martedì 18 febbraio 2020

Coronavirus 2019. Cosa sta succedendo?

I recenti fatti di cronaca raccontano di un'epidemia causata da un virus, che ormai tutti conosciamo per le tante volte che ne abbiamo sentito parlare. Il nome del virus è SARS-CoV-2 e causa una malattia, con sintomi principalmente respiratori, che può essere anche molto grave. Il focolaio dell'epidemia è stato identificato in Cina e la vera "stranezza" del virus è che si tratta di un "nuovo" virus per noi umani. Prima di noi questo virus (sembra) infettava alcuni animali ma, come spesso accade, si è trasformato ed è "saltato" nell'uomo, cosa mai successa prima. Per questo gli esperti sono preoccupati: non lo conosciamo bene, non sappiamo bene cosa potrebbe causare, che malattie e come si diffonde. Ora iniziamo ad avere qualche notizia ma sempre troppo poco.


Intanto alcuni numeri (attenzione, i numeri sono in continuo aggiornamento, oggi è il 18/02/2020): 73.332 casi totali (72.528 in Cina). 1.870 morti.
Per fare un paragone con una passata pandemia (quella alla quale assistiamo ancora non può essere definita pandemia ma "epidemia") dobbiamo tornare al 2009 quando avvenne una pandemia che colpì varie parti del mondo causata da un virus influenzale chiamato H1N1 (volgarmente "influenza suina"). In quel caso i contagiati furono 482.300 e i morti 6.000. Come si vede molti di più di quelli che riguardano questa epidemia. Solo in Italia ci furono 229 morti che possono sembrare tantissimi ma sono anche meno di quelli di altre epidemie influenzali.
Altri numeri possono essere interessanti e quelli forniti dal CDC cinese nel più ampio (finora) report sui casi confermati di malattia da Coronavirus (44.000 casi) sono interessanti.
Apprendiamo per esempio che l'82% dei casi confermati ha avuto sintomi lievi e che l'85% dei morti ha più di 60 anni. Questi numeri confermerebbero che l'infezione, con le giuste misure di contenimento (che per ora sembrano quelle viste) potrebbe non costituire una minaccia particolarmente grave. Presto per cantare vittoria ma forse non per guardare tutto con più tranquillità di come sembrava all'inizio.



Ma allora perché questo panico?
Provo a dire la mia.

Nelle persone, nel cittadino normale, il panico si sparge quando non capisce bene una notizia e assiste a cose mai viste prima, alle quali non è abituato. Uomini con la tuta, quarantene, filmati con arresti e controlli di massa, preoccupano già solo questi. Se poi le autorità non sanno comunicare, non danno certezze e sembrano brancolare nel buio, la paura aumenta di intensità.
In questi giorni si è poi assistito a comportamenti particolari. Esperti che invece di tranquillizzare hanno confuso ancora di più, dichiarando un giorno "è la cosa peggiore mai vista" e il giorno dopo "il rischio è zero".
Il cittadino ha ovviamente bisogno di una guida, di qualcuno che informi correttamente e con equilibrio ma questo, nei tempi del web, sembra complicato.
Così qualcuno ne approfitta suonando le sirene d'allarme che, a ben vedere, più che d'allarme sono un suono acuto e fastidioso che ha lo scopo di attirare l'attenzione su di se.
Al netto quindi di allarmismi e terrorismi, possiamo dire che questa epidemia è una di quelle cose che sono succede e succederanno. Fondamentale è la preparazione delle autorità (e quelle cinesi, nonostante tutto, hanno fatto uno sforzo a dir poco immane) e la comunicazione giusta.
Il resto, mascherine, prodotti omeopatici, spray antivirus o paure da web, non servono a nulla. Bisogna inoltre aggiungere che da noi, in Italia, il rischio è attualmente molto basso. Il virus non c'è, semplicemente, è ancora lontano da noi. Non c'è quindi nessun motivo per agitarsi e bisogna solo aggiornarsi con le notizie provenienti dal ministero della salute. Il resto è panico.

Se quindi il lavoro "serio" deve essere fatto dagli esperti e da chi lo fa (ministeri, agenzie di salute), quello comunicativo (secondo me) deve essere gestito localmente dai vari ministeri. Così da evitare che ognuno dica la sua contraddicendosi da un giorno all'altro e basandosi su finte notizie o comunicati sbagliati. Certo, occhi aperti, bisogna studiare e seguire l'evolversi della situazione, mai abbassare la guardia. Ma questo è compito di chi lavora nelle istituzioni, non di altri. Inoltre, se un dato può tranquillizzarci, è che tutti gli indicatori mostrano come i casi si stiano stabilizzando e che l'epidemia resta, fondamentalmente, confinata in Cina e in una provincia in particolare. La situazione quindi attualmente non è fuori controllo.
Non è possibile però trarre delle conclusioni certe. La situazione è in evoluzione e, alla fine, questo virus lo conosciamo ancora poco. Anche gli esperti vanno da previsioni ottimistiche e che parlano di prossima fine dell'epidemia a scenari pessimistici che ipotizzano un peggioramento della situazione drammatico.

A che punto siamo quindi?

Un riassunto della situazione ci viene dal PTS (Patto Trasversale per la Scienza) un gruppo di scienziati, esperti e comunicatori creato per combattere le false notizie in medicina). Il comunicato è a firma del PTS nelle persone di: prof. Pier Luigi Lopalco (ordinario di Igiene e presidente PTS), del prof. Matteo Bassetti (ordinario Clinica Malattie Infettive e coordinatore Gruppo Vaccini PTS), del prof. Guido Silvestri, del dott. Stefano Zona (medico infettivologo, IoVaccino) e del dott. Stefano Prandoni (pediatra, L’influenza questa sconosciuta). Leggiamolo.

