calvi o degli obesi. Degli ignoranti o dei poveri. C'è sempre un motivo (stupido) per essere razzisti nei confronti di qualcuno perché disprezzare qualcuno ci fa sentire migliori di lui.
Se qualcuno ci tratta da ultimi, disprezzare qualcun altro ci fa sentire penultimi.
Anche per questo il razzismo è stupido, non solo non ha ragione di esistere ma non conviene a nessuno, nemmeno al razzista.

Voi direte: ma che c'entra questo con MedBunker?
C'entra per tanti motivi.
Intanto è un pensiero che è nato durante la mia professione e poi mi è tornato in mente perché in questi mesi, in Francia, si è parlato proprio di questo.
Siamo a dicembre 2017, quando una donna di colore si lamentava di forti dolori "alla pancia" e si rivolge telefonicamente al SAMU (in nostro 118) per chiedere aiuto.
La donna, trasportata in ospedale, morirà nel pomeriggio per shock emorragico.

Il problema è nato quando un giornale locale ha diffuso le parole tra la donna e l'operatrice del centralino del servizio di emergenza medica. Mentre la donna si lamentava con voce flebile di avere "mal di pancia", "dolori dovunque", l'operatrice perdeva tempo. Alla frase "sto morendo" l'operatrice rispondeva: "certo signora, un giorno morirà come tutti".
Poi la voce al centralino si allontana e dice a qualche collega "dammi il numero, la signora che ho al telefono dice che morirà e certo, morirà come tutti" e la rimanda ad un altro servizio sanitario e non alle ambulanze con inevitabile perdita di tempo. Questa perdita di tempo sarebbe stata decisiva nella tempestività dei soccorsi. In seguito alla scoperta delle parole dell'operatore del centralino, questo è stato sospeso.

Il sospetto è che si sia trattato proprio di un caso di "razzismo medico". Da qui il dibattito sulla fantomatica "sindrome mediterranea" con la scoperta di tantissimi casi, tutti sottovalutati su pazienti stranieri o di etnia non europea che per gli operatori sanitari "esageravano" o "fingevano". Altre volte può essere una lezione per chi, operatore sanitario, sottovaluta sintomi e descrizioni fornite dai pazienti (qui mi rivolgo ai giovani colleghi: non sottovalutate MAI nessun segno, giudicate a posteriori non a priori).

Certo, a volte si tratta di "normali" errori medici. Per chi fa il medico è storia quotidiana imbattersi in chi, al pronto soccorso, sembra esagerare i sintomi e spesso è così ma il pericolo si nasconde quando non lo è. Questo è un ostacolo, capire fino a che punto sia allarmante un sintomo è difficile. Se però l'operatore sanitario aggiunge un altro ostacolo, pericolosissimo, il proprio pregiudizio, espone il paziente ad un problema grave e se stesso ad un errore gravissimo.

Non sembra comunque un problema che riguardi noi italiani ma probabilmente lo riguarda indirettamente perché mostra come i pregiudizi, soprattutto quelli culturalmente radicali, non sono solo stupidi ma possono essere anche pericolosi.

Alla prossima.