venerdì 5 febbraio 2021

Anticorpi monoclonali, trovata la cura del Covid?

Come sapete sono dell’idea che in tema di salute, soprattutto per malattie serie, non bisogna mai (MAI) mentire ai pazienti. Non è solo questione di salute, non puoi dare una falsa cura per illudere gli altri ma anche di onestà e rispetto. Per questo motivo non faccio sconti, nemmeno piccoli, alle false cure. Non è giusto. Nemmeno se si parla di effetto placebo o di dare una speranza, non si illudono le persone, non si mente ai malati. C'è poco da essere teneri. È disonesto spacciare per efficace una cura che non lo è ed è disonesto, allo stesso modo, nascondere o "insabbiare" gli effetti positivi di un'altra.

Quante medicine vendute in farmacia sono veramente utili? Quante funzionano? E quante cure che potrebbero funzionare sono nascoste per altri interessi? Non è facile dirlo e se ne discute.

Certo, le discussioni tecniche, i particolari e le finezze si discutono ai congressi, non sui social ma in tanti leggono e si informano su internet, quindi semplificando è sempre bene, dicendo la verità, spiegare le cose che ci propone la medicina e di cui si parla.

Ora siamo in periodo CoViD e, chissà per quali strani motivi, forse il bisogno di dare risposte, speranze, non lo so, sono state indicate periodicamente cure sicure e efficaci. Da bufale campate in aria a farmaci. Tutte funzionavano benissimo, guarivano le persone. Per due settimane, poi scomparivano nel nulla. Prima gli antivirali “esotici” (russi, giapponesi, fa sempre “moda”), poi le vitamine, le proteine del latte, la candeggina, l’aglio, l’argento: balle.

In realtà questa malattia, come tante malattie virali, non ha cure. Si può prevenire con il vaccino, si può contenere con alcuni farmaci e l’unico che davvero sembra cambiare (sempre relativamente, non è una cura che guarisce) sembra il cortisone. In realtà appare chiaro che se la malattia colpisce duramente c’è poco da fare, le speranze sono poche.

Ora in questi giorni si parla tantissimo degli anticorpi monoclonali, farmaci moderni e potenti. Bisognerebbe vederli come una sorta di "sistema immunitario" concentrato. Avete presente il "plasma iperimmune", altra terapia di cui si è parlato in queste settimane? Si prende il plasma dei guariti dal Covid, che è pieno di anticorpi (la malattia stessa ha creato questi anticorpi nell'organismo del paziente contagiato) e si infonde a chi è colpito dalla malattia. Quegli anticorpi, già pronti, attaccheranno il virus. Certo, bisogna farli al più presto, non possono "curare" i danni del virus ma "cancellare", attaccare il virus prima che causi danni. Gli anticorpi monoclonali sono invece un tipo di anticorpi che derivano da una sola cellula, da un solo anticorpo. Non si prende il plasma del malato ma un solo anticorpo e si copia, tantissime volte, in modo da avere come una "fiala" di anticorpi. Si prepara tutto in laboratorio ed ecco pronto il farmaco. Quell'anticorpo, con tutte le sue copie, attaccherà il Coronavirus.
Ottima idea, come quasi tutte le idee della scienza. Questa pandemia ci sta stimolando per nuove scoperte e applicazioni. Ma una cosa non mi è piaciuta a proposito degli anticorpi monoclonali. Il tifo da stadio, le pressioni politiche: sempre sbagliato.

C’è quasi un’incomprensibile crociata a favore di questi farmaci e ancora più incomprensibile l'aggressione violenta da una parte e dall'altra: chi ne parla positivamente è insultato e aggredito e chi mette in dubbio (non nega, mette in dubbio) l'utilità di questi farmaci lo stesso. Tifo da stadio? Non va bene.

I dati a favore ci sono, sono incoraggianti, da approfondire. Perché dunque non tentare un sperimentazione approfondita? Una prova? Non partiamo da zero. I dubbi sono ovviamente tanti per un farmaco, in via di sperimentazione, su una malattia nuovissima, si tratta di medicine i cui effetti sono ancora non del tutto sperimentati sul Covid, con risultati relativamente chiari sulla loro efficacia, con possibili effetti collaterali anche gravi, costosissimi, delicati, che devono essere somministrati in ospedale, su precisi gruppi di pazienti. Certo che dobbiamo mettercela tutta per sconfiggere l'epidemia del secolo, certo che qualsiasi nuova idea deve essere studiata ma attenzione anche ai facili entusiasmi.

Sono usciti degli studi con risultati come detto incoraggianti ma molto lontani dal dirsi esaltanti o che dimostrino grande efficacia. Negli studi sono analizzati sia il risultato di un solo anticorpo monoclonale che quando ne sono somministrati due insieme (dal nome difficile: bamlanivimab e etesevimab).

Diciamo che in tempi di urgenza e disperazione anche un piccolo risultato potrebbe essere utile o interessante ma bisogna anche stare attenti a non presentare una "possibilità" di cura in più con la cura definitiva, altrimenti giustificheremmo i ciarlatani che, davanti alla disperazione, propongono soluzioni che tutto sono fuorché efficaci. Ci sarebbe tanto da dire, molto anche di tecnico. Ne dico due al volo ("no" significa che il dato non è dimostrato):

Questi farmaci fanno morire di meno i malati di CoViD? Non lo sappiamo.

Sono più pratici (si fanno a casa, per esempio) delle attuali terapie? No.

Sono più economici? No (un ciclo di cure costa circa 10.000 dollari).

Sono più sicuri? No.

Sono da somministrare a tutti? No (hanno un effetto solo in pazienti a rischio se non hanno sintomi e li usano entro i primi tre giorni dalla diagnosi).

Possono salvare vite? Hanno qualche utilità? Forse.

Sappiamo dagli studi che potrebbero addirittura peggiorare la malattia in chi presenta già sintomi importanti (come quelli respiratori) e c'è il sospetto possano vanificare l'efficacia di un eventuale vaccino già fatto. Diciamo che, ottimisticamente e se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, qualche piccolo effetto, in gruppi selezionati, forse c'è. Se invece fossimo pessimisti e giù d'umore potremmo dire che questi farmaci riducono un po' gli accessi delle persone in ospedale e i ricoveri per Covid e per farlo dobbiamo fare accedere le persone in ospedale, spendere una marea di soldi e organizzare un percorso specifico.

Calma, quindi.

Anche per questo, probabilmente, le autorità sanitarie americane (come il NIH, National Institute of Health) sconsiglia l'uso routinario di questa terapia (di tutti gli anticorpi monoclonali oggi esistenti per il Covid). Stessa posizione della società americana di malattie infettive. La FDA (Food and Drug Association, ente regolatore dei farmaci statunitense) ne ammette cautamente l'uso (in emergenza) per certe categorie di pazienti (che "potrebbe", dice "essere efficace nel trattamento del Covid non grave"). La stessa AIFA (l'agenzia italiana del farmaco) sottolinea come i dati siano molto scarni e poco approfonditi. Ma forse la posizione più evidente è quella dell'azienda produttrice stessa che evidenzia come non ci sia sicurezza di un beneficio, anche basandosi sugli studi: "l’azienda concorda con l’osservazione che la correlazione di tali esiti con la riduzione della carica virale non appare attualmente dimostrata."