1. L’epidemia causata dal nuovo coronavirus, battezzato SARS-CoV-2, è in continuo divenire e così anche le nostre conoscenze in proposito.
2. Al momento, i dati ufficiali ci inducono a considerare una letalità della COVID19 significativamente inferiore ad infezioni da altri Coronavirus (SARS e MERS).
3. Il ritmo di crescita, un indice che si chiama R0 e ci dice quante persone possono essere contagiate da un soggetto infetto, è confrontabile con quello di altri virus, come quello influenzale pandemico.
4. In questa situazione, riteniamo oltremodo corretto, da parte delle istituzioni sanitarie nazionali e sovranazionali, l’aver messo in atto ogni possibile strategia per la precoce identificazione dei pazienti infetti e il contenimento dell’epidemia. Infatti, indipendentemente dal tasso di letalità, è importante evitare che il nuovo Coronavirus diventi endemico a livello planetario. Occorre tuttavia notare come sarebbe più appropriato un atteggiamento continentale più in sintonia tra i diversi Stati europei.
5. Il livello elevato di attenzione da parte delle autorità sanitarie non giustifica, tuttavia, l’allarmismo nella popolazione italiana che si è registrato negli ultimi giorni. È invece importante sfruttare questo momento mediatico per istruire la popolazione generale su alcune buone pratiche di igiene che sappiamo già ora essere utili per prevenire la trasmissione di moltissimi patogeni, tra cui anche il SARS-CoV-2:

→ lavaggio delle mani con acqua e sapone o con gel di soluzione alcolica, da eseguire più volte al giorno, soprattutto prima di mangiare o di toccarsi naso, bocca e occhi;
→ utilizzo di fazzoletti monouso per coprire bocca e naso quando si tossisce o si starnutisce, gettando immediatamente nel pattume il fazzoletto; in alternativa, coprire bocca e naso con l’incavo del braccio;
→ areare spesso i locali chiusi.
Poiché, come dicevamo, le informazioni e i dati sono in continuo aggiornamento, si invitano i cittadini a non cadere nella trappola della disinformazione e a consultare fonti accreditate. Qui di seguito un elenco di siti
istituzionali:
- Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus
- Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/
- Centro Europeo per la Prevenzione e Controllo delle Malattie Infettive (ECDC):
- Organizzazione Mondiale della Sanità: https://www.who.int/emergen…/diseases/novel-coronavirus-2019

Le precauzioni che si devono prendere in questo caso sono identiche a quelle che si prendono per le altre malattie infettive. Forse questa epidemia ha un lato positivo. Ci fa capire come non viviamo in un paesino sperduto e solitario ma in un pianeta comune e che i fatti dall'altra parte del globo interessano tutti e poi ci sta aiutando a capire come affrontiamo le emergenze e come possiamo migliorarci.
In più un pensiero va a quelle persone che, sopratutto all'inizio dell'epidemia, hanno perso la vita, anche degli operatori sanitari che, altro non sono, che morti sul lavoro.
Se però chi lavora sul campo rischia di perdere la vita, chi lavora sui media provi a non fare perdere la calma a nessuno, che si capisca come non solo la paura non serva a niente ma che l'allarme è  ingiustificato e soprattutto pericoloso, per tutti.

Alla prossima.

venerdì 10 gennaio 2020

Quello che non conosciamo ci fa paura.

Partiamo da un dato di fatto, se non conosciamo una cosa, soprattutto se si tratta di qualcosa di complicato, dal meccanismo difficile da comprendere o che ottiene risultati inaspettati, ne siamo diffidenti. Se poi questa cosa potenzialmente interviene sui meccanismi della salute o della vita di tutti noi possiamo arrivare ad averne paura. Quando non avevamo confidenza con l'aereo, la paura di volare era comunissima, ora molto di meno ma presente, volare è poco "umano", è un eccezionale risultato dell'ingegno ma innaturale, contro le nostre leggi fisiologiche, per questo in molti ne hanno diffidenza anche se, dati alla mano, si tratta forse del più sicuro mezzo di trasporto esistente. Succede per molte cose della medicina. Finché non ci abituiamo a una tecnica o un farmaco ne siamo diffidenti. È successo per ogni scoperta e innovazione, anche per le più incredibili. Le teorie del complotto nascono proprio per questo, un argomento che non è alla nostra portata (per cultura, formazione, per facilità di comprensione) è misterioso e cerchiamo spiegazioni alternative, complicate, per spiegarlo, non possiamo crederlo possibile.

Nel 1900 l'elettricità fu una vera e propria rivoluzione, soprattutto quando arrivò nelle città e nelle case. Vedere che premendo un pulsante sul muro riuscivamo a illuminare una stanza che fino a quel giorno era stata appena schiarita, tra fumi e cattivi odori da una candela o un lumino a petrolio, sembrava una magia. Ancora più incredibile quando apparvero i fili per le strade. Quei cavi che trasportavano energia elettrica da una casa all'altra, da un punto all'altro della città, facevano paura. Quale diavoleria scorrerà dentro quei cavi? Quale sortilegio permetteva di accendere una lampadina a chilometri di distanza? Cosa era quella misteriosa energia, quel fluido magico? Sarà pericoloso? Avranno ragione quelli che dicono che trasporta il male e che ci uccide lentamente? A nulla valevano i discorsi tecnici degli scienziati, quei professoroni che pontificavano dalle loro cattedre, tanto erano i cittadini, i più poveri, che vedevano penzolare sulle loro teste, quei minacciosi cavi elettrici tenuti in piedi solo da travi di legno.

Finché arrivò il giorno nel quale tutte le paure e le ansie si materializzarono.
D'altronde qualcuno aveva avvertito. Si diceva che i cavi trasportassero un'energia mortale, che poteva uccidere un uomo a distanza e che, anche se non uccideva subito, lo faceva ammalare.
La potenza di quella energia era stata usata a scopo dimostrativo su un cavallo che, toccato da un cavo, crollò al suolo immediatamente, morto. Era la prova che quello era il male, non una cosa benefica.
Come poteva essere quindi utile una cosa del genere?

L'11 ottobre 1889 a Buffalo, nello stato americano di New York, un autista della Western Union, John Feeks, stava lavorando su dei cavi telegrafici di una linea delle strade di Manhattan, in quel momento affollatissime, quando afferrò con una mano un cavo poco distante. Fu investito da una potente scarica elettrica, morì all'istante, folgorato e il suo corpo restò per più di un'ora penzolante tra scintille, fumo e scariche elettriche con il pubblico inorridito per quello spettacolo terribile.
Questo fu un episodio che scatenò ulteriormente le paure dei cittadini, finì su tutti i giornali e pure molte autorità iniziarono a diffidare delle linee elettriche.
I quotidiani titolavano: "I pericoli delle linee elettriche", diffidando le compagnie elettriche e spaventando ulteriormente i cittadini. Ci fu chi chiese l'arresto per "omicidio colposo" dei responsabili della compagnia elettrica che gestiva la linea coinvolta nell'incidente e si parlò a quel punto di "panico da cavo elettrico".
Le persone evitavano accuratamente di passare o camminare sotto i cavi. Molti cittadini evitavano di accendere le luci, altri arrivarono a rinunciare all'allacciamento elettrico. Quella nuova energia preoccupava tutti.
I media d'altronde non aiutavano.

Il quotidiano di New Orleans The Times-Picayune scrisse: "La morte non si ferma sull'ingresso di casa ma entra diritta dentro e basta aprire una porta o accendere il gas per morire". La popolazione era talmente allarmata che si susseguivano dibattiti sui giornali e qualcuno cercò pure di approfittarsene, come lo stesso Thomas Edison (uno degli imprenditori più noti, famoso per la produzione delle prime lampadine) che suggeriva di usare la corrente continua (DC) e non quella alternata (AC) che era usata ai tempi (ma lui era proprietario del sistema che la distribuiva, quindi non proprio disinteressato). Edison suggerì anche di abbassare il voltaggio delle linee elettriche e sconsigliò di mettere i cavi sotterranei al posto di quelli aerei perché il pericolo sarebbe solo "nascosto" alla vista. George Westinghouse, industriale, proprietario di molte linee elettriche delle più grandi città americane (che invece usavano proprio la corrente alternata fece presente che in confronto alle 5 vittime folgorate nell'ultimo anno, ci furono 87 morti da incidenti d'auto e esplosioni di gas. I due erano concorrenti anche sul mercato e quindi si parlò di "guerra delle correnti" perché ognuno sembrava pensare più ai propri affari che alla sicurezza del cittadino.

Il panico, anche per questa confusione, restò identico e le compagnie erano impegnate a risolvere decine di richieste per risarcimento danni causati dalle linee elettriche.
Nacquero anche i movimenti anti elettricità (proprio come i nostrani "no vax" o quelli "anti 5G") che chiedevano di fermare quell'energia omicida e di salvaguardare la salute del cittadino e si basavano quasi esclusivamente sulla paura e sul disorientamento causato dalla novità. Usavano a questo scopo propaganda, manifesti e spazi sui giornali, avvertendo la popolazione di diffidare di quella strana energia omicida e dannosa.

Uno dei manifesti di propaganda anti-elettricità: l'energia che uccide. Siamo nel 1890 circa.

Fu solo il tempo (e gli accordi tra compagnie elettriche) a far passare la questione in secondo piano, progressivamente l'elettricità arrivò in tutte le case, alimentava industrie e aziende, permetteva il funzionamento di mezzi di trasporto, frigoriferi, servizi e negozi e diventò normale, parte integrante della nostra vita di tutti i giorni. Diventò addirittura utile, fondamentale, anche per la salute. Permetteva infatti una buona conservazione dei cibi, l'eliminazione di batteri, infezioni, muffe, si rinfrescava l'acqua, si illuminava e riscaldava la casa, si avevano a disposizione strumenti e utensili utilissimi e mai visti.
Ecco come una delle scoperte e applicazioni della scienza più utili, diffuse e fondamentali sia stata, inizialmente, oggetto di paura e diffidenza.
Certo, eravamo agli albori, tecnicamente c'era tanta strada da fare, mancava esperienza, forse progresso e qualche conoscenza in più ma non era l'energia ad essere pericolosa, era (ed è), come sempre, l'uso che se ne fa.
Questo vale per tutto: farmaci, vaccini, chirurgia, alimenti. Non c'è un pericolo di morte assoluto in qualsiasi cosa o azione, il pericolo si trasforma e si crea quando una cosa la usiamo male. Le stesse armi non sono "cattive" (casomai è chi le usa per fare del male ad esserlo) ma possono essere un mezzo di difesa o di caccia (quando ce n'era bisogno). Così le medicine: sono utilissime ma dobbiamo saperle usare, averne paura a prescindere è segno di ignoranza e chiusura mentale.

I farmaci sono sostanze molto potenti. Possiamo usarle per avvelenarci o per curarci da malattie gravi. Le scie di condensazione che lasciano gli aerei in cielo, se non le conosciamo, le chiamiamo "scie chimiche", i satelliti artificiali che ci aiutano a comunicare, se non li conosciamo, non li capiamo, li chiamiamo "UFO, oggetti volanti non identificati", abbiamo paura di quello che non conosciamo. Per essere ancora più precisi, la paura sorge dalla nostra immaginazione. Non conoscendo qualcosa ne immaginiamo le conseguenze, l'evoluzione, gli effetti e, ovviamente, li immagineremo in base alle poche notizie che abbiamo. Saranno così le "voci" incontrollate, le notizie sul giornale, su internet, quello che dicono i nostri conoscenti a condizionare la nostra immaginazione e quindi la paura e la diffidenza.
Per questo, il modo migliore per affrontare le novità, è provare a conoscerle in prima persona, informarsi personalmente, rivolgersi a persone di cui ci fidiamo e di competenza.
Lo studio, la ricerca ed il progresso ci servono proprio a non aver paura.

Abbiamo anche un esempio curioso e di casa nostra di fobia dell'elettricità, un frammento del grande romanzo di Giovanni Verga, i Malavoglia:
"Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai», e quelli che stavano fuori nel cortile guardavano il cielo, perché un’altra pioggerella ci sarebbe voluta come il pane. Padron Cipolla lo sapeva lui perché non pioveva più come prima. - Non piove più perché hanno messo quel maledetto filo del telegrafo, che si tira tutta la pioggia, e se la porta via.
Compare Mangiacarrubbe allora, e Tino Piedipapera, rimasero a bocca aperta, perché giusto sulla strada di Trezza c’erano i pali del telegrafo; ma siccome don Silvestro cominciava a ridere, e a fare ah! ah! ah! come una gallina, padron Cipolla si alzò dal muricciuolo, infuriato, e se la prese con gli ignoranti, che avevano le orecchie lunghe come gli asini. - Che non lo sapevano che il telegrafo portava le notizie da un luogo all’altro; questo succedeva perché dentro il filo ci era un certo succo come nel tralcio della vite, e allo stesso modo si tirava la pioggia dalle nuvole, e se la portava lontano, dove ce n’era più di bisogno; potevano andare a domandarlo allo speziale che l’aveva detta; e per questo ci avevano messa la legge che chi rompe il filo del telegrafo va in prigione.
Allora anche don Silvestro non seppe più che dire, e si mise la lingua in tasca. - Santi del Paradiso! Si avrebbero a tagliarli tutti quei pali del telegrafo, e buttarli nel fuoco! incominciò compare Zuppiddu, ma nessuno gli dava retta, e guardavano nell’orto, per mutar discorso."
Giovanni Verga. I Malavoglia, 1881

Proviamo quindi, se ci troviamo di fronte a una novità o un nuovo passo del progresso, a non averne paura a prescindere ma a studiarlo, capirlo, documentarci. Potrebbe esserci utile e potrebbe rappresentare, persino, un balzo avanti nel progresso per l'intera umanità.

Alla prossima.

lunedì 23 dicembre 2019

Omeopatia e finte cure: cosa possiamo imparare da loro?