E poi c’è l’aspetto pratico. Questi farmaci sono da somministrare nei primissimi giorni (massimo 10) di (eventuale) malattia (prima che il virus abbia danneggiato l’organismo lo scopo è distruggere il virus, il farmaco non può curarne i danni) in questa condizione i malati sono migliaia, sono i contagiati “paucisintomatici”, con pochi sintomi e che spesso non sono nemmeno identificati (si pone quindi un'altra grande difficoltà). La terapia va somministrata in ospedale, oltre alle reazioni allergiche (paragoniamole alle trasfusioni di sangue, per capirci) ci possono essere altri effetti indesiderati, non è pensabile di somministrare la cura a casa e l’infusione dura qualche ora. È vero che gli effetti indesiderati più gravi (anafilassi) sono rarissimi (su 850 individui partecipanti agli studi solo 2 hanno avuto reazioni così gravi) ma ci sono.

Dove possiamo fare le cure se gli ospedali non sono solo sotto pressione ma pieni di persone a rischio?

Se il principale problema di questa malattia (credo sia un dato assodato) è proprio quello di saturare i reparti, come può essere “utile” una cura che li saturi ulteriormente?

E poi, questa cura, risolverebbe o no il peso sugli ospedali causato da questa malattia?
Nello studio considerato, somministrando il farmaco sono andati in ospedale (pronto soccorso o ricovero) il 2% dei malati, con il placebo (quindi senza somministrare niente di attivo) il 6%.
Tradotto in numeri. Semplificando e banalizzando per capire, se in una città si ammalassero 2000 persone e la metà non facesse niente, mentre metà facesse la cura, andrebbero in ospedale 60 persone che non fanno cure e 20 che prendono l'anticorpo monoclonale (che però già, nei giorni precedenti, in 1000, si sono recati in ospedale per fare le infusioni). Attenzione, non abbiamo "salvato la vita" a 40 persone (le parole sono importanti) ma abbiamo evitato che queste andassero in ospedale. Ottimo? Buono? Normale? Pessimo? Io, opinione personale e senza basi scientifiche, lo vedo come un dato incoraggiante, da studiare e perfezionare, senza trionfalismi né pessimismo.

Voi, come vedete questo risultato?

Incidenza di accesso in ospedale per i vari gruppi dello studio. Varie dosi di farmaco, placebo.

Allora?

Analizzando tutti i dati emerge quindi una possibile efficacia su alcuni gruppi di pazienti con certe caratteristiche ma anche una difficoltà organizzativa e un costo economico non indifferente. Come decidere?
Forse bisognerebbe fare quello che si fa sempre, nel campo scientifico, prima di cantare vittoria: controllare, riprovare, approfondire. Ci sono diverse analisi critiche e dubitative sull'efficacia di questi farmaci (ci sono anche ovviamente analisi a favore, ottimistiche ma quasi sempre da parte del produttore). Non le riporto tutte per non complicare il discorso.

Quindi per ora l’unica cosa che sembra ragionevole da fare è l’invito a chi promuove questi farmaci con tanto entusiasmo (che sarebbe giustificato in caso di efficacia altissima), a mantenersi, nei toni e nei termini, nei limiti della scienza, di spiegare bene di cosa parliamo, di non diffondere false speranze e illusioni. Facciamo il nostro dovere, non pubblicità, critichiamo i fenomeni da baraccone che fanno rumore tanto per farsi notare, non facciamoci notare anche noi. Parlino i dati, gli studi, i risultati, discutiamone, sarà un bene per tutti e ovviamente speriamo saranno confortanti. Al contrario, per ora i dati sulle vaccinazioni, sugli effetti, gli eventi avversi, sembrano davvero confortanti, con una finestrella di speranza che sembra dirci che funzionino veramente e tanto. Ecco, esaltiamo questi risultati, più utili (sarebbe meglio prevenire la malattia, non rincorrerla) e reali. Allo stesso tempo chi non li ritiene utili, chi non ci crede, chi non riesce a vederci nulla di buono, faccia la stessa cosa. Si mantenga nei limiti dei dati, dei fatti, senza aggredire o alzare i toni.

Lo dico, con tutta la tranquillità del mondo, perché poi le persone restano deluse, si fanno domande, non capiscono e chi ci perde sono in due: il paziente e il medico che gli ha promesso la soluzione. Allo stesso tempo negare una cura ipoteticamente efficace (ovviamente che ha delle basi, non campata in aria) è dannosissimo allo stesso modo.

Il tormentone "dicono tutto e il contrario di tutto" nasce proprio da qui, se si dice che c'è una cura efficace perché "l'hanno detto su internet" (proprio come l'aglio o la candeggina) ma poi questa cura non si somministra perché non funziona, come glielo spieghiamo alle persone? Come diciamo che la medicina è meglio dell'aglio?

Alla prossima.

[articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]

lunedì 25 gennaio 2021

La normalità del complottismo.

Avete presente l’animale che si avvicina con timore a un oggetto, lo odora, lo tocca, scappa e poi si riavvicina sempre con timore? Ecco, siamo diffidenti perché è normale. Abbiamo avuto (grandissima) diffidenza del volo aereo, dell’elettricità e del treno, abbiamo avuto paura del telefono, del computer e dei video giochi. Però noi siamo esseri intelligenti e quando ci abituiamo alla cosa sconosciuta, nuova, la troviamo anzi utile, conveniente, la paura sparisce.

E succede l’opposto. Abbiamo tanta familiarità con quella che era una novità che la usiamo con disinvoltura, leggerezza. L’automobile, il fuoco, l’elettricità, sono cose talmente “normali” che abbassiamo l’attenzione e le precauzioni, anche l’istintiva diffidenza scompare. Usiamo certi farmaci come fossero caramelle. L’Aspirina, la Tachipirina, gli analgesici, li prendiamo spesso a caso, senza rifletterci pur di stare meglio. Eppure sono farmaci, non caramelle e sono anche potenzialmente tossici, pericolosi. Nessuna crociata contro l’Aspirina, nessuna “Associazione per l’uso consapevole della Tachipirina”.Non ci sono raduni di piazza per proibire l’uso di antiacidi (possono uccidere!). Ci sono invece per i vaccini. Associazioni, raduni di piazza, medici ribelli e geni incompresi, candidati al premio Nobel, saltimbanchi, prestigiatori e trapezisti.

È un circo.