L'omeopatia (per chi non sapesse di cosa si tratta può approfondire qui) è una finta cura, nata nell'ottocento, che pretende di curare tutte le malattie con delle caramelle di zucchero. Ha conosciuto un suo momento di gloria verso gli anni '90, forse in risposta all'eccesso di medicine che rischiava (e rischia) di essere un pericolo per tutti. Dopo l'esaltazione iniziale, la sua natura esclusivamente commerciale e l'ovvia inefficacia, hanno ridotto le vendite e la notorietà relegandola a piccolo fenomeno di nicchia. Negli ultimi anni, la consapevolezza dei consumatori e la diffusione dell'informazione corretta hanno ridotto ulteriormente il successo di questa pratica, tanto che le vendite sono ormai ridottissime e le aziende produttrici cercano nuovi spazi commerciali per guadagnare.

Mi batto da anni per far conoscere alle persone la realtà di questa finta medicina, per due motivi principali: il malato non è un limone da spremere è una persona fragile e anche se ha un piccolo disturbo, la bugia e la prescrizione di finte medicine dovrebbero essere proibite sempre e senza eccezioni.
Il secondo motivo è di principio: se lasciamo passare l'idea (per qualcuno "innocente") che una caramella di zucchero possa curare le malattie per motivi magici, apriamo la porta a truffe più grandi. Se può curare la caramella di zucchero può curare anche l'imposizione delle mani, o l'aglio per il cancro o il prezzemolo per le malattie neurodegenerative. Non si può ammettere, nemmeno come "consolazione" che una vera e propria frode diventi medicina.

Questo vale per tutte le cure, anche quelle scientificamente accertate e usate. Una medicina deve curare, più o meno, non per forza sempre ma deve curare in maniera dimostrata, deve essere più utile che dannosa. Il resto sono chiacchiere (spesso interessate al guadagno di soldi).

Ma allora, in un momento di declino e, probabilmente, di prossima sparizione di questa "cura" che cosa possiamo salvare dell'omeopatia?
Perché di ogni cosa, anche la meno bella, dobbiamo ricavarne un insegnamento, un suggerimento.  La stessa cosa vale per le altre cure alternative. Ogni truffa, ogni ciarlataneria ci può dare uno spunto per migliorare la medicina, perché se le persone ci credono, se si affidano (anche solo per disperazione) a queste truffe, un motivo ci sarà e non è sempre chiaro.
C'è chi dice: "se ha un effetto placebo, ovvero causa dei piccoli miglioramenti perché le persone pensano di prendere medicine, perché non usarla? Avremmo un effetto su chi magari non ha malattie e non avremmo gli effetti collaterali o tossici delle medicine".
Idea non stupida ma ci sono molti problemi.
Primo tra tutti è che l'effetto placebo non è controllabile o prevedibile.
Non sappiamo se un finto prodotto possa funzionare poco o tanto, non sappiamo fino a quando possa funzionare e su alcuni non funziona proprio per niente. Che senso avrebbe quindi usare una finta medicina se non ne abbiamo il controllo e non sappiamo nemmeno se possa avere effetti? E perché dovremmo mentire alle persone per ottenere, forse, un effetto?

Altri, visto che un ruolo decisivo nel successo di queste finte cure è il modo di porsi del medico, del guaritore e del suo atteggiamento, indicano un legame proprio nel rapporto tra medico e paziente. L'omeopata parla tanto, chiede tanto, ascolta, perde tempo. Usa parole magiche (succussione, dinamizzazione, memoria dell'acqua...).
Lo nota persino uno studio, gli effetti dell'omeopatia sulle persone sono tanto più presenti quanto è più lunga e accurata la visita dell'omeopata. Questo succede raramente nella medicina. Orari stretti, fretta, personale ridotto, impegni continui, rendono spesso le visite veloci, velocissime, fredde, quasi atti dovuti che non lasciano nessuno spazio all'empatia, alla comprensione, al parlare, capire, ascoltare.

Ecco. Questa è una delle lezioni che possiamo apprendere dalle cure alternative. Un vecchio detto recita: cura più la parola che le medicine. Provare a parlare di più, prima ancora, imparare ad ascoltare. Discutere, arrivare a decisioni condivise, spiegare, ragionare, sono tutti comportamenti non solo doverosi ma che renderebbero (e lo dico proprio perché è il mio lavoro e so di cosa parlo) la medicina non solo più umana ma anche molto più efficace.
Questa probabilmente è una cosa che dobbiamo apprendere dagli omeopati. A questo aggiungerei che le false cure (si chiamano per questo "miracolose") promettono tanto, troppo, l'impossibile: funzionano sempre, senza problemi né effetti collaterali. A parole.

Questo non è giusto, non si possono fare promesse al vento, non è giusto esagerare o dire bugie al paziente tanto per accontentarlo, nemmeno se fosse per dare una speranza. Ma la speranza è una delle facce della disperazione e, soprattutto nelle malattie più gravi, la speranza deve essere sempre l'ultima a morire.
Per questo un'altra lezione che dobbiamo fare nostra e rubare ai ciarlatani è la speranza: anche se fosse poca, anche se fosse ridotta diamola. Non c'è bisogno di bugie, non si deve prendere in giro il paziente: c'è una possibilità? Usiamola, lottiamo assieme, speriamo insieme.
Un altro aspetto che trovo interessante dell'omeopatia è che le teorie magiche di questa pratica (più si diluisce un rimedio più questo sarebbe efficace, non è magia? Oppure la "succussione", battere 100 volte su una Bibbia il rimedio, non è esoterismo?) nonostante siano incredibili e difficilmente proponibili, rendono una pratica paranormale come l'omeopatia una medicina, usata anche negli ospedali, con appoggi e pareri favorevoli incredibili. In parte per non conoscenza ma anche perché affascinante, esattamente come gli oroscopi e i maghi. Questo succede per tutte le false cure, ognuna è miracolosa, magica, inarrivabile: misteriosa.
Questo può farci capire come l'istinto umano sia sempre legato alla speranza, al magico, all'insondabile e quindi la medicina, nella sua razionalità, si trova spesso in una posizione di distanza, di "freddezza", di poca vicinanza all'essere umano.
Imparare a non banalizzare la medicina (ma senza renderla magia), raccontarne i risultati fantastici, quasi miracolosi, può (forse, è un'idea) renderla più "amata", più desiderata. Senza però, ribadisco, renderla magia, attenendosi ai fatti, alle cose oggettive. 

Ma c'è un altra cosa che pochi sanno per la quale dovremmo ringraziare l'omeopatia.
Oggi, la scienza, per dire se un farmaco funziona deve fare degli esperimenti e ogni esperimento pur preciso e corretto, avrà sempre una possibilità di errore. Siamo umani e, anche non volendolo, possiamo commettere errori che però, in campo medico, possono essere molto pericolosi. Nella ricerca ci sono alcuni trucchi, piccoli metodi, procedure, che rendono più bassa la possibilità di sbagliare, che "correggono" le tendenze umane e le dimenticanze, che cercano di distinguere le "impressioni" e le "opinioni" dai fatti, dai dati oggettivi (nella ricerca si chiamano "bias", errori).

Usiamo per questo il placebo (una pillola senza ingredienti) per controllare se l'effetto che notiamo è del farmaco che stiamo testando o è un caso, un effetto non legato al farmaco. Per essere ancora più precisi facciamo l'esperimento senza dire ai soggetti che prendono il farmaco testato se stiamo dando proprio il farmaco o il placebo (si chiama "esperimento in cieco") o, addirittura, nemmeno i medici che somministrano i prodotto da provare, sanno se si tratta proprio di quello o del placebo (si chiama "doppio cieco").
Per evitare che gli effetti del farmaco che testiamo dipendano dalle caratteristiche del paziente (un prodotto, per esempio, potrebbe funzionare maggiormente sugli uomini che sulle donne o sugli anziani rispetto ai giovani) un rimedio potrebbe essere quello di "mescolare" i soggetti che proveranno il farmaco, li "randomizziamo", li mettiamo nei due gruppi (quelli che prendono il farmaco e quelli che prenderanno il placebo) a caso, così i risultati non saranno "guidati".


Ma tutte queste cose come le abbiamo studiate, questi metodi di studio da dove vengono? Dall'esperienza degli scienziati, dalla loro esperienza e, incredibile, proprio da un esperimento che voleva capire se l'omeopatia funzionasse o meno.
Qualcuno forse conoscerà questa storia, abbastanza ordinaria ma straordinaria perché è uno dei primi esempi di studio scientifico condotto secondo criteri precisi e che miravano a diminuire il più possibile gli errori e le influenze dei giudizi personali.

Tutto successe in Bavaria, zona nella quale l'omeopatia, rimedio chic delle classi più agiate, aveva (la storia si ripete) chi la criticava e combatteva. Siamo nel 1835 e l'esperimento si chiamò "il test Nuremberg", in onore della città nella quale si svolse.
Proprio in quella città era rimasto ormai un solo omeopata, Johann Jacob Reuter che rispondeva alle critiche dei medici che non apprezzavano quella forma di stregoneria. L'argomento più forte (che se fate caso lo è ancora oggi) era "non può essere effetto placebo, visto che anche bambini, animali e pazzi ne traggono giovamento" (in realtà "bambini, animali e pazzi" subiscono l'effetto placebo come chiunque).
La medicina era ancora agli albori ma tentava con difficoltà di farsi strada ed iniziava ad usare seriamente il metodo scientifico. Così il primario dell'ospedale di quella città, il dottor Friedrich Wilhelm von Hoven (che per l'occasione cercò di non apparire ufficialmente usando il finto nome di E. F. Wahrhold) criticava l'omeopatia perché restava ferma a idee già sorpassate, dalle quali la medicina voleva liberarsi (la "forza vitale", le energie maligne, le costituzioni, forme primitive di conoscenza).
L'omeopata Reuter non si diede per vinto e propose un test, un esperimento per capire una volta per tutte se quelle caramelline di zucchero fossero medicine o solo un costoso passatempo per ricchi annoiati come sostenevano ormai quasi tutti i medici ma ormai anche la stampa e le autorità. E furono avvertiti proprio le autorità e la stampa locale, ai quali si annunciò che il test si sarebbe svolto nella più grande taverna del centro città.

Von Hoven invitò a provare una diluizione 30CH (la più tipica in omeopatia, dentro non c'è più nessuna traccia di principio attivo) di sale. Normale sale. Chiese ai soggetti sotto test di annotare qualsiasi sensazione, sintomo, problema provassero durante la somministrazione del sale omeopatico. Il "bello" è che l'esperimento fu, in un certo senso, artigianale con 120 partecipanti (alcuni poi esclusi per vari motivi). Furono testati 50 flaconi di sale omeopatico e 50 di acqua distillata e nessuno (né i partecipanti, né gli sperimentatori) sapeva quali flaconi contenevano omeopatia e quali acqua. Insomma, quello che oggi si chiama esperimento in "doppio cieco" (così non ci sarà nessun condizionamento nemmeno da parte degli sperimentatori, anche involontario).
Alla fine dell'esperimento pochissimi dei partecipanti (solo 8 su 50) riferirono sintomi o disturbi particolari. Di loro cinque avevano preso l'omeopatico, tre l'acqua, in pratica tra omeopatia e acqua non c'era nessuna differenza.
Se il risultato è ovvio l'esperienza è interessante.

In questo esperimento possiamo notare che:

1) L'esperimento fu pubblico (oggi si pubblica, per rendere pubblico, ogni esperimento su rivista scientifica). Gli esperimenti segreti o non ben illustrati non sono scientifici.

2) Il metodo, le regole, i limiti dell'esperimento furono illustrati e descritti perfettamente, davanti a tutti. Oggi, nella sezione "materiali e metodi" (nelle pubblicazioni in inglese indicate con il termine "methods", tipica di ogni pubblicazione scientifica, bisogna descrivere perfettamente il metodo usato per l'esperimento, anche per poterlo ripetere o controllare.

3) Sono stati creati due gruppi a caso di persone (randomizzazione), nessuno, né dei partecipanti né degli sperimentatori, conosceva il vero contenuto dei flaconi (doppio cieco) ed è stato usato un placebo (l'acqua distillata). Si tratta di un primitivo esempio di studio scientifico serio. Quello in doppio cieco randomizzato con placebo è un tipo di esperimento considerato di buon livello.

4) Fu creata una statistica dei risultati finali. Non un mero elenco di numeri. Quello che si fa in ogni studio scientifico che si rispetti.

Non è quindi il risultato che deve stupirci ma l'ennesimo insegnamento che ci fornisce la pseudoscienza, la finta medicina che vende caramelle e miracoli come fossero farmaci. Caratteristica dello scienziato è non fermarsi mai, nemmeno davanti a ciò che sembra incredibile. Proprio l'incredibile può riservarci sorprese e uno dei concetti più difficili da capire è che se una falsa cura, che sia il bicarbonato per il cancro o l'omeopatia per il raffreddore, funzionasse, nessuno avrebbe motivi per non usarla.
Se gli esperimenti, la scienza, la ragione, mi dicessero che le caramelle di zucchero guariscono le allergie, perché non dovrei usarle e non dovrebbero usarle tutti i medici?
Se il bicarbonato curasse il cancro, perché non dovrei proporlo ai miei pazienti, a me stesso, ai miei familiari?
Per il motivo più semplice: non funzionano.
Eppure qualcuno, non per forza ignorante, non per forza credulone, ci crede, crede apertamente che una normale caramella di zucchero, sul quale è stata spruzzata acqua all'aroma di fegato di anatra, curi il raffreddore. Ci crede. Perché?