Non sono quelli che vi spiegano i limiti e i rischi del vaccino, sono quelli che inducono paura, diffidenza, dubbio. Sono furbi che lo fanno per loro, non per noi. Se fossero onesti non direbbero che il vaccino può avere effetti collaterali, perché TUTTI i farmaci possono averli. Se fossero onesti non direbbero che sono state trovati pezzi di alluminio in un vaccino perché in un vaccino, in alcuni vaccini, l’alluminio è un ingrediente previsto e non certo a pezzi ma in tracce. Se fossero onesti non direbbero che due lotti di vaccini sono stati ritirati perché trovate impurità ma che è un bene che le autorità controllino e trovino queste impurità, sempre possibili perché i vaccini li fabbrica l’uomo. Vi direbbero che è una cosa che succede per tutti i farmaci. Se fossero onesti vi direbbero che se una persona muore dopo essersi vaccinata non è detto ed è anzi improbabile che sia morta per colpa del vaccino e che milioni di persone muoiono dopo  aver preso un farmaco o bevuto un po’ d’acqua e non certo per colpa dell’acqua, succede.

Se fossero onesti, se volessero informare e non terrorizzare.

Ma non è questo il loro scopo. All’inizio di questa pandemia i ciarlatani sembravano scomparsi, era disorientati, non avevano argomenti. Poi si sono riorganizzati, hanno cambiato stile, hanno cercato nuove strade. Il CoViD non esiste, il virus è stato creato in laboratorio, il vaccino uccide. Le solite bufale ma riciclate, i morti da vaccino antiCovid ovviamente ormai non si contano più.

Se andate nei siti complottistici è un vero delirio. E lascia increduli il fatto che c’è gente (non personaggi strani o disturbati ma professionisti, madri di famiglia, politici) che crede veramente che nel vaccino ci sia un microchip, che chiede informazioni sulle antenne 5G che comanderanno a distanza i vaccinati. Non hanno nessun filtro, nessun limite minimo di creduloneria, leggono una sciocchezza e se la bevono, punto.

Siamo ormai immersi nella dissociazione mentale? L’ignoranza domina? Il fatto che ci sia chi decide leggi e governa che crede a queste baggianate è grave. Fa paura eh?

Non credo. Credo sia tutto normale.

Probabilmente ora vediamo con i nostri occhi quello che è sempre stato e non conoscevamo. Ecco perché ne abbiamo paura, quello che non conosciamo ci fa paura, prima, senza social, senza internet, senza avere la possibilità di leggere gli altri, sapere cosa pensassero, cosa dicessero, ci sembravano tutti simili a noi, tutti diversi ma più o meno simili. Quello che credevamo noi credevano gli altri, almeno la maggioranza.
Ma non è così, non lo è mai stato.

La paura che ciarlatani e malfattori diffondono è sempre esistita, solo che prima la diffondevano al bar, nel giornale, allo stadio. Ora arriva a milioni di persone.
Per questo oggi, la società del benessere, che ha soldi, salute, medicine, macchine, computer e acqua calda, ha paura di una puntura: perché è fatta con l'RNA, non con il succo di pompelmo.

Nell’immagine un elenco di effetti collaterali, tra i quali spiccano:

- problemi gastrointestinali

- avvelenamento

- danni neurologici

- malessere generale

Tutti gravi.

Sono gli effetti collaterali dell’Aspirina segnalati in Europa.

Alla prossima.

lunedì 14 dicembre 2020

Dove sarà finita la pinza!

L'argomento è affrontato molto raramente e spesso diventa argomento di cronaca solo in casi eclatanti, è pure trattato con ironia (forse per esorcizzarlo) e, se per gli utenti è qualcosa di sconosciuto, i medici (in questo caso i chirurghi) ne parlano poco, come fosse (e un po' lo è) un argomento "tabù".
Avrete sicuramente già sentito parlare di strumenti dimenticati nell'addome (o da altre parti ma per motivi chirurgici è l'addome la parte del corpo più interessata) di un paziente sottoposto a intervento chirurgico.
Pinze, garze, strumenti, le cronache ci raccontano storie che sembrano incredibili e probabilmente qualcuno, leggendo questo articolo, si stupirà che l'incredibile, come spesso accade, non lo è poi così tanto.

Già, perché la prima cosa che devo dirvi è che l'evenienza di dimenticare un oggetto nel corpo di una persona sottoposta a intervento chirurgico è sicuramente rara statisticamente (secondo le statistiche siamo attorno allo 0,06% dei casi di intervento), rarissima ma non è impossibile. Anzi, vi dirò di più: se parlate con un chirurgo con il quale avete confidenza (perché, come detto, ne parlerà poco volentieri) vi dirà che si tratta di un'evenienza ben presente nella testa di tutti i medici che operano con le mani nel corpo delle persone.
Si tratta inoltre di una possibilità che esiste da sempre, studiata, analizzata, che negli anni ha visto tante persone adoperarsi per ridurre questo rischio, che vede metodi e tecniche ideate per ridurlo ancora di più.

In un intervento chirurgico classico si usano molti strumenti, quasi tutti di acciaio inossidabile, spesso grandi e pesanti ma non sempre. Si tratta di pinze con le punte lunghe o corte, forbici appuntite o smussate, strumenti che allargano il campo operatorio e poi garze, piccoli tamponi o grandi teli, fili, aghi. Tanti strumenti che sono usati con precisione e accuratezza. Ci sono però alcuni momenti in cui il chirurgo ha molta fretta (quando per esempio un vaso sanguigno inizia a perdere sangue, il chirurgo si sbriga a chiuderlo, un problema che richiede intervento immediato) oppure è distratto (cosa che non deve succedere mai in sala operatoria ma a volte succede). Di regola il chirurgo non stacca gli occhi dal "campo operatorio" (la zona che sta operando) ma anche questo può succedere. Altre volte ci sono degli imprevisti. Tutto questo si unisce a varie caratteristiche tipiche di ogni intervento chirurgico ma due in particolare sono molto subdole. La più evidente è che una garza (soprattutto se piccola) che si impregna di sangue (come si può immaginare questo durante un intervento succede normalmente) diventa spesso indistinguibile dal resto del campo operatorio. Bisogna ricordare che siamo ad "addome aperto" (quindi abbiamo tra le mani gli organi addominali, che sono come un ammasso di tessuti).


La stessa garza o uno strumento possono inoltre cadere in mezzo alle anse intestinali e, in quella matassa di tessuti aggrovigliati, attorcigliati, ingombranti, diventa quasi impossibile vedere un batuffolo di garza o una piccola pinza, letteralmente "vanno persi", si immergono nei tessuti addominali e spariscono alla vista. Ancora peggio quando da uno strumento (per esempio una pinza) si stacca un pezzo (una vite, una molla o altro) molto piccolo. Ritrovarlo è veramente difficile. Per capirci. Se mettessi anche volontariamente in mezzo all'intestino una garza o un piccolo strumento chirurgico la possibilità di "perderlo", non vederlo più è altissima e avrò probabilmente difficoltà a ritrovarlo anche sapendo dove cercarlo.