Se esistono le false medicine evidentemente l'essere umano ha bisogno di comprarle, di crederci e di usarle.
Se quindi non è giusto mentire al paziente, trattarlo da stupido o rifilargli finte cure, è bene ricordare che prima di prescrivere una pillola è fondamentale l'ascolto e la parola. E che, prima di sostenere che una cura funzioni, è fondamentale studiarla bene, provarla e testarne gli effetti.
Visto che di ogni cosa, anche la peggiore, è bene farne esperienza costruttiva e positiva, facciamolo anche con l'omeopatia e le ciarlatanerie.
Per concludere, se è vero che non bisogna mai abbassare la guardia nei confronti di chi si approfitta delle fragilità del prossimo, bisogna anche usare queste cose (che esistono, sono sempre esistite) per migliorarsi. Il mondo delle false cure ci può dare molti spunti per migliorare quello della medicina, soprattutto nel rapporto con i pazienti.
Non imitiamo furbizie, trucchi e giochi di parole ma usiamoli come chiavi per capire perché, con questi, si riesce a convincere chi si ha di fronte, a volte contro ogni evidenza e buon senso.

Una cosa che invece gli omeopati e tutti coloro che usano false cure dovrebbero apprendere dalla medicina è chiara: il paziente è sacro e truffarlo è disonesto.

Alla prossima.

Ne approfitto per augurare a tutti i lettori di trascorrere delle buone festività. Relax, pensieri positivi e costruttivi. Un abbraccio a tutti.

venerdì 22 novembre 2019

L'interruzione di gravidanza.

Credo sia bene fare chiarezza su un argomento importante e delicato. Mi rendo conto che tante persone, per informazione o per bisogno personale, cercando su internet qualcosa su questo argomento, trovano di tutto, spesso informazioni sbagliate e a volte anche informazioni sbagliate "volontariamente", per ideologia.
Ho notato anche una scarsissima conoscenza sul tema da parte di molte persone, quindi è sempre utile un bel ripasso perché conoscere è il modo migliore per avere delle opinioni corrette.

Premessa: questo non è un post per discutere degli aspetti etici, personali, morali o religiosi ma esclusivamente tecnico, tutti sono pregati di tenerlo presente, anche per questo sarà scarno di "opinioni" o "considerazioni", elencherà semplicemente le cose, così che ognuno avrà un manuale per sapere cosa succede ma anche un elenco di informazioni per capire meglio, senza condizionamenti.

L'aborto volontario è l'interruzione della gravidanza prima del suo termine naturale con mezzi esterni (quando è "aborto spontaneo" questo avviene senza interventi esterni, spontaneamente, appunto).
Per motivi personali (psicologici, sociali o fisici), in Italia, la donna può richiedere l'interruzione della gravidanza fino alla 13ma settimana circa (90 giorni dall'ultima mestruazione), è tutto regolato dalle leggi vigenti.
In particolare, da noi, la legge che regola e chiarisce la possibilità di interruzione di gravidanza è la 194/78.

In caso di problema che metta a rischio la salute materna, questo limite è esteso e, finché il feto non ha possibilità di vita autonoma, è possibile scegliere di abortire.

Nella maggioranza dei paesi moderni l'aborto è regolato in modo simile. In alcuni paesi (anche europei, come la Francia, la Spagna o il Regno unito), l'aborto si può effettuare fino alla fine della gravidanza se questa mette a repentaglio la vita o la salute della madre (anche una grave malformazione fetale mette a repentaglio la salute psicologica materna). Se una donna ha una gravidanza il cui proseguimento mette a grave rischio la sua salute, può quindi chiedere (e ottenere) di abortire fino alla fine della gravidanza. In alcuni stati (soprattutto i più poveri) sono ancora tanti (ma anche da noi se ne vedono alcuni, rari) gli aborti illegali (fatti a casa, da improvvisati, con mezzi di fortuna) che, oltre ad essere un reato, sono rischiosissimi e realmente un azzardo.

Alcuni passaggi possono risultare impressionanti per i più sensibili che hanno sempre la possibilità di non leggere il post.
I commenti che andassero fuori tema o che commentassero altri aspetti che non siano quelli tecnici trattati da questo post, saranno eliminati senza preavviso.

In Italia, l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG, "aborto volontario") si può eseguire quando una donna potrebbe correre rischi fisici o psicologici proseguendola. Sarà la donna a scegliere se interrompere o meno la gestazione. Questo fino al 90mo giorno di gravidanza (terzo mese, circa 12 settimane). Quando però è dimostrata e certificata una grave malattia del feto e questa può creare problemi di salute alla gestante (anche solo dal punto di vista psicologico) è permesso interrompere la gravidanza oltre questo termine (fino a quando il feto non ha capacità di vita autonoma, quindi più o meno a 22 settimane), si chiama in gergo "aborto terapeutico" e può avvenire in teoria fino alla fine della gestazione (per esempio per una malformazione talmente grave da non permettere mai vita autonoma al nascituro) ma in pratica, visto che le tecniche diagnostiche oggi permettono diagnosi molto precoci, questo non avviene quasi mai.

L'interruzione di gravidanza si può ottenere con diverse tecniche, quasi sempre la tecnica usata dipende dalla settimana di gestazione in cui si ricorre all'intervento.
La tecnica più utilizzata è la cosiddetta: "isterosuzione" accompagnata dalla "revisione della cavità uterina".


IVG, come si fa?

Isterosuzione

Si pratica in genere fino alla 12ma settimana. Si inserisce una cannula dentro l'utero che "risucchia" il contenuto (si chiama "materiale ovulare", cioè embrione, annessi embrionali come placenta, liquido amniotico, sacco amniotico). Spesso questa tecnica è completata con la "revisione della cavità uterina". Si pratica in anestesia generale.

Revisione cavità uterina (RCU)

Con uno strumento apposito (curette, una sorta di piccolo cucchiaio) si "grattano" le pareti dell'utero per eliminare il suo contenuto. Spesso questa procedura segue la prima, l'isterosuzione, come completamento. Si pratica in anestesia generale. Questo intervento è detto popolarmente "raschiamento". In alcuni casi (dipende dalle scelte del reparto in cui avviene l'intervento) al posto dello strumento a cucchiaio si usano delle pinze che estraggono il materiale ovulare, procedura leggermente meno sicura della precedente.


Questa tecnica ha rare complicanze, la più frequente è la perforazione uterina (con lo strumento si "intacca", fino a perforarla, la parete dell'utero, che è molto sottile, succede nell'1% circa dei casi e quasi sempre risolvibile spontaneamente).

Interruzione di gravidanza con terapia orale

Si utilizza una compressa di una sostanza (prostaglandine) che causa contrazioni dell'utero che causano l'espulsione del prodotto del concepimento. In alcuni casi, quando l'espulsione non è completa, si deve procedere a isterosuzione e/o revisione della cavità uterina. Alcuni preferiscono fare questa procedura in ospedale, visto che possono esserci perdite di sangue e dolori. In altri casi si può andare a casa e poi tornare per un controllo. Questa procedura è indicata nelle settimane di gravidanza iniziali. Ha aspetti positivi e meno e necessita di un buon colloquio con la donna per spiegarne le caratteristiche (visto che spesso si gestisce parte della procedura a casa).

Induzione del parto abortivo

Quando la gravidanza è più avanzata (dalla 14ma settimana in poi) ed eseguire le procedure precedenti può essere difficile o rischioso, si preferisce indurre un normale parto con delle sostanze che stimolano le contrazioni uterine. La presenza di contrazioni causa l'espulsione (il parto) del feto abortito che è quasi sempre privo di vita vista anche la sua forte prematurità. Se il feto nascesse vivo bisognerebbe prestare ogni assistenza possibile per mantenerlo in vita.

In alcuni stati si usano alcune procedure per causare la morte del feto prima dell'espulsione quando, la stimolazione del parto, vista l'epoca avanzata della gravidanza, causerebbe la nascita di un feto vivo e vitale.
In alcuni casi si usa una puntura intracardiaca di una soluzione tossica (sotto guida dell'ecografo, prima di iniziare il procedimento) che causa arresto cardiaco del feto (e poi si procederà al parto). In rari casi (succedeva soprattutto negli Stati Uniti, la tecnica è stata poi proibita per legge) si procedeva all'"aborto a nascita parziale", si stimolavano le contrazioni e, solo al momento della nascita, si causava la morte del feto con varie tecniche (tralascio i particolari perché cruenti). Questa procedura (ormai quasi scomparsa) era usata quando era importante mantenere integro il feto per esami dopo la nascita o quando i genitori chiedevano la sua integrità per vederlo o farne foto per ricordo (negli Stati Uniti è molto diffusa e popolare l'abitudine di ritrarre, filmare, fotografare un feto morto).

Questa possibilità è rimbalzata nei mesi scorsi nelle cronache perché secondo qualcuno la tecnica sarebbe stata "riabilitata" nello stato di Washington, si tratta di una bufala. C'è da sapere che in quasi tutti gli stati USA questa modalità di aborto è, come detto, proibita.

Come si procede.

L'interruzione di gravidanza in Italia si fa recandosi presso un medico (ginecologo) di un ospedale pubblico che, accertatosi della gravidanza, deve compilare un documento sottoscritto dalla donna che richiede l'intervento.
Seguiranno sette giorni detti di "riflessione" nei quali la donna è invitata a ponderare la sua scelta. Se confermata si procederà a ricovero (solo in strutture pubbliche o convenzionate con il servizio sanitario nazionale) e l'intervento. Se c'è un'urgenza particolare (importante pericolo di vita, per esempio) è permesso evitare i sette giorni di pausa. In genere è previsto un solo giorno di ricovero (day hospital) e si può riprendere dopo poche ore la propria normale attività.
Eseguire un'interruzione di gravidanza non causa conseguenze fisiche particolari essendo un intervento di chirurgia minore, se però si eseguono diversi interventi sull'utero (per esempio diversi "raschiamenti") questo può invece causare complicanze anche serie. Ovviamente, come per qualsiasi intervento chirurgico, esistono dei rischi legati all'intervento stesso, all'anestesia o alla degenza. Le conseguenze psicologiche, non per forza presenti, a volte meritano un attento monitoraggio e, se necessario, un sostegno da parte di esperti.
In Italia, a differenza di altri paesi, l'unica figura che può eseguire un aborto è il medico specialista in ginecologia che ha comunque diritto all'obiezione di coscienza (rifiuto di eseguire l'intervento). Si deve sottolineare però che un medico obiettore non viene a meno dai suoi doveri professionali ed è obbligato ad assistere la persona prima e dopo l'intervento, sia per normali attività, come le informazioni e i documenti del ricovero, che per urgenze e l'assistenza durante il ricovero, chi si sottraesse a queste procedure si sottrae ai suoi doveri professionali.

Il numero di interruzioni di gravidanza nel nostro paese si è ridotto notevolmente, in maniera drastica  (nel 1982 sono state 284.000, nel 2000 furono 135.133, nel 2016 84.926) e questo è probabilmente dovuto all'uso più diffuso di contraccettivi, all'informazione, alla possibilità di acquisto di pillola contraccettiva post coitale (pillola del giorno dopo) e a fattori socio economici. La stima (ovviamente non esistono dati precisi) delle interruzioni che avveniva prima della legge sull'interruzione legale di gravidanza, parlano di 350.000 interruzioni ogni anno. Per dare qualche altro numero: delle donne che hanno fatto ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza il 74,3% non lo aveva mai fatto prima. Le donne che hanno fatto ricorso all'IVG per più di quattro volte sono lo 0,9%, per più di tre l'1,3%.
Per legge è possibile acquistare la "pillola del giorno dopo" in farmacia con ricetta se si è minorenni e senza bisogno di ricetta dalla maggiore età. Una donna minorenne può farsi prescrivere questa pillola anche dal suo ginecologo privato o in ospedale, dal pronto soccorso.

Per chi pensasse di avere una gravidanza indesiderata esiste anche la possibilità di non riconoscere il neonato subito dopo la nascita (e quindi affidarlo per l'adozione) e di partorire in maniera anonima rinunciando al figlio.

Alla prossima.

domenica 13 ottobre 2019

Copia incolla omeopatico.

Il "plagiarismo" scientifico consiste nel copiare e usare ripetutamente parti di uno studio scientifico (proprio o di altri) per realizzarne uno nuovo (che quindi nuovo non sarà).

Si tratta di un fenomeno relativamente nuovo e molto studiato, coinvolto nella lotta alle frodi scientifiche perché mette in crisi la serietà e l'attendibilità della ricerca scientifica. La corsa alla pubblicazione scientifica, la voglia di apparire, il desiderio di ingrossare (in qualsiasi modo) il proprio curriculum induce alcuni ricercatori a copiare studi già esistenti (di altri o propri) "riciclandoli" e pubblicandoli come nuovi. Spesso cambiando qualche termine, qualche frase, qualche riferimento ma, fondamentalmente, con un semplice lavoro di "copia-incolla".