Non si tratta perciò di qualcosa di "impossibile". Si arriva quindi a un bivio. Se un oggetto si perde nel corpo del paziente le possibilità sono due: il chirurgo (e l'equipe, l'intervento chirurgico è un lavoro di equipe) se ne accorge e quindi non smetterà di cercare fino ad averlo trovato (quindi tutto risolto) oppure nessuno, né chi opera né chi assiste, si rende conto di quell'errore (perché questo è considerato un errore, tra i più gravi) e il corpo estraneo sarà dimenticato dentro il corpo del paziente.
Ma il finale è quasi sempre positivo.

Negli anni sono stati raffinati diversi metodi per ridurre questo rischio.

Mettiamo la prima ipotesi: l'equipe si rende conto di avere un pezzo (facciamo una garza) mancante. Il chirurgo inizierà a cercare, letteralmente frugando in mezzo agli organi ma anche il resto dell'equipe si metterà in moto cercando se per caso l'oggetto non sia a terra, in uno dei sacchi dei rifiuti o da qualche altra parte. Vi assicuro che in questi casi la ricerca è frenetica.
Spesso però il chirurgo sentirà con le mani la garza e la metterà fuori dal campo operatorio, tutto risolto. Ma se questo non succede, se nonostante le ricerche non troviamo il pezzo mancante, non resta che chiamare la radiologia. Tutti i pezzi che si usano in sala operatoria sono "radio opachi", una radiografia, cioè, riesce a vederli (anche le garze, hanno intessuto su di esse un filo visibile alle radiografie).
Il radiologo farà una radiografia e l'equipe capirà esattamente dove si è nascosta o infilata quella garza. Risolto nuovamente.
Garze chirurgiche: il filo blu è "radio opaco", una radiografia quindi lo noterà.

La seconda ipotesi è più preoccupante.
Nessun componente dell'equipe, né il chirurgo né i suoi assistenti, si renderà conto del pezzo mancante.
L'intervento finirà ma la garza (dell'esempio) resta lì, dentro l'addome del paziente.

Inizialmente niente di strano.
Nei giorni seguenti, probabilmente pochi giorni dopo ma a volte anche settimane dopo, il paziente soffrirà di alcuni disturbi. I tessuti umani tendono a creare una sorta di tessuto fibroso, quasi una protezione attorno al corpo estraneo, è fisiologico. Potrebbe in teoria non succedere niente ma, spesso, si assiste alla comparsa di fastidi, infezioni, febbre e dolori, sintomi che possono diventare davvero gravi e allarmanti, persino letali e questo porta a sospettare (non subito, perché ovviamente è la possibilità più remota) quello che è successo. L'unico rimedio è quindi operare di nuovo il paziente (anche a distanza di anni!) per rimuovere il corpo estraneo. Ovviamente i disturbi e i problemi dipendono anche dall'entità del corpo estraneo dimenticato: una garza di cotone probabilmente creerà meno problemi di un grosso e pesante ferro chirurgico. Una pinza appuntita può creare problemi gravissimi (perforare un organo, creare un'emorragia) e non è escluso che in certi casi non ci sia nessun disturbo particolare e la persona conviva, inconsapevolmente, con un corpo estraneo nel proprio addome. In ogni caso dimenticare un oggetto nel corpo del paziente durante un intervento chirurgico è considerata una "dimenticanza" grave, lo stesso chirurgo la vive con un profondo senso di colpa. Esistono dei modi per evitarla?
Ebbene sì (fortunatamente). Sono stati messi a punto molti metodi per ridurre al minimo questo tipo di errore.

Il più diffuso e sicuro (nella sua quasi artigianalità) è la conta
Basta farla bene e con attenzione e contare strumenti e garze può aiutarci a non sbagliare. Come si conta?
La maniera più tipica è quella di fare una conta ripetuta e incrociata in modo da ridurre gli errori (sempre in agguato!).

Le centrali di sterilizzazione (che preparano per esempio i pacchi di garze e tamponi) invieranno solo pacchi standard (esempio, con 10 garze, 10 tamponi, 10 teli, senza numeri a caso o variabili). Gli infermieri di sala operatoria che fanno parte dell'equipe, all'apertura di quei pacchi conteranno due volte e con una persona accanto che conta anch'essa, il numero di garze.
Devono essere 10? Sono dieci? Sono dieci? Sono dieci.
Bene. Sappiamo che inizieremo con 10 garze. L'intervento inizia e alla fine prima di chiuderlo definitivamente, il chirurgo chiede se la conta delle garze è regolare. Da quel momento di garze non se ne useranno più: l'infermiere conferma, conta garze regolari. Dieci erano, dieci sono, non abbiamo dimenticato nulla e possiamo finire l'intervento.
Questo consente alle equipe chirurgiche di minimizzare il rischio di dimenticanza. Sappiamo però che tutto è possibile e che l'errore zero non esiste in nessuna attività umana e così i casi di dimenticanza di oggetti nel corpo del paziente in corso di intervento chirurgico ci sono ancora oggi.
Sono state realizzate anche ricerche e statistiche che analizzano il fenomeno e possiamo dare qualche numero. Se da un lato può sembrare preoccupante bisogna rendersi conto di due cose: il numero di interventi chirurgici che si fanno ogni giorno sono tantissimi, migliaia di una sola nazione (immaginiamoci nel mondo) e il rischio è alla fine molto basso. Inoltre è ormai abitudine cercare di affinare le tecniche anche di riduzione del rischio. Ogni reparto dunque ha delle procedure validate che evitano, fin quanto possibile, questi errori.

Una curiosità che emerge da alcune statistiche è che nell'80% dei casi, i corpi estranei dimenticati lo erano in interventi nei quali la conta finale risultava corretta. Probabilmente quindi, come emerge da molte ricerche, si tratta di un problema di comunicazione nell'equipe.

Negli Stati Uniti le linee guida (simili alle nostre) raccomandano una conta ripetuta degli oggetti in sala operatoria: prima dell'intervento, ogni volta che viene aggiunto un oggetto, quando l'intervento sta per finire, quando è totalmente finito.
Come detto all'inizio il rischio di un incidente del genere è molto basso ma, soprattutto negli Stati Uniti, dove la pressione legale è altissima, sembra che i dati siano molto sottostimati, si dice perché il personale di sala operatoria tende a nascondere situazioni note (cioè si accorgono di aver dimenticato qualcosa nel corpo del paziente ma preferiscono non dirlo) per evitare denunce o sanzioni, sperando che non succeda nulla.
Sembra che cose come l'obesità del paziente operato e la difficoltà o l'emergenza dell'intervento aumentino il rischio di dimenticanza e che la prima causa sia la distrazione dell'equipe chirurgica. Sembrerà esagerato ma una distrazione banale (come un telefono che squilla) può condizionare e diminuire le capacità tecniche di un chirurgo, cosa che, ovviamente, si ripercuote sulla qualità del suo lavoro.

Una ricerca canadese ha mostrato come negli anni sia aumentato il numero di oggetti dimenticati all'interno del paziente (forse per il contemporaneo aumento dei trattamenti chirurgici anche se qualcuno sottovoce parla di super lavoro delle equipe mediche) portando i casi a 9,8 ogni 100.000 interventi.
Il problema è così sentito che è stata sperimentata addirittura una sorta di "scatola nera" chirurgica, uno strumento che registra tutto quello che succede e si dice in sala operatoria e che evidenzia errori e distrazioni. Uno strumento molto utile anche per rivedere e correggere procedure ma che, nei suoi primi utilizzi, ha mostrato che nel 64% dei casi si è registrata almeno una distrazione in corso di intervento chirurgico, evento banale ma che può diventare pericoloso e dannoso.
Insomma, si cerca in tutti i modi un modo per evitare l'errore, sempre in agguato e umano ma che, soprattutto in questo campo, deve essere ridotto al minimo possibile.

Alla prossima.

lunedì 23 novembre 2020

No Dati No Vaccino

"No dati, no vaccino". Questa frase, sentita in questi giorni tante volte, ha creato confusione in qualcuno e in altri addirittura scandalo. Ma è davvero così assurda? No, per me no. Però è un bell'esempio del cortocircuito di informazioni e percezione della realtà e della scienza che questa pandemia, assurda, ha creato.

In questi giorni il prof. Crisanti (microbiologo dell'università di Padova) è finito su tutti i giornali con titoli come "non farò il vaccino" o "senza dati non farò il vaccino". Al solito i titoli (e spesso anche gli articoli) possono essere fuorvianti perché il discorso di Crisanti era molto più articolato. La frase "incriminata", trascritta, era questa:
Domanda: "Lei se lo farebbe il vaccino...il primo vaccino che arriva a gennaio?"
Crisanti: "senza dati no"
Domanda: "Perché?"
Crisanti: "perché voglio essere rassicurato che sia un vaccino che è stato testato e che soddisfi tutti i criteri di sicurezza ed efficacia Io penso come cittadino ne ho diritto e non sono disposto a accettare scorciatoie".
Che dite?
In questa frase trovate qualcosa di strano? Io no. E infatti lo stesso identico pensiero di Crisanti l'ho avuto anche io.
Premesso che un vaccino, come qualsiasi farmaco, debba essere sicuro e efficace è chiaro che, se fosse così, andrebbe fatto e lo farei.
A oggi però i vaccini annunciati per il Sars-Cov-2 sono "sicuri e efficaci" solo su annuncio dei produttori. Sappiamo che si tratta (per alcuni) di tecnologie modernissime e mai utilizzate, che i criteri di sviluppo sono stati certo rigorosi ma accelerati per l'urgenza ma non abbiamo dati, studi, pubblicazioni, statistiche da studiare.
Niente, solo i comunicati stampa di chi li produce. Sono già qualcosa ma solo dal punto di vista giornalistico.
Da quello scientifico e medico non valgono nulla.

E mi hanno stupito (fino a un certo punto) le dichiarazioni scandalizzate di altri medici, di autorità e scienziati che attaccavano Crisanti. Proprio Crisanti ha avuto una posizione perfettamente scientifica. "No dati no vaccinazione". Che è quello che tutti noi dovremmo chiedere e per primi gli scienziati. Capisco le persone, i cittadini assetati di speranza, di cure, lo capisco ma lo scienziato, il medico, deve restare con i piedi per terra. Non può scatenare un tifo da stadio (per aver detto quello che leggete sopra sono stato anche insultato) perché un produttore di farmaci ha detto che il suo farmaco è buono.
Mettiamo un attimo da parte il buon senso che ci direbbe di aspettare che questi vaccini siano approvati e giudicati da chi deve farlo (le autorità sanitarie AIFA in Italia, EMA in Europa, FDA in America), facciamo finta che il vecchio, saggio consiglio di non chiedere all'oste com'è il suo vino si debba ignorare ma è così assurdo che uno scienziato giudichi un farmaco quando potrà vederne le caratteristiche?

A me non pare.
E presumo che chi ha criticato me (e Crisanti) amerebbe avere un medico che prima di prescrivergli un farmaco ne conosca caratteristiche e capacità, rischi e benefici, utilità e inutilità. Ovvio.
E poi non parliamo della crema scioglipancia ma di un vaccino che sarà somministrato a milioni (miliardi) di persone.
Nel caso dei farmaci (e dei vaccini) trattandosi di prodotti somministrati a tante persone, a scopo medico, il controllo dei numeri deve essere scrupoloso, attento, al massimo dell'oggettività. È per questo che prima di approvare un farmaco o un vaccino passano anni, tanti. Perché non basta l'analisi dei dati, serve l'esperienza sul campo, il controllo di chi assume quel farmaco e poi i "dati grezzi". In questo caso gli anni saranno annullati visto il momento, l'urgenza, ci sta. Ma cautela, attenzione, prudenza. Non devono scomparire sostituiti da un comunicato stampa.
Avere voglia di arrivare a una soluzione a questa pandemia è certamente comprensibile ma la fretta non aiuterebbe, anzi, potrebbe essere dannosa. Meglio una lumaca che arriva al traguardo di una lepre che inciampa nel suo percorso.


Essere lumache, sicuramente più lente, ci darebbe modo di annunciare una soluzione solo quando l'avremmo in mano, la discuteremmo, si capirebbero le caratteristiche, si potranno mettere su una bilancia rischi e benefici. Fare le lepri, veloci e scattanti, è una tentazione ma così succede proprio quello che sta succedendo: discutere del nulla.
Cosa che rischia di confondere tutti noi e soprattutto la popolazione generale che, in un clima già caotico e pieno di informazioni contraddittorie, ne troverà un'altra, l'ennesima.
Tanto che al primo annuncio di un vaccino, efficace ma che doveva essere conservato a -80 gradi, c'era chi chiedeva già l'acquisto di refrigeratori per la conservazione e il trasporto, subito, per essere preparati. C'era già l'azienda che li avrebbe prodotti!
Pochi giorni dopo l'annuncio di un'altra azienda, con un vaccino che invece non aveva bisogno di questi strumenti. Ed era pure un po' più efficace.
Poi di nuovo l'annuncio della prima, il vaccino deve essere conservato a -70 ma noi forniremo dei contenitori adatti, poi voi ci metterete il ghiaccio. Ed è pure un po' più efficace del secondo, in una sorta di gara al rialzo.
Vi rendete conto che sembra di parlare di una nuova varietà di pomodori in vendita al mercato?

La faccenda si fa più strana (o forse più chiara) quando successe la stessa cosa con il vaccino prodotto in Russia (annunciato in pompa magna da Putin). Tanti annunci, grandi risultati ma dati zero.
Cosa dissero gli scienziati in quell'occasione?
Beh, ebbero un atteggiamento diverso. E in quel caso c'era pure uno studio pubblicato addirittura su Lancet (ben poca cosa, pochi soggetti e poca attendibilità ma almeno due dati c'erano) ma non bastava. 
Giustamente.
Cosa chiedevano gli scienziati quella volta? I dati.
No dati no vaccino. Appunto.
La stessa cosa non è accaduta questa volta, anzi, grande entusiasmo per un comunicato stampa del produttore.
Questo caos è sicuramente dovuto al momento e alla sete di soluzioni ma è necessario? Inevitabile?