Argomento interessante. Non ne avevo mai parlato ma ne ho occasione proprio ora quando, nell'ambito dell'attività del PTS (Patto Trasversale per la Scienza) sto analizzando assieme agli altri componenti (del mio gruppo omeopatia e con quello di Enrico Bucci contro le frodi scientifiche) lo studio di cui ho parlato pochi giorni fa, quello che, con un impressionante tempismo e per incredibile coincidenza, esalta l'efficacia dell'omeopatia (!) nell'otite (!).
Studiando e cercando viene fuori un dato interessante che si aggiunge a quelli già notati che ho spiegato nello scorso post.

L'autore dello studio sull'omeopatia nell'otite è Paolo Bellavite ex docente dell'università di Verona che ora, pensionato, fa il volontario in Burundi. Da anni infatuato dall'omeopatia, contro gli obblighi vaccinali, è un personaggio niente male, aggressivo con chi non gli da ragione, non ammette mai i suoi errori e spesso attacca violentemente chiunque osi criticarlo. Beh, è stato colto con le mani...nella marmellata.

Andando a controllare le sue ultime pubblicazioni (praticamente tutte in riviste predatorie e non indicizzate su PubMed) si è scoperto che c'è un preoccupante vizietto di "copia-incolla". Bellavite ha infatti ripetutamente copiato intere parti dei suoi studi riportandole in studi successivi facendo così "ingrossare" non solo il suo curriculum ma anche autocitandosi.

Un tipico esempio di plagiarismo. Se si ha pazienza si può vedere già controllando le varie pubblicazioni ma oggi, fortunatamente, ci aiutano dei software. Questi programmi controllano le pubblicazioni e ci permettono di sapere se ci sono blocchi di testo (non semplici parole o frasi, proprio interi blocchi di testo) che appaiono da altre parti. Le regole sono precise e stabilite e i software svolgono in maniera eccellente il loro lavoro.
Così, studiando i lavori di Bellavite viene fuori questa cosa interessante.
L'ex professore prende uno o più blocchi di un suoi vecchi studi (spesso senza cambiare nemmeno una parola) e li copia in un nuovo studio.
Questo gli consente una cosa immediata: senza lavoro né sforzo crea una nuova pubblicazione dal nulla.
Ovviamente le grandi riviste scientifiche, oltre a non pubblicare studi banali (come quelli di Bellavite) hanno i loro mezzi (tra i quali proprio questi software) che le proteggono da queste frodi ma così non è per le riviste più scadenti e "predatorie" (che vivono proprio accettando qualsiasi studio, dietro pagamento di una somma di denaro) e, guardacaso, l'ultimo lavoro di Bellavite appare proprio in una di queste.

credits Diego Pavesio

Insomma, una bella figura per l'omeopatia italiana che in Bellavite aveva un punto di riferimento.
Spero che si sia capito il fenomeno che è pure molto grave e deprimente per la ricerca scientifica, per la moralità e la dignità dei ricercatori che, nella stragrande maggioranza dei casi non ricorrono a questi mezzi per il loro lavoro.
Ma se non fosse chiaro o qualche profano non avesse capito bene cosa sto raccontando, faccio un esempio pratico.

In un suo studio del 2011 appaiono queste parole:
"A randomised double-blind placebo controlled pilot study was carried out on children with otitis media. Subjects presenting middle ear effusion and ear pain and/or fever for no more than 36 h were enrolled in the trial. They received either an individualised homeopathic remedy or a placebo, administered orally three times daily for 5 days or until symptoms subsided. Outcome measures included the number of treatment failures after 5 days, 2 weeks and 6 weeks. Diary symptom scores during the first 3 days and middle ear effusion at 2 and 6 weeks after treatment were also evaluated. There were fewer treatment failures in the group receiving homeopathy after 5 days, 2 weeks and 6 weeks, however these differences were not statistically significant. Diary scores showed a significant decrease in symptoms at 24 and 64 h after treatment in favour of homeopathy (P < 0,05)".
 Nello studio che abbiamo analizzato (quello sull'otite, di pochi giorni fa, del 2019) appaiono queste parole:
"A randomized double-blind placebo controlled pilot study was carried out on children with otitis media. Subjects presenting middle ear effusion and ear pain and/or fever for no more than 36 h were enrolled in the trial. They received either an individualized homeopathic medicine or a placebo; administered orally three times daily for 5 days or until symptoms subsided. The 4 most commonly medicines prescribed included Pulsatilla, Chamomilla, Sulphur and Calcarea carbonica. Outcome measures included the number of treatment failures after 5 days, 2 weeks and 6 weeks. Diary symptom scores during the first 3 days and middle ear effusion at 2 and 6 weeks after treatment were also evaluated. There were fewer treatment failures in the group receiving homeopathy after 5 days, 2 weeks and 6 weeks. However these differences were not statistically significant. Diary scores showed a significant decrease in symptoms at 24 and 64 h after treatment, in favor of homeopathy (P < 0,05)"

Avete visto bene? Sono parti praticamente identiche.

L'autore ha copiato e incollato intere parti dello studio da altri studi di anni prima. (questo ovviamente è solo un esempio, la miniera è infinita (qui per particolari della scopiazzatura incredibile) e non riguarda solo l'ultimo studio. Qui un piccolo schema che mostra i vari blocchi che poi sono stati trovati copiati in altri studi di Bellavite.

I blocchi di testo copiati e usati negli studi. Il blocco 1 (rosa) è stato usato in quattro studi (come mostrato a destra)

Interessante anche il fatto che negli studi Bellavite taglia parti copiate da altri studi che potrebbero contraddire le sue idee o le sue conclusioni.

Ma cosa mi combina professore, cosa mi combina! 😅

Al prossimo omeopata esaltato che vi parlerà del "numerosi studi del prof. Bellavite" fate vedere questo post e tagliate corto, a quanto pare l'omeopatia è talmente noiosa che anche gli omeopati si annoiano a scriverne seriamente.

Alla prossima.

Nota: veramente, io a volte mi chiedo se gli omeopati siano questo disastro per una loro sfortuna innata o proprio se le cercano. Guardate chi arriva su Facebook in difesa di Bellavite.


Maria Gloria Alcover Lillo è l'omeopata condannata per aver curato il tumore di una donna con l'omeopatia. E gli omeopati però vogliono essere presi sul serio.

Proprio imbarazzante.