Cosa sarebbe dovuto accadere? Nulla di speciale, quello che succede sempre quando si produce un nuovo farmaco.

Le case farmaceutiche, quando devono mettere in commercio un farmaco, hanno tantissimi dati, con quelli producono uno studio (normalmente dopo anni di esperimenti), danno i dati alle autorità che devono approvare quel farmaco (dopo mesi, anche anni), poi pubblicano lo studio per la comunità scientifica mondiale, lo mettono a disposizione di tutti.
In questo caso non è ancora avvenuto, probabilmente succederà. Questo serve per mostrare a tutti (a me, ai medici, agli scienziati, al pubblico) i risultati, le capacità di quel farmaco. Quelli che usciranno nello studio (se mai ci sarà) sono i dati "processati", quelli che, dopo calcoli e processi statistici, danno il risultato finale: funziona o non funziona. Poi ci sono i dati grezzi.

I dati grezzi sono i dati che ha l'azienda (i soggetti testati, le loro caratteristiche, i risultati divisi per ogni singolo soggetto, gli effetti collaterali, le osservazioni e così via) senza che questi siano "processati", "manipolati", trattati per creare lo studio. Sono in pratica i dati "nudi e crudi", quelli più attendibili.
Con i dati grezzi avremmo un'idea ancora più chiara, direi "pulita" di quanto quel farmaco possa fare ma questo succede in genere anni dopo, quando il farmaco e ormai in commercio da tempo.

Ora, nel caso di questi vaccini noi attualmente (speriamo accada presto) non abbiamo nessun dato, nessun dato statistico, nessun dato grezzo, nessuna pubblicazione scientifica. Non abbiamo nulla. Abbiamo fretta e quindi le procedure che normalmente durano anni stanno durando (pochi) mesi ma anche questo, se fosse un successo, sarebbe un grande passo per l'umanità.
Questo però non deve farci dimenticare la prudenza e l'attenzione. Non solo. Proprio chi fa scienza e cura le persone non dovrebbe mai dimenticare le basi sulle quali poggiano le sue azioni.

Dire "io così non mi vaccino" non è un errore di comunicazione, è una dichiarazione da uomo di scienza. Aggiungerei "io così non consiglierei il vaccino a nessuno". Scienza. Ovvia.
La comunicazione istituzionale avrebbe potuto dire "per ora non abbiamo dati ufficiali, siamo ottimisti viste le notizie che comunica l'azienda e speriamo di poter aver presto questo vaccino che sembra molto efficace".
Cosa vi sembra? Troppo cauto? O semplicemente onesto?

Qualcuno dice "ma così dai fiato ai complottisti!". Ora, premesso che dei complottisti non mi importa un granché e credo siano più importanti le persone che vogliono informazioni oneste e corrette, non si può comunicare con la popolazione usando un linguaggio ambiguo e poco onesto perché qualcuno potrebbe approfittarne.
Un'altra obiezione (giustissima): "quando sali su un aereo, chiedi di vedere il progetto di costruzione per fidarti? No, ti fidi dell'ingegnere e voli". Giustissimo. Non si possono certo dare i dati dei vaccini alla cittadinanza sperando li studi e li capisca. Ovvio.
Ma alla comunità scientifica sì. La "pubblicazione" di un esperimento è un cardine del metodo scientifico. Io, comune cittadino, non capirei mai i progetti di costruzione di un aereo ma un ingegnere aeronautico sì. E se lui prima di salire su un nuovo aereo che dice di volare alla velocità della luce chiedesse di vedere com'è fatto, lo trovereste scandaloso o ovvio?

Per questo mi hanno stupito dichiarazioni di altri scienziati (che in altre occasioni si erano dimostrati equilibrati e ricchi di buon senso), cose come "il vaccino è sicuro" o "io il vaccino lo farò". Anche aggressive, offensive. Anche dei giovani divulgatori sono diventati dei giudici aggressivi verso Crisanti quando Crisanti ha dato loro una lezione di perfetta aderenza al metodo scientifico. La scienza non deve credere, deve capire. Persino quando una cosa ci fa piacere. La scienza è oggettiva, non crede sulla fiducia.
Cosa sta succedendo a tutti quelli che ciecamente e senza chiedere UN dato, parlano di vaccino efficace e sicuro a breve disponibile? Siamo severissimi con sciocchezze come l'omeopatia e i ciarlatani e diventiamo permissivi e superficiali con un vaccino di nuova generazione che verrà somministrato a tutto il mondo? Che succede?
Non per niente non è stato solo Crisanti (o io) a dire cose del genere, nella loro ovvietà l'hanno detta anche altri, come il prof. Galli o il prof. Garattini.

Che ne sappiamo del vaccino? Che ne sai se sarà sicuro? Funziona sugli anziani (i soggetti tra i più colpiti dalla malattia)? Impedisce la contagiosità? Riusciremo a conservarlo e distribuirlo come si deve? E se domani quel vaccino mostrasse un effetto collaterale grave e inaccettabile che ne sarà della tua sicurezza? E se, pur non avendo effetti collaterali gravi quel vaccino non funzionasse, che ne sarà della tua sicurezza? E soprattutto, messa da parte la tua, da scienziato, che ne sarà della sicurezza della popolazione?
Lo sapremo sicuramente, se arrivasse l'approvazione significherà che qualcuno l'avrà saputo, controllato, certificato, mi fido pienamente dei controllori, il loro "sì" sarà quel giorno un sigillo di garanzia. Benissimo. Oggi no.

Altri hanno detto "così si sparge sfiducia nei vaccini". Cioè chi dice di attenersi ai dati e aspettare conferme diffonderebbe sfiducia mentre chi giudica in base agli articoli di giornale sarebbe uno scienziato responsabile?
Ma veramente voi vorreste un medico che prescrivesse la tisana dimagrante perché il produttore dice che funziona perfettamente da una pagina di giornale? La sfiducia nei vaccini si sparge con la poca chiarezza, con mancanza di dati, di giudizi, di risultati, di pareri professionali.
Ecco, a me sembra che non sia stato Crisanti a sbagliare nella comunicazione ma tanti altri (che lo hanno attaccato aspramente) e pure in maniera esagerata. Sarà il panico, l'entusiasmo, sarà la voglia di avere subito in mano la soluzione ma è molto meglio dire le cose come stanno che arrampicarsi sugli specchi.
Poi è chiaro che chi ha interesse a sottovalutare questo aspetto liquiderà in due parole chi solleva dubbi legittimi o fa domande: "è un antivax" o "sta dicendo cose pericolosissime", in due parole di qualifica il messaggero, lo si demolisce, così si tenta di demolire il suo messaggio, mettiamolo nella casella degli antivax così nessuno lo ascolterà, liquidato. Il punto è che, secondo me, è molto più "antivax" chi annuncia un vaccino senza averlo in mano. Chi parla di condizioni di conservazione senza che ancora non sia in commercio. Chi dice "funziona nel 90% dei casi" senza averne visto uno. La fiducia del cittadino si conquista con la trasparenza, la correttezza, la chiarezza, molti non l'hanno ancora capito.

Ovviamente i produttori fanno il loro lavoro, ovviamente se il vaccino andasse in commercio sarà (probabilmente) sicuro e efficace, ovviamente se così fosse io lo farei e inviterei gli altri a farlo ma, oggi, altrettanto ovviamente, stiamo parlando del nulla. Di ipotesi.
Di parole frettolose.

E la gatta frettolosa fece gattini ciechi.

Alla prossima.

mercoledì 11 novembre 2020

Covid: cosa fare?

Nel caos di informazioni e notizie (devo dire più confusionarie che semplificative) in tanti hanno dimenticato, anche a livello istituzionale, di diffondere i concetti più basilari e pratici. Abbiamo sentito parlare di carica virale, test molecolari, indice di contagiosità, fino allo sfinimento ma quasi mai di comportamento. Tutto interessante ma nella vita di tutti giorni, visto come questa epidemia ci sta condizionando, sarebbe il caso secondo me di dire ai cittadini cosa bisogna fare in caso di problemi legati a questa pandemia. In parole semplici.

Non è facile esemplificare e non è facile dare informazioni utili senza sostituirsi alla fondamentale opinione e presenza del proprio medico ma credo che tra i servizi di questo sito e miei, come medico divulgatore, non può mancare un consiglio di questo tipo.

Allora, visto che vorrei aiutare, aiutatemi a non fraintendere.

Quello che scrivo NON si sostituisce al parere del medico, non è valido per tutti e sempre ma è una lista di consigli veloci che può servire a chi ha dubbi, paure o sospetti.
Ho pensato di scrivere questa cosa perché (anche a differenza della prima ondata di epidemia) ho notato un aumento di persone che hanno paura quando sentono qualche sintomo, hanno dubbi su cosa fare, chi chiamare, se prendere farmaci e quali.
Poi ho pensato che anche io, da medico, dovrei andare a consultare le regole della mia regione di residenza, perché (e la formulo anche come domanda: perché?) nessuno ha mai pensato di realizzare dei volantini, dei comunicati, dei piccoli manuali su cosa fare se si hanno problemi di questo genere. Non tutti hanno internet, non tutti lo sanno usare, non tutti capiscono bene ciò che leggono. Non sarebbe a questo punto giusto fare un'operazione di informazione capillare invece di lasciare tutto alla libera interpretazione personale (che a quanto pare non sta dando grandi frutti)?

Si deve pensare inoltre che stiamo andando incontro alla stagione invernale e quindi sintomi di tipo influenzale saranno frequenti e diffusi. Se non si vuole il panico e l'intasamento di centralini e ospedali, forse è meglio spiegare cosa fare.
E qui ancora una nota polemica: ma non c'è chi ha il compito di fare queste cose?

Ora torniamo alla versione non polemica e mettiamoci al servizio di chi legge.

Importante: molte regioni hanno regole e organizzazione diversa una dall'altra, prendete questi consigli come consigli generali, per sapere come muoversi ma cercate nei siti della vostra regione il comportamento da usare per ogni caso (dove fare il tampone, dove telefonare se si ha bisogno e così via). Ho creato una guida breve, veloce, semplice proprio perché credo sia quello che serve. Niente lunghe spiegazioni o premesse, domanda e risposta. Iniziamo.

Covid: cos'è.

Una malattia di tipo respiratorio causata da un virus della famiglia dei Coronavirus (COronaVIrusDisease), alla quale appartengono altri virus che causano quasi tutti sindromi simil influenzali. La malattia ha in genere decorso benigno ma può essere pericolosa sia in persone giovani e sane ma soprattutto in persone anziane o con malattie importanti. Le complicanze più gravi sono quasi tutte a carico delle persone molto anziane (>80 anni) e con malattie (tra le quali ipertensione e diabete), questo non significa che i più giovani siano esenti dalle stesse o che non siano un pericolo per chi sta attorno. Importante quindi non contagiarsi ed evitare di contagiare gli altri.

I sintomi della malattia possono essere sfumati.

Tosse, mal di gola, diarrea, malessere, dolore toracico, dolori muscolari e articolari, stanchezza importante ma può presentarsi già con sintomi più seri come la dispnea, cioè la difficoltà a respirare o la febbre molto alta. La presenza di questi sintomi "classici", accompagnata da altri più tipici come la perdita del gusto o dell'olfatto, deve fare pensare alla possibilità di aver contratto la malattia Covid. Un'altra caratteristica di questa malattia è che può peggiorare in maniera imprevedibile (invece di migliorare come una malattia benigna, peggiora) e quindi il paziente noterà che i sintomi, che si alternano con miglioramenti e peggioramenti e spesso improvvisamente peggiorano senza ulteriori miglioramenti. Questo è un brutto segno che merita attenzione.

Ho dei sintomi, mi devo preoccupare?

Dipende.

Se i sintomi sono come quelli di un raffreddore classico non c'è motivo di allarmarsi. Tosse (in genere secca) anche insistente, febbricola (37,5-38,0 °C), stanchezza, dolori articolari, possono essere il segno della malattia iniziale. In questo caso l'ideale è eseguire un tampone (per sapere se si è contagiosi e sapere come comportarsi). Informarsi con ciò che si è deciso della propria regione di residenza, in genere la procedura prevede la chiamata al medico curante che indicherà cosa fare (le regole cambiano anche continuamente) e dove recarsi per approfondimenti. In quasi tutte le regioni il medico di medicina generale farà un'impegnativa per recarsi in un centro dove si effettuano tamponi. In genere, visto l'afflusso, si può perdere da qualche ora a un'intera mezza giornata, organizzarsi di conseguenza.

  • Se si è negativi bene, probabilmente ci si trova di fronte a una delle tante sindromi parainfluenzali (anche in questo caso sarebbe bene avere qualche accorgimento per evitare di trasmetterle), riposo e farmaci sintomatici al bisogno, passerà. Ma attenzione al decorso dei sintomi, se peggiorassero avvertire il proprio medico. Da non scartare una ripetizione del tampone.
  • Se si è positivi ai controlli si è affetti da Covid.

A questo punto è fondamentale l'uso di cautela in famiglia e con i contatti prossimi. Cercare in tutti i modi di isolarsi, usare stoviglie e biancheria separata, dormire in camere separate, usare la mascherina anche a casa, evitare contatti stretti. Si fa per sicurezza e per non diffondere la malattia, finché possibile. Se i sintomi sono gestibili e non gravi è molto meglio fare tutto a casa, in ospedale non farebbero niente che non si potrebbe fare a casa propria. Ovviamente avvertire il proprio datore di lavoro e prevedere almeno 15 giorni di isolamento.

Non andare all'ospedale o dal medico in questo caso (pochi sintomi, gestibili, condizioni buone). Non andare in pronto soccorso. È inutile e non si farebbe nulla di diverso.
Gestire i sintomi come si farebbe con un normale raffreddore: riposo, idratazione, mantenere contatto con il proprio medico, se la temperatura fosse vicina ai 38 °C e si ha malessere generale senza ulteriori sintomi importanti può essere utile il Paracetamolo che va preso alla dose massima di 3 grammi al giorno (3 compresse da 1000 mg, quindi massimo 3 al giorno, una ogni 8 ore).

Se i sintomi fossero peggiori o comparisse un peggioramento repentino, avvertire il proprio medico o il pediatra in caso di bambini.
Recarsi in pronto soccorso se:

- Si ha difficoltà a respirare.

- Si ha una temperatura corporea superiore ai 39 °C

- Si perde conoscenza o si hanno sintomi preoccupanti


Cosa faccio? Cosa devo controllare?

La temperatura corporea è ovviamente il primo parametro da controllare. Basta un normale termometro elettronico (sia quello a distanza che timpanico). Per temperatura elevata si deve intendere una temperatura superiore ai 38 °C, al di sotto si parla di febbricola (e ricordare che fino a 37 °C la temperatura è considerata normale) che è qualcosa che NON deve preoccupare. Per cui è tranquillizzante una temperatura fino ai 37 °C, è nel range normale se si arriva a 37,5 °C, è febbre oltre questo valore.

Se si desidera si può acquistare anche un saturimetro che è un strumento elettronico capace di misurare la saturazione di ossigeno del sangue (pO2). Questo strumento non è indispensabile e deve essere usato con cautela, altrimenti diventa un controllo maniacale che può indurre ipocondria o stress senza motivo. Non è uno strumento indispensabile, la dispnea (difficoltà a respirare) si nota, si avverte e non sarà certo lo strumento ad avvertirci che c'è.

Se si ha un saturimetro basta un controllo due volte al giorno (mattina, pomeriggio verso sera) che dovrà dare una saturazione uguale o superiore al 96% e normalmente questo valore va dal 97 al 99%. Se il valore fosse basso (per esempio 90%) sarà il caso di chiamare il medico o, se non rintracciabile, andare in pronto soccorso, a maggior ragione in presenza di altri sintomi (febbre, tosse). Il controllo della pressione arteriosa, se non per altri motivi, non è fondamentale in questa patologia. Ovviamente questo ha un significato in presenza di contagio conclamato (tampone positivo). In caso di contagio escluso tutto va visto come, da sempre, si affronta una malattia influenzale, senza sottovalutazioni né drammi.

Devo comprare qualcosa in particolare?

Non ha senso (e può essere dannoso) trasformare la casa in un reparto ospedaliero. Quello che serve in genere lo abbiamo già ma direi che è sufficiente:
- Paracetamolo (compresse da 1000 mg per adulti, 500 mg. per bambini, fino a 12 anni).
- Termometro: vanno bene tutti i tipi.
- Saturimetrro: si acquista in farmacia e on line, costo attorno ai 30 euro. Vanno benissimo quelli portatili ("da dito"). Considerarli indicativi perché la qualità, non sempre ottima, potrebbe fornire valori non precisi.

Che farmaci devo prendere?

Oltre ai sintomatici (paracetamolo, per la febbre) non serve prendere altro. Si può anche non prendere nulla se i sintomi sono scarsi o nulli. Idratarsi, mangiare in maniera equilibrata preferendo verdure e frutta, dormire sufficientemente, sono consigli sempre validi.

Non c'è nessun farmaco che possa migliorare la malattia, soprattutto nelle fasi iniziali, in quelle gravi e avanzate le terapie saranno eventualmente somministrate in ospedale. Vitamine, integratori e simili, non hanno nessuna azione. Non assumere cortisone se non ci sono sintomi perché può causare danno al sistema immunitario e quindi favorire l'infezione. Non assumere eparina, idrossiclorochina, se non ci sono sintomi, sono farmaci potenti e possono avere effetti collaterali anche gravi.
Se quindi i sintomi non sono gravi o preoccupanti la malattia è assolutamente gestibile a casa senza particolari accorgimenti.

Quando chiamare il medico?

Come detto prima: solo in presenza di sintomi non lievi che facciano pensare al Covid (o con questi sintomi e positività al Coronavirus). Per riassumere.

Tosse, febbre (oltre i 37,5 °C), malessere generale.

Quando andare in pronto soccorso?

Febbre elevata (>38 °C) e/o dispnea e/o grave stato generale, a maggior ragione se è accertata positività al virus. Uno di questi sintomi o più sintomi associati richiedono controllo in pronto soccorso. 

Cosa succede dopo?

Se si è arrivati in ospedale saranno i medici a decidere in base alla situazione. Se è richiesto il ricovero le cure avverranno in ospedale. Se si rimanda a casa si può continuare l'isolamento e le cure sintomatiche. Quindi il "cosa fare" si chiude qui. In base alle decisioni delle singole regioni le persone con sintomi gravi (e positive) da Coronavirus saranno ospedalizzate e ovviamente si seguirà l'iter corretto. Stessa cosa per le persone positive ma senza (o con pochi) sintomi. Si starà a casa in isolamento in attesa della scomparsa dei sintomi e della negativizzazione. Successivamente si tornerà alla vita normale.

In genere la malattia dura 12-16 giorni, con sintomi che possono persistere anche a lungo e ripresa lenta (per esempio la stanchezza tende a durare alcune settimane).

Bisogna mantenere la calma perché il panico non risolve nulla e rischia di peggiorare le cose.
Non si va al pronto soccorso "per sicurezza" prima di tutto perché se malati si rischia di diffondere ulteriormente la malattia, poi si sovraccaricano le strutture con interventi non necessari e poi, se non malati, si rischia di essere contagiati perché l'ambiente ospedaliero è quello più a rischio. Ragionare bene, dunque, evitando le decisioni dettate dalla paura.

È importante quindi razionalizzare, prendere le cose per quello che sono, questa malattia è subdola ma è una malattia come tante altre che permette la prevenzione (con le misure di sicurezza) che sono a oggi la nostra arma principale, quindi calma e sangue freddo.
Finirà se riusciamo a capire che le epidemie fanno parte della storia dell'umanità, comportiamoci di conseguenza e tutto andrà per il meglio.

Esistono numeri utili per informazioni generali (quindi non numeri di pronto soccorso ma solo per chiedere informazioni sulla situazione, organizzazione, su cosa fare o a chi rivolgersi per un problema). Io consiglio di chiamare ai vari numeri regionali (sono più aggiornati sulla situazione locale) ma esiste anche quella nazionale del ministero della salute, questo: 1500. Qui la pagina del ministero della salute con informazioni, dati e recapiti utili.

Qui una lista dei numeri regionali ai quali rivolgersi per informazioni.
Ovviamente restano validi i numeri di emergenza 118 e 112 per le chiamate in casi molto urgenti.

Alla prossima